Assegnazione di assistenti di lingua straniera alle istituzioni scolastiche italiane. Anno scolastico 2025/206
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Proprio nei giorni scorsi avevamo rilanciato su queste pagine il seguente accorato appello rivolto alla Commissione Europea dall’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità e dall’EASPD (Associazione Europea dei Fornitori di Servizi per le Persone con Disabilità), cui hanno aderito anche altre quattro organizzazioni: «L’Unione Europea deve finanziare urgentemente le organizzazioni per le persone con disabilità colpite dai tagli agli aiuti da parte degli Stati Uniti», e in particolare quelle dell’Europa orientale e del Caucaso meridionale, le aree maggiormente colpite da queste politiche.
Ieri la testata «Euronews», con una nota a firma di Marta Iraola Iribarren, ha pubblicato le dichiarazioni di un portavoce della Commissione, secondo il quale «l’Unione Europea non può colmare il vuoto lasciato da altri», evidenziando come le difficoltà riguardino molti progetti per persone con disabilità in Ucraina e in altre Regioni d’Europa.
L’11 febbraio, infatti, la Commissione Europea ha ammesso che «l’Unione Europea non può colmare il buco nel finanziamento agli aiuti umanitari internazionali lasciato dallo smantellamento dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID), incluso quello relativo all’Ucraina», ha riferito Iribarren.
La decisione degli Stati Uniti di bloccare i finanziamenti agli aiuti esteri ha portato le organizzazioni non governative (ONG) che sostengono le persone con disabilità nei Balcani e nell’Europa orientale a interrompere le loro attività. E tali organizzazioni sono quelle che hanno lanciato l’appello all’Unione Europea. Tuttavia, il portavoce ha avvertito che «la portata e la complessità degli attuali bisogni globali richiede una risposta congiunta» e che «tutti i membri della comunità internazionale devono assumersi le proprie responsabilità», dal momento che l’Unione Europea non è in grado di colmare questa lacuna da sola.
Dal giorno del suo insediamento, avvenuto il 20 gennaio, il nuovo presidente degli Stati Uniti Trump ha temporaneamente congelato tutta l’assistenza all’estero e licenziato centinaia di dipendenti dell’USAID. Fondata nel 1961 dal presidente Kennedy, in questi anni l’USAID ha contribuito in modo decisivo al miglioramento delle condizioni di vita e alla salute di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, e a promuovere i diritti umani e la democrazia in particolare nei Paesi più poveri. A tal proposito segnaliamo il seguente approfondimento pubblicato dalla testata «Il Post»: Le conseguenze dello smantellamento di USAID in giro per il mondo.
Intervenendo sulla questione, Gunta Anča, vicepresidente dell’EDF, aveva dichiarato: «Questa caotica situazione mette a repentaglio la vita delle persone con disabilità nell’Europa orientale e nel Caucaso meridionale». Mentre Thomas Bignal, segretario generale dell’EASPD, aveva rilevato come le conseguenze di questi tagli vadano «ben oltre il semplice “finanziamento dei progetti”. Essi hanno un forte impatto sulla capacità operativa di queste organizzazioni della società civile di fornire un sostegno essenziale anche a medio e lungo termine. Si rompe il sistema di sostegno stesso». (Simona Lancioni)
Nel sito dell’EDF (a questo link) sono riportati i dettagli dei programmi interessati dalla sospensione dei finanziamenti statunitensi. Per ulteriori informazioni: André Felix (Ufficio Comunicazione EDF), andre.felix@edf-feph.org.
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti dovuti al diverso contenitore, per gentile concessione.
L'articolo L’Unione Europea non può colmare il vuoto lasciato da altri proviene da Superando.
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«La Cura è la capacità di intuire il presente e generare memoria confortati dal senso del tutto. È un processo in cui l’uomo si interroga e ricerca la sua verità in rapporto a quella altrui: un vero e proprio patto d’amore che lega la cura di sé a quella collettiva. Solamente attraverso una solida identità, infatti, ci si può prendere cura di tutto ciò che ci circonda».
Sono queste le premesse del Design della Cura, volume a cura di Rampello & Partners con testi di Davide e Daniele Rampello, edito da De Ferrari Editore e presentato il 30 gennaio scorso al Refettorio Ambrosiano di Milano, alla presenza dei due autori e di Luciano Gualzetti, presidente della Caritas Ambrosiana.
Le parole sono le protagoniste del volume che si presenta senza immagini, su fondo bianco, per lasciare che il lettore si concentri su tre concetti fondamentali: la cura, che presuppone la capacità di entrare in connessione, di provare empatia e di assumersi la responsabilità; la curiosità, necessaria per capire e comprendere il senso del tutto; il design, inteso come un modo di uscire dallo spazio conosciuto e scoprire strade, delineare strategie, coltivare novità, lasciando un segno. Tre parole che sembrano molto diverse, ma che sono declinazioni della stessa tendenza: verso l’altro e verso il nuovo.
«Il periodo di emergenza Covid ha costretto tutti noi a una totale riconsiderazione dell’esistenza, di una sua ri-progettazione e dunque a creare un’idea tutta nuova di design – nel suo senso più alto – e di cura», dichiara Davide Rampello, direttore creativo della manifattura di idee, progetti e prodotti Rampello & Partners. «Per questo abbiamo deciso di provare a tracciare un cambio di rotta nel concetto di cura: verso se stessi, gli altri e le cose del mondo. E per farlo abbiamo coinvolto cinque professionisti di diversi mondi, che riescono a definire un modo di essere e di agire radicato nella responsabilità, nella consapevolezza, nell’attenzione, senza dimenticare l’amore e il rispetto. In poche parole, di cura». (C.C.)
Per ulteriori informazioni: Chiara Capobianco – STUDIO TISS (ccapobianco@studiotiss.com).L'articolo Il concetto di cura verso se stessi, gli altri da noi e le cose della vita proviene da Superando.
La prima cosa che più mi colpisce, sentendo Annalisa al telefono la prima volta, è la sua voce: una voce che da subito ti trasmette calore, accoglienza, entusiasmo. Fatte le presentazioni, le chiedo di parlarmi del suo lavoro.
Annalisa Dall’Asta è preside della Scuola Elementare Paritaria Edith Stein di Parma, ispirata per l’appunto al pensiero della filosofa e monaca tedesca. Annalisa è una donna con una disabilità motoria, ma la sua condizione non ha mai rappresentato un limite alla sua passione per l’infanzia e per la formazione. Al contrario, la sua esperienza personale è diventata una risorsa che le ha permesso di dare vita a una scuola che pratica l’inclusione in ogni aspetto della vita scolastica. La “Scuola di Edith”, infatti, segue i programmi ministeriali, ma si distingue per un approccio didattico che pone al centro la collaborazione e la condivisione come strumenti di apprendimento. «L’educazione – mi dice – non si basa esclusivamente sulla trasmissione di informazioni, ma sul lavoro di gruppo e sull’esperienza condivisa. Gli studenti vengono valutati non solo per le loro competenze disciplinari, ma anche per la loro capacità di collaborare e valorizzare il contributo degli altri».
Mi spiega poi che per i primi due anni non si utilizzano voti numerici, ma una valutazione che considera diversi aspetti, come le competenze disciplinari, quelle di cittadinanza e le abilità trasversali. L’obiettivo è favorire un ambiente in cui non ci sia competizione, ma crescita collettiva, aiutando i bambini a sviluppare autonomia e responsabilità.
Un altro elemento distintivo è il Consiglio di Scuola, un momento in cui i bambini possono esprimere dubbi, pareri e proposte sulla vita scolastica e sulla convivenza con i compagni. Tra gli strumenti educativi c’è infatti anche il “Quaderno delle Regole”, un elenco di norme stabilite insieme, che i bambini rileggono quando si verificano situazioni di conflitto, imparando così a riflettere sui propri errori e a rispettare le regole condivise.
«Alla “Scuola di Edith” – aggiunge Annalisa – l’apprendimento non si limita alle aule: sono previste infatti numerose attività collaterali aperte ai bambini e ai loro genitori, spesso organizzate il sabato, proprio per favorire la partecipazione delle famiglie. I laboratori artistici e creativi, inoltre, sono un elemento centrale, perché permettono ai bambini di esprimere il loro potenziale e di imparare attraverso il gioco e la sperimentazione».
Il lavoro di Annalisa nella scuola, tuttavia, è solo l’ultimo capitolo di un lungo percorso dedicato all’infanzia: prima di diventare preside, ha collaborato con Associazioni, Cooperative Sociali e realtà culturali di Parma, per promuovere progetti educativi innovativi, sempre con un’attenzione particolare ai bambini più fragili e alle loro famiglie. La sua visione dell’educazione si fonda sull’idea che nessuno debba essere lasciato indietro e che la scuola abbia un ruolo fondamentale nel costruire una società più giusta e inclusiva. Questa convinzione non è solo il frutto di studi pedagogici e filosofici, ma anche di una vita vissuta con determinazione, affrontando con coraggio le difficoltà della disabilità, senza mai smettere di credere nella bellezza dell’insegnare.
Oggi, nel suo ruolo di preside, Annalisa continua a portare avanti con energia e passione la sua missione. La sua esperienza personale diventa uno strumento di sensibilizzazione, un esempio per studenti e insegnanti su cosa significhi davvero superare le barriere, non solo quelle fisiche, ma anche quelle culturali e mentali.
Il suo impegno è la dimostrazione concreta che l’inclusione non è solo una teoria, ma una pratica possibile e necessaria. La sua scuola, così come la sua storia, sono la prova che l’educazione può essere davvero un atto di amore, verso i bambini, verso la società, verso un futuro in cui le differenze siano viste non come ostacoli, ma come una ricchezza da valorizzare.
L'articolo Annalisa Dall’Asta, un’esistenza al servizio dell’educazione proviene da Superando.
Creato da Sergio Rilletti, Mister Noir è l’eroe con disabilità protagonista di thriller umoristici del quale in questi anni abbiamo avuto frequentemente occasione di occuparci (grazie a questo link si possono rintracciare una serie di nostri conributi).
Il 16 ottobre dello scorso anno Mister Noir, che ha la tetraparesi spastica, così come il suo creatore, ha compiuto vent’anni di avventure e per celebrare al meglio l’anniversario, è uscito Mister Noir: Hate & Love (Oakmond Publishing), primo vero e proprio romanzo della serie, acquistabile sia in cartaceo che in e-book. L’occasione ci è sembrata quanto mai propizia per incontrare proprio Sergio Rilletti.
Mister Noir è secondo una sua definizione ricorrente il «primo eroe disabile seriale della storia della letteratura italiana»: scusi, ma non volevamo smontare lo stereotipo del “Supercrip”, del “disabile eroe”, a cui troppo spesso danno spazio gli organi d’informazione? In altre parole, qual è la differenza tra un “eroe disabile” e un “disabile eroe”?
«La differenza è molto semplice, ed è la stessa che passa tra una scelta di vita e un’azione occasionale. Mister Noir, personaggio inventato da me e affetto da tetraparesi spastica – esattamente come me -, è un detective privato che ha deciso di mettere quotidianamente a repentaglio la propria vita per aiutare gli altri, quindi è un eroe – accidentalmente – disabile. Viceversa, il detenuto in carrozzina che anni fa, nel carcere di Rebibbia, è intervenuto impedendo al proprio compagno di cella (normodotato) di impiccarsi, è un disabile eroe!».
Nei noir, come sono le storie di Mister Noir, ricorrono anche espressioni “politicamente scorrette”. Persino nel racconto autobiografico Solo!, ad esempio, ritroviamo «Ma che branco di handicappati!», dove la frase ha una precisa funzione narrativa. In un momento storico, in cui si sottolinea come l’uso delle parole abbia una responsabilità diretta nel discriminare le persone con disabilità, non pensa che anche con i suoi testi si possa condurre una battaglia per una società più inclusiva?
«Assolutamente sì, e il linguaggio politicamente scorretto, se usato in maniera ironica, può contribuire a farlo, creando un ribaltamento di prospettiva; e la mia corposa antologia di racconti e di romanzi brevi Mister Noir (edita da Oakmond Publishing), che contiene anche Inseguimento a ruota – che avevo scritto originariamente per il sito della LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità) – e altre storie basate su fatti che mi sono realmente accaduti, ne è la prova! Anche la mia esclamazione “Ma che branco di handicappati!“, contenuta in Solo! e riferita al gruppo di “normodotati” che, prima, mi aveva mollato da solo in mezzo al Parco di Monza e che, poi, non aveva neanche pensato di ritornare nel punto in cui mi aveva abbandonato, è da intendersi in tal senso».
In generale cosa pensa del linguaggio sulla disabilità e dell’uso delle parole nel contribuire o meno a discriminare ulteriormente le persone con disabilità?
«Non è mai una parola in sé a essere giusta o sbagliata, ma è come viene utilizzata. Una frase come “Che bell’amica sei!” può cambiare radicalmente significato a seconda che la si pronunci col tono dolce o aspro! Allo stesso modo, ritengo che la continua ricerca di un linguaggio sempre più formalmente impeccabile, che di fatto inibisce la spontaneità, sia di ostacolo a qualsiasi tipo di integrazione. Non solo riguardo alle persone con disabilità, ma proprio riguardo a qualsiasi persona. Il grande Andrea G. Pinketts l’aveva capito benissimo, e il roboante ed entusiastico “Ciao, Bastardo!” con cui mi salutava ogni volta che mi vedeva, non era affatto un insulto, ma un super-complimento, col quale lui, col suo vocione, comunicava a tutto il mondo circostante che io ero un duro, uno che non mollava mai davanti alle avversità. Io stesso, come scrittore, non ho alcun problema a utilizzare il termine persona con disabilità e tutti i relativi sinonimi esistenti nel vocabolario, scegliendoli a seconda del contesto e dell’effetto che voglio creare, più uno, carrozzinato, che adopero per definire me stesso. Infine, c’è il mio Mister Noir, che, essendo intelligentissimo e molto ironico, usa il termine normodotato come sinonimo di persona non particolarmente arguta».
In Festival o morte, racconto ambientato e scritto durante il Festival di Sanremo del 2010, mi ha colpito l’espressione «Mr. Noir aveva dato per scontato, ragionando come un qualsiasi investigatore “normodotato”…». Come ragiona, invece, un investigatore con disabilità?
«Innanzitutto diciamo che una persona con una disabilità motoria, vivendo in una condizione di perenne menomanza, ragiona automaticamente in modo diverso, prevedendo problemi e relative soluzioni che i “normodotati”, per quanto si immedesimino, non riescono a immaginare e, a volte, nemmeno a capire! Per quanto riguarda la battuta di Mister Noir che ha in parte citato, è, appunto, una battuta: dato che lui, che non è sicuramente la quintessenza della modestia, si considera mentalmente un superdotato, resosi conto di aver fatto una deduzione ovvia, ma errata, si è paragonato a un semplice detective normodotato».
È cambiato, secondo lei, il modo di parlare di disabilità in TV, in particolare in trasmissioni tanto seguite, come appunto il Festival di Sanremo, in corso in questa settimana?
«Devo ammettere che certi programmi dedicati al mondo della disabilità, come Il cacciatore di sogni e O anche no!, si vedono proprio volentieri, ma, secondo me, oltre che parlare di disabilità bisognerebbe pure mostrarla… in diretta.
Parlando specificatamente di musica, è sicuramente lodevole che il gruppo dei Ladri di Carrozzelle, che esiste dal 1989, sia ospite fisso di O anche no! – che, oltretutto, vanta diverse rubriche condotte da ospiti fissi con disabilità -, ma perché questa band non viene invitata anche altrove? Quando il compositore Ezio Bosso partecipò come ospite al Festival di Sanremo 2016, incantò tutti, ma solo attraverso il suo programma Che storia è la musica si è potuta apprendere la sua vera essenza di musicista e di persona.
A Sanremo 2020, Le Vibrazioni, in gara, hanno ampiamente dimostrato che si può interpretare una canzone rock come Dov’è anche attraverso la Lingua dei Segni, ma è un peccato che questa versione non sia presente anche nel loro video ufficiale.
Pierangelo Bertoli ormai è considerato un pilastro fondamentale della canzone italiana; mentre, oggi, la giovane cantante Frida Bollani Magoni, affetta dall’amaurosi congenita di Leber, ma dotata di orecchio assoluto, può già vantare una carriera di tutto rispetto, ma in televisione si vede poco! Insomma, parliamo sì di disabilità, perché ce n’è davvero bisogno, ma mostriamola anche… esattamente come Andrea Bocelli non ha alcun problema a mostrarsi in tutto il mondo».
Vent’anni dopo le sue prime avventure, quali saranno le nuove sfide di MIster Noir?
«Innanzitutto, il 16 ottobre scorso, per celebrare degnamente il ventennale della sua nascita editoriale, è uscito il primo romanzo vero e proprio che lo vede protagonista, Mister Noir: Hate & Love (sempre edito da Oakmond Publishing), una colossale avventura tra Milano, Albisola Superiore, ed Ellera, in provincia di Savona, che fonde temi d’attualità legati al mondo dei giovani – quali i giochi di ruolo virtuali e le famigerate challenge – e il genere Urban Fantasy. Poi, sono già al lavoro su una nuova antologia delle avventure di Mister Noir, che unirà storie di pura fantasia ad altre che partiranno da vicende che mi sono realmente accadute: uno stimolo molto forte per me, perché mi permette di affrontare tematiche che altrimenti rischierebbero di rimanere nell’ombra! Infine, nel 2026 decorrerà il ventennale di Solo!, e io mi sto già attrezzando per celebrarlo come si deve!». (Carmela Cioffi)
L'articolo “Parliamo di disabilità, ma mostriamola anche!”: i primi vent’anni di Mister Noir proviene da Superando.
«La volontà di avviare una collaborazione strutturata per garantire il pieno rispetto dei diritti delle persone con disabilità e promuovere politiche inclusive»: è stato questo il filo conduttore di un proficuo primo incontro tra la FISH (già Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, oggi Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), rappresentata dal proprio presidente Vincenzo Falabella e l’Autorità Garante Nazionale dei diritti delle persone con disabilità, organismo istituito dal Decreto Legislativo 20/24, in applicazione della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, con il presidente di essa Maurizio Borgo e i componenti Francesco Vaia e Antonio Pelagatti.
«Durante l’incontro – si legge in una nota della FISH – sono stati approfonditi temi cruciali come la vigilanza sull’applicazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, il rispetto delle normative nazionali e internazionali e l’eliminazione delle barriere fisiche, culturali e sociali, con una particolare attenzione dedicata alla lotta contro ogni forma di discriminazione, diretta e indiretta, e alla necessità di garantire accomodamenti ragionevoli in tutti i contesti, dal lavoro all’istruzione, per assicurare pari opportunità».
«La FISH e l’Autorità Garante hanno pertanto condiviso l’impegno a proseguire il dialogo – conclude la nota della Federazione – per monitorare e promuovere interventi concreti volti a migliorare la qualità della vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie, una collaborazione che punterà a rafforzare strumenti di tutela, sensibilizzazione e partecipazione attiva alla vita sociale, in linea con i princìpi di uguaglianza e non discriminazione sanciti dalla Costituzione italiana e dai trattati internazionali». (S.B.)
Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishonlus.it.L'articolo Piena collaborazione tra la FISH e l’Autorità Garante dei diritti delle persone con disabilità proviene da Superando.
È disponibile la ristampa del volume Barriere percettive e progettazione inclusiva (sottotitolo Accessibilità ambientale per persone con ridotta capacità visiva) di Lucia Baracco, pubblicato nel 2016, ma già da alcuni anni esaurito. È una pubblicazione che in tanti continuavano a chiedere anche perché è uno dei pochi libri che affronta in modo organico questo tema.
Per riconoscere e superare le cosiddette “barriere percettive” non basta infatti conoscere e applicare alla lettera i regolamenti tecnici, come per la maggior parte delle barriere architettoniche, ma bisogna avere compreso davvero il problema, sapendosi mettere dalla parte di chi affronta l’ambiente costruito in situazione di minorazione visiva.
In questo libro l’Autrice, architetto ipovedente, descrive minuziosamente le difficoltà che incontrano le persone che vedono poco muovendosi nell’ambiente urbano, salendo (ma soprattutto scendendo) scale, attraversando strade, spostandosi in grandi spazi come stazioni o aeroporti, usando i mezzi di trasporto, cercando informazioni e altro.
Centinaia di fotografie illustrano con esempi, sia positivi che negativi, varie situazioni problematiche spiegando le difficoltà degli utenti ma anche l’enorme gamma di possibili soluzioni che, con semplici ed economici accorgimenti, consentirebbero di superare efficacemente il problema e di migliorare la vita di tutti, non solo di chi vede poco.
Parlando di “barriere percettive” ci si concentra di solito sugli accorgimenti multisensoriali che forniscono informazioni a chi non vede (percorsi tattili, informazioni acustiche, etichette in Braille, mappe a rilievo), mentre scarsa attenzione viene riservata alla qualità della comunicazione visiva, nonostante sia questa la modalità di accesso preferita dalla stragrande maggioranza delle persone che vedono poco o male, siano esse ufficialmente ipovedenti, anziane o semplicemente con qualche difficoltà visiva. Analogamente, si può osservare, quando si parla di “barriere architettoniche” si tende spesso a limitare l’attenzione all’accessibilità per la disabilità motoria, dimenticando quella sensoriale.
Il tema di fondo affrontato nel libro è in sostanza quello della “leggibilità ambientale”, ossia dell’efficacia per tutti della comunicazione visiva che in modo esplicito (un segnale, un cartello, il numero dell’autobus…) o implicito (un gradino, una maniglia, un pulsante da premere…) ci consente di muoversi negli ambienti, soprattutto quelli pubblici o meno familiari, evitando i pericoli e indicandoci dove dobbiamo andare o cosa dobbiamo fare. «Queste barriere – dice Lucia Baracco -, non si superano solo fornendo ulteriori e puntuali indicazioni tecniche normative, peraltro necessarie, ma soprattutto attraverso un processo assai più delicato che attiene alla qualità della progettazione e, ancor di più, al buon senso. Non si tratta infatti di eliminare ostacoli fisici, bensì di “aggiungere” informazioni».
Come osserva ripetutamente l’Autrice, è che queste barriere non hanno nessuna giustificazione economica: infatti, «costruire un ambiente più comunicativo e “leggibile” per tutti richiede solo una maggiore attenzione in fase di progettazione, ma nella realizzazione non comporta nessun costo aggiuntivo». «Eppure – osserva amaramente -, anche in occasione della realizzazione di onerosi interventi atti a garantire l’accessibilità dei luoghi, sia di tipo fisico (rampe, ascensori,…), che di tipo percettivo (percorsi e mappe tattili), non si presta quasi mai la giusta attenzione ai problemi di chi vede poco, sottovalutando, ad esempio, la “leggibilità” dei dislivelli o l’efficacia della segnaletica». (Carmela Cioffi)
Il testo è stampato dall’Associazione Lettura Agevolata e non è in vendita presso librerie fisiche od online. Chi è interessato al volume può chiederlo direttamente all’associazione (info@letturagevolata.it) al costo di 20,00 euro (spese di spedizione comprese). Il testo è ora disponibile anche in formato ebook, acquistabile direttamente dall’editore Erickson.L'articolo “Barriere percettive e progettazione inclusiva”: la ristampa di un volume prezioso proviene da Superando.
Strategie per l’inclusione organizzativa di lavoratori con disabilità e metriche di sostenibilità: è il titolo del convegno organizzato da ArlatiGhislandi in collaborazione con Right Hub Società Benefit, che ci sarà il 13 febbraio a Milano (Palazzo Chiesa, Corso Venezia, 36, ore 14.30-18).
Obiettivo dell’evento è descrivere e analizzare gli strumenti convenzionali utili all’adempimento degli obblighi di assunzione stabiliti dalla Legge 68/99 sul diritto al lavoro delle persone con disabilità, e gli effetti che l’adozione di politiche inclusive possono riflettere in un’ottica di responsabilità sociale dell’impresa.
Sarà condotto inoltre un approfondimento con riguardo ai principi di rendicontazione di sostenibilità che afferiscono ai lavoratori con disabilità, secondo quanto disposto dalla disciplina comunitaria CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) più recentemente recepita dal Decreto Legislativo 125/24. (C.C.)
L'articolo Strategie per l’inclusione organizzativa di lavoratori con disabilità proviene da Superando.
Il lavoro nobilita l’uomo. Non è soltanto un modo di dire, realmente avere un impiego retribuito consono alle proprie capacità e aspettative consente agli uomini e alle donne di avere un ruolo nella società, di sentirsi una parte attiva del Paese. Lo si dà troppo spesso per scontato, quando si arriva ad avere un’occupazione stabile ci si adagia nell’abitudine e si perde di vista l’importanza del lavoro, lo si vede solo come un mezzo per “portare a casa la pagnotta”.
La pensano in maniera diversa quelli che un impiego non ce l’hanno, che faticano a trovarlo, oppure che ne hanno uno sottopagato, vengono sfruttati e non hanno tutele in materia di sicurezza. Tra loro, le persone con disabilità che, malgrado la legge preveda siano incluse nel mondo del lavoro, in realtà per la stragrande maggioranza ancora devono vivere di sussidi e con il supporto economico della famiglia, il che allontana ancor di più la prospettiva di una vita indipendente.
Nonostante il tasso di giovani con disabilità che conseguono una laurea sia in costante aumento (dall’anno accademico 1999-2000 ad oggi il numero di universitari con disabilità è quadruplicato, passando da 4.443 unità a 17.073: dati ANVUR-Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca), non si assiste ad un incremento significativo nelle assunzioni. Le più penalizzate sono le donne, malgrado il livello di istruzione più alto. Su tutti gli studenti universitari con disabilità, infatti, il 52,9% sono donne, il 47,1% uomini.
Molte aziende continuano a preferire il pagamento delle sanzioni all’inclusione lavorativa. Nel 2023, nella sola Lombardia, sono stati pagati 76 milioni di euro dalle imprese come “multe” per la mancata ottemperanza alla Legge 68/99 sull’inserimento lavorativo. Ventisei anni dopo la promulgazione di tale norma, se è vero che circa un milione di persone con disabilità è iscritto alle liste di collocamento (su 3,1 milioni di persone con disabilità stimate in Italia), soltanto il 35,8% ha un’occupazione per lo più dipendente (360.000), contro il 62% circa della popolazione generale.
Lo dice una ricerca del 2021 condotta dall’ANDEL (Agenzia Nazionale Disabilità e Lavoro) che traccia anche un identikit del dipendente italiano con disabilità: 59 anni l’età media (solo il 17,5% ha meno di 40 anni), uomo (per le donne la percentuale di occupazione scende al 26,7%), residente al Nord, con una percentuale di invalidità inferiore al 67%, percepisce uno stipendio medio annuo di 18.703 euro (per le donne 16.822 euro).
Sebbene, come precedentemente evidenziato, una laurea in tasca non garantisca un lavoro consono alla propria formazione, una forbice la definisce comunque il livello di istruzione: lavora il 63,5% dei laureati con disabilità, il 42,7% di chi ha il diploma superiore e soltanto il 19,5% di chi ha la licenza media. Tra i settori, la pubblica amministrazione impiega il 49,7% delle persone con disabilità occupate nel nostro Paese, il 27% è assunto nei servizi, il 16,9% nell’industria e il 6,4% nell’agricoltura.
Il primo nodo da risolvere riguarda proprio questi dati, obsoleti e quindi imprecisi, che soltanto se venissero aggiornati con regolarità potrebbero essere la giusta base da cui partire per correggere il sistema. Lo ha evidenziato anche Marino Bottà, direttore generale dell’ANDEL, nelle esaurienti trattazioni dell’argomento frequentemente curate per il nostro giornale.
Dietro questi freddi numeri non bisogna dimenticare che ci sono persone e storie, storie di fatica e persone frustrate da un mercato del lavoro che di fatto non le considera una risorsa e non le mette nelle condizioni di poterlo essere.
Desidero parlare di alcune esperienze che ho raccolto da uomini e donne con disabilità di mia conoscenza che un impiego l’hanno trovato, ma che incontrano quotidiani ostacoli per svolgerlo al meglio.
Cominciamo la carrellata con la ricerca del lavoro, nel caso specifico all’interno di un ente pubblico che per assumere nuovi impiegati e impiegate indice un concorso nel quale viene indicato come requisito indispensabile la patente di guida. Chi lavora in ufficio non necessita di guidare un’automobile, per recarsi al lavoro può essere accompagnato oppure utilizzare i mezzi pubblici. Quindi per quale ragione si richiede la patente? È la domanda che un dipendente con disabilità di quello stesso ente ha fatto alla dirigenza. In via ufficiosa gli è stato risposto che l’ente suddetto è già a norma per quanto riguarda la quota dei dipendenti con disabilità e non volendone altri, ha escogitato questo “cavillo” per escluderli a priori da possibili assunzioni, contando sul fatto che poche sono le persone con disabilità a guidare un’automobile.
Lo stesso “criterio” della patente viene applicato per la medesima ragione quando si tratta di avanzamenti di carriera. Alcuni, infatti, un lavoro ce l’hanno, magari da molti anni, hanno in tasca una laurea e acquisito competenze, pertanto meriterebbero uno ruolo di livello più alto con uno stipendio maggiore. Quel ruolo però viene negato, anche in questo caso senza fare rumore, perché una regola non scritta vuole che il dipendente con disabilità non abbia scatti di carriera, ma rimanga fermo nella posizione più bassa.
Altra esperienza raccolta, quella di una persona che per svolgere il proprio compito ha bisogno di uno specifico software con il quale il PC diventa accessibile. Arriva un aggiornamento del sistema operativo dei computer, occorre dunque un software aggiornato compatibile con la nuova versione del sistema. Senza questo il dipendente con disabilità non è autonomo, è costretto a chiedere aiuto ai colleghi i quali già devono fare il proprio lavoro, un po’ gli danno una mano, ma poi si stancano. Inoltra la domanda, le responsabilità vengono rimbalzate dalla dirigenza all’economato, fino ad arrivare all’ufficio informatico. Il dipendente a questo punto si dichiara disponibile ad acquistare il software e a presentare la fattura per il rimborso, gli rispondono che non è possibile.
Per diverso tempo questa persona con disabilità di mia conoscenza è rimasta a scaldare una sedia in ufficio o poco più, hanno preferito pagarla per non far nulla, piuttosto che metterla nelle condizioni di lavorare.
Questa è una storia a lieto fine, se è vero che pochi giorni fa è arrivata la comunicazione che l’acquisto del software è stato approvato e che presto il dipendente con disabilità potrà tornare alle sue mansioni in autonomia. Ciò non deve però far dimenticare il senso di umiliazione che ha provato per elemosinare uno strumento indispensabile, sentendosi in alcuni casi rispondere con tono impaziente e scocciato, la sua legittima richiesta trattata alla stregua di un capriccio.
In quanto ad umiliazioni penso anche ad una cara amica che da oltre vent’anni lavora presso il Servizio Sanitario Nazionale, benvoluta da chi si rivolge a lei, per lo più persone con disabilità o loro familiari. Ascolta i loro bisogni, non mette fretta nelle telefonate perché sa che dall’altra parte c’è anche il bisogno di essere ascoltati e capiti, non soltanto una fredda pratica burocratica da sbrigare. È in smart working, termine che letteralmente significa “lavoro agile”, ma che per la mia amica di agile ha ben poco. La sua sveglia, infatti, suona prestissimo, deve svolgere tutte le azioni che ognuno fa la mattina, alzarsi, lavarsi, vestirsi, fare colazione, muovendosi in sedia a rotelle e impiegando dunque più tempo del “normale”. Calcolando al minuto tutti gli spostamenti, alle otto può timbrare virtualmente il cartellino e iniziare il lavoro. Una pausa per il pranzo, poi di nuovo al PC fino a metà pomeriggio, quando finalmente può stendersi qualche minuto sul letto prima della fisioterapia che, essendo lei già parecchio stanca, non è efficace come dovrebbe. Comunque non si lamenta con i superiori e potrebbero anche arrivare piccole soddisfazioni, come quando un utente ha sottolineato ad una dirigente la gentilezza e la perizia con cui è stato trattato. Quella dirigente non ha trovato di meglio da dire che «è una donna molto provata», un commento pietistico che invece di gratificare ha voluto sminuire il lavoro e la professionalità della dipendente con disabilità, come se il suo modo di porsi affabile e disponibile derivasse unicamente dalle “disgraziate” condizioni fisiche.
È anche capitato che per mettere nelle “giuste” condizioni i dipendenti con disabilità, si sia pensato di riunirli tutti in un unico ufficio, adducendo motivi di “sicurezza” in caso di evacuazione di emergenza. Si era creato così un autentico “ghetto”, tra l’altro ben poco produttivo e quindi contro l’interesse dell’ente che aveva preso questa decisione. Già, perché ognuno di quei lavoratori con disabilità aveva un ruolo diverso e compiti differenti, ognuno aveva bisogno di stare nell’ufficio competente accanto ai colleghi che avevano le stesse mansioni. Erano tessere di tanti puzzle che non potevano congiungersi in un insieme uniforme.
Ho parlato di persone che un impiego ce l’hanno da svariati anni, ma a quanto pare non va meglio per i giovani con disabilità che oggi si affacciano al mondo del lavoro. Ne abbiamo scritto su queste pagine, in occasione della recente intervista alla ministra per le Disabilità Locatelli, fatta dai ragazzi e dalle ragazze della “redazione inclusiva di Jolly Roger”. Tra chi non trova nessuno che lo assume e chi viene “parcheggiato” in un centro diurno per riempire le giornate, è evidente che il sistema non va come dovrebbe.
Cosa bisogna cambiare? Ad esempio, l’assegno di invalidità che decade quando si supera una data soglia di reddito, andrebbe soltanto sospeso e non annullato. Così facendo, allo stato attuale, nei casi di lavoro a tempo determinato, allo scadere del contratto bisogna rifare da capo tutto l’iter per ottenere la pensione e questo risulta spesso essere un disincentivo.
C’è poi la formazione che deve essere davvero formante per tutti, in grado di innalzare il livello qualitativo del lavoro, mentre ad oggi i corsi destinati alle persone con disabilità sono incentrati su compiti semplici, di basso livello, il che va di pari passo con la consuetudine di collocarle in lavori con poche possibilità di crescita professionale.
Politiche capaci di guardare oltre la propaganda non sono una chimera, lo dimostra l’apertura nella direzione dell’inclusione lavorativa a cui si sta assistendo nell’ultimo periodo da parte delle grandi società con oltre 500 dipendenti. In queste realtà è aumentata sia la quantità che la qualità delle assunzioni delle cosiddette “categorie protette” che oggi sono impiegate per il 26% nel back office, il 23% in amministrazione, il 18% nel settore informatico, il 10% circa come addetti alle vendite.
Un tavolo di lavoro a livello nazionale guidato dalle grandi multinazionali che impiegano con successo dipendenti con disabilità potrebbe fare da traino per le piccole e medie imprese.
*Direttrice responsabile di Superando. Contributo elaborato con la collaborazione di Filippo Visentin.
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Sembra quasi fantascienza pensare che ieri, 11 febbraio, sia già passato un anno da quando abbiamo perso Antonio Giuseppe Malafarina, direttore responsabile di Superando dagli inizi del 2023, ma soprattutto Persona cara e amica di chi scrive.
Antonio era un bravo giornalista, ma anche un poeta e soprattutto una Persona con la P maiuscola. Era stato bello, alla fine del 2022, proporgli a nome del nostro editore la carica di direttore responsabile del giornale e sentirlo accettare con «emozione decisamente intensa», come aveva scritto nel suo editoriale di presentazione. Aveva chiuso in tal modo un cerchio ideale con Franco Bomprezzi, nostro direttore responsabile per dieci anni, fino alla sua scomparsa nel 2014, e che Antonio aveva sempre riconosciuto apertamente come il suo maestro di giornalismo e di vita.
Negli ultimi suoi mesi di vita era riuscito a fornire un contributo sostanziale alla chiusura della guida Comunicare la Disabilità. Prima la persona, progetto da lui fortemente voluto, insieme ad alcuni colleghi e amici, e ben volentieri accolto dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, per promuovere una comunicazione adeguata e rispettosa delle persone con disabilità negli organni d’informazione.
Di quella guida e altro parla Alessandro Cannavò, nel contributo pubblicato da InVisibili, blog del «Corriere della Sera.it», che con grande piacere riprendiamo qui di seguito.
Da parte nostra, oltre a tenere sempre nella mente e nel cuore il sorriso con cui Antonio chiudeva ogni sua comunicazione, lo faremo anche con i versi del Muro liberato, grazie ai quali aveva arricchito il murale dedicato proprio a Franco Bomprezzi al Parco della Chiesa Rossa di Milano: Muri / proteggono / delimitano / isolano. / Minacciosi / placidi / rassicuranti / fieri / giovani e consunti / variopinti e anonimi / demoliti / supponenti ed eleganti / altezzosi, smarriti / poveri e agonizzanti. / Disteso / lungo il parco della Chiesa Rossa / narra / di musica e persone / culture e storia / un murale aggrappato a una parete / come l’esistenza / appesa all’umanità.
Anche un anno dopo, Antonio, grazie di tutto, e permettimi di dirtelo: un sorriso,
(Stefano Borgato)
Antonio Giuseppe Malafarina, un anno dopo il ricordo è pieno di progetti
di Alessandro Cannavò*
Quando qualcuno calerà il sipario / uscirò dalla vita di ognuno/
oh, sì, ne uscirò dalla porta maestra / quella per cui sono entrato/
sommessamente / silenziosamente / e non suonando/ rombando/ tuonando grancasse/
ma facendo lo stesso casino / restandovi dentro.
Un anno senza Antonio Giuseppe Malafarina. Il suo corpo totalmente paralizzato che “dialogava” con la sua mente sempre in viaggio tra mille idee, pensieri, proposte, provocazioni. La forza delle parole. Come quelle delle sue poesie, di cui qui sopra abbiamo riportato alcuni versi da Quando qualcuno calerà il sipario. Ma anche il peso delle parole, di cui era cosciente come giornalista, al punto da voler redigere, insieme a Claudio Arrigoni, una guida al linguaggio corretto sulla disabilità.
Ieri, 11 febbraio, l’omaggio ad Antonio è partito da qui in una giornata ricca di contenuti, organizzata da Simone Fanti, vicepresidente del Premio Bomprezzi-Capulli, insieme con la Fondazione Mantovani Castorina [Antonio Giuseppe Malafarina era presidente onorario di quest’ultima, N.d.R.]. Una giornata non solo di ricordi, ma con un piglio costruttivo attorno a una delle sfide, quella del linguaggio, che anche noi di InVisibili riteniamo di fondamentale importanza per smontare pregiudizi e favorire una svolta culturale sulla disabilità.
Ne hanno parlato, oltre ad Arrigoni, Martina Fuga, presidente di Coordown (Coordinamento Nazionale Associazioni delle Persone con Sindrome di Down), con la portavoce Marta Sodano; Eliana Liotta, direttrice del magazine «BenEssere»; e Fortunato Nicoletti, vicepresidente della Consulta per i Diritti delle Persone con Disabilità di Milano.
Come esprimersi nel modo corretto, usando i termini “giusti”, della disabilità? Un esercizio che richiede attenzione e umiltà. «Questa è la ragione per cui con Antonio scrivemmo il libro – spiega Arrigoni -. Ma attenzione, si tratta di un work in progress, così come è impensabile oggi che si parli di handicappati, termine in voga alcuni decenni fa, l’attuale definizione di persona con disabilità in futuro sarà sicuramente soggetta ad altre evoluzioni».
Eliana Liotta ha ricordato il suo incontro con Antonio per il rinnovo (a partire dal titolo) della sua rubrica che teneva già da tempo sul magazine. «Un incontro che purtroppo non ha avuto seguito perché Antonio è mancato alla vigilia dell’uscita del suo articolo per il quale gli avevo chiesto di trattare proprio il tema del linguaggio. E il suo insegnamento mi ha aperto la mente, mi ha cambiato la vita».
Martina Fuga ha raccontato la rivoluzione nella comunicazione della disabilità attuata da CoorDown, nata come una piccola associazione milanese alla quale si sono associate realtà simili di tutta Italia e che poi è diventato un esempio internazionale nel campo della sindrome di Down e più in generale delle disabilità intellettive. Ogni 21 marzo, Giornata Mondiale della Sindrome di Down, Coordown presenta un video spiazzante per il taglio innovativo, talvolta provocatorio, che sa smuovere le nostre sensibilità. «Abbiamo voluto eliminare subito ogni aspetto pietistico o medico assistenziale, ma anche un certo paternalismo: dunque niente testimonial famosi a sostenere una causa. Inoltre cerchiamo di evitare anche l’idea del super eroe, cioè di chi ce la fa ad affermarsi malgrado la disabilità. Le nostre sono storie di persone con la sindrome di Down che si battono in prima persona per il diritto a una vita normale, di pari opportunità».
Quanto ribadito da Marta Sodano, che nel 2019 ebbe la possibilità di presentare questi concetti a un’Assemblea dell’ONU. Marta lavora da anni nell’amministrazione di un’azienda, posto di lavoro conquistato grazie alle sue abilità e competenze. «Ci sono parole, espressioni o considerazioni che ancora mi feriscono. Ci battiamo per la nostra autonomia e per affermare la nostra volontà in ogni aspetto della vita, dal lavoro al sesso. Eppure mi sento ancora domandare: ma il tuo ragazzo è come te? Io davanti a questa domanda sarei tentata di pensare che mi chiedono se il mio ragazzo ha le mie stesse passioni, i miei stessi obiettivi. E invece la curiosità riguarda sempre la mia condizione di disabilità».
Fortunato Nicoletti ha riflettuto su come concretare nella vita quotidiana di una grande città i diritti delle persone con disabilità. «Se Milano può essere considerata avanti rispetto ad altre realtà urbane per la presenza di una Consulta, dobbiamo ammettere che questa città deve fare ancora molti passi avanti per quanto riguarda l’accessibilità. Un termine che per altro si è evoluto nel tempo: oggi accessibilità non vuol dire soltanto sostituire una scala con una rampa. Ora l’occasione da non perdere sono i Giochi Invernali Olimpici e Paralimpici. In termini di linguaggio e di cambiamenti concreti». «Lo sport, come l’arte, è da sempre un mezzo efficace per il cambiamento», ha ripreso Arrigoni.
Le mille sfaccettature della personalità e del talento di Antonio sono state poi ricordate da Roberta Curia, coordinatrice del Festival delle Abilità, di cui Antonio era una delle menti creative; l’architetto e designer Giulio Ceppi, con il quale Antonio aveva fondato la società Diwergo, che era riuscita a ottenre una preziosa collaborazione con Alessi per riportare in alcuni oggetti domestici i famosi aforismi di Malafarina («Il piatto è il più democratico, mette tutti sullo stesso piano», «L’inclusione è una parola magica: quando c’è, sparisce»); Angelo Mantovani, padre della Fondazione Mantovani Castorina, che da medico ha ricordato il salvataggio di Antonio (dopo l’incidente che aveva avuto a 18 anni), con un intervento che gli permise di respirare autonomamente; Milton Fernandez, direttore artistico a Milano del Festival della Letteratura e del Festival Internazionale di Poesia, che davanti al padre commosso, Bruno Malafarina, ha letto con intensità alcuni componimenti di Antonio, e ha parlato del premio alla poesia nel suo nome, che verrà lanciato quest’anno nella Giornata Mondiale del 21 marzo.
Si è parlato anche di tecnologia in questo primo anniversario così pieno di affetto ma anche di idee per il futuro, grazie alla Fondazione ASPHI, che ha presentato un nuovo sistema di interpretazione e “traduzione” delle voci disartriche.
E alla fine si è brindato con il vino di Eleonora Bianchi, fondatrice di Terre di d’Aenor, giovane etichetta di coltivazione biologica della Franciacorta. Perché, come scriveva sempre Antonio, si deve sempre chiudere con “un sorriso”.
*Il presente contributo di Alessandro Cannavò è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it» e viene qui ripreso per gentile concessione.
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L’Ordinanza n. 449/2025 della Corte di Cassazione, Sezione Tributaria Civile, rappresenta una pronuncia di rilievo nell’ambito del diritto tributario e della tutela delle persone con disabilità, con particolare riferimento alla deducibilità delle spese per l’assistenza alle persone con disabilità grave.
La questione sottoposta al vaglio della Suprema Corte riguardava l’interpretazione dell’articolo 10, comma 1, lettera b) del TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi), che disciplina la deduzione dal reddito complessivo delle spese sostenute per l’assistenza personale di persone con disabilità grave e permanente.
L’ordinanza chiarisce un punto controverso: le spese per l’assistenza sono deducibili anche se il personale impiegato non possiede una qualifica professionale specifica? La risposta della Cassazione è affermativa, con argomentazioni che si inseriscono nel solco della tutela rafforzata delle persone con disabilità e della loro famiglia.
Il caso.La vicenda nasce dal ricorso di un contribuente che aveva dedotto integralmente dal proprio reddito le spese sostenute per l’assistenza domiciliare prestata da due collaboratrici domestiche alla moglie, riconosciuta invalida al 100%.
L’Agenzia delle Entrate contestava la deduzione sostenendo che, ai sensi della normativa vigente, solo le spese per assistenza specialistica prestata da personale qualificato (come infermieri, fisioterapisti o OSS) possono essere dedotte integralmente ai sensi dell’articolo 10 del TUIR.
Secondo l’Agenzia, le spese per assistenza generica fornita da collaboratrici domestiche avrebbero potuto rientrare esclusivamente nell’articolo 15, comma 1, lettera c) del TUIR, che prevede una detrazione d’imposta limitata al 19% della spesa sostenuta, con un tetto massimo di 2.100 euro annui e solo per contribuenti con redditi fino a 40.000 euro.
Il contribuente, non condividendo questa interpretazione, ha presentato ricorso, impugnando l’avviso bonario dell’Agenzia delle Entrate, sostenendo che l’assistenza prestata alla moglie disabile grave rientrava nelle spese deducibili integralmente, indipendentemente dalla qualifica professionale degli assistenti.
Un primo ricorso è stato dichiarato inammissibile dalla Commissione Tributaria Provinciale di Torino, che riteneva non impugnabile l’avviso bonario.
A seguito della decisione, l’Agenzia emetteva cartella esattoriale nei confronti del contribuente il quale a sua volta impugnava detta cartella riaffermando l’integrale deducibilità delle spese.
Questa volta, la Commissione Tributaria provinciale di Torino accoglieva il ricorso del contribuente ed annullava la cartella esattoriale.
Ma sia L’agenzia delle Entrate che il contribuente impugnavano le decisioni di primo grado che li avevano visti entrambi soccombenti alla Commissione Tributaria Regionale del Piemonte la quale accoglieva l’appello del contribuente, dichiarando l’autonoma impugnabilità dell’avviso bonario e rigettava l’appello dell’Agenzia delle Entrate, confermando l’annullamento della cartella.
Avverso questa pronuncia, l’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per Cassazione.
La Decisione della Suprema Corte.La Corte di Cassazione, ha respinto il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, sancendo un principio di diritto particolarmente favorevole ai contribuenti che assistono familiari con disabilità grave.
Un punto importante della decisione riguarda l’interpretazione dell’espressione “assistenza specifica” contenuta nell’articolo 10, comma 1, lettera b) del TUIR.
L’Agenzia delle Entrate riteneva che tale locuzione dovesse riferirsi alla qualifica professionale di chi presta l’assistenza, e che, quindi, la deducibilità integrale fosse limitata solo alle prestazioni di personale sanitario o socio-sanitario.
La Cassazione ha invece stabilito che il concetto di assistenza specifica non dipende dalla qualifica del prestatore d’opera, ma dalla finalità dell’assistenza stessa, ovvero il sostegno a una persona con disabilità grave e permanente.
Pertanto, anche le spese per assistenza fornita da collaboratrici domestiche possono essere dedotte integralmente, a condizione che il destinatario dell’assistenza sia una persona con disabilità grave e permanente, riconosciuta ai sensi dell’art. 3, comma 3 della Legge 104/1992 e che le spese siano documentate e finalizzate a garantire la cura del disabile in modo continuativo.
L’ordinanza chiarisce anche la differenza tra le due principali disposizioni fiscali in materia di spese per assistenza.
L’art. 10, comma 1, lettera b) del TUIR prevede la deduzione integrale delle spese per assistenza a soggetti con disabilità grave e permanente.
Non si limita alle sole prestazioni di personale qualificato, ma si estende a qualsiasi tipo di assistenza necessaria a garantire il supporto alla persona con disabilità.
Mentre l’art. 15, comma 1, lettera c) del TUIR prevede una detrazione del 19% delle spese sostenute per assistenza a soggetti non autosufficienti ed è soggetta a limiti di importo e di reddito, ed è quindi meno favorevole per il contribuente.
La Cassazione ha quindi stabilito che non è corretto assimilare le spese per l’assistenza ai disabili gravi a quelle per i soggetti non autosufficienti, poiché il TUIR prevede un regime fiscale più favorevole per le persone con disabilità riconosciuta ai sensi della Legge 104/1992.
Implicazioni pratiche dell’ordinanza.L’ordinanza n. 449/2025 ha rilevanti conseguenze pratiche per i contribuenti, i professionisti fiscali e l’Agenzia delle Entrate.
Per i contribuenti:
Per l’Agenzia delle Entrate
Per i professionisti del settore fiscale
L’Ordinanza n. 449/2025 della Cassazione conferma un’interpretazione estensiva e favorevole ai contribuenti in materia di deducibilità delle spese per l’assistenza ai disabili gravi.
La decisione rafforza la tutela fiscale delle persone con disabilità e delle loro famiglie, eliminando un’ingiustificata restrizione nell’applicazione dell’articolo 10 del TUIR.
Nei prossimi mesi, sarà interessante osservare se l’Agenzia delle Entrate aggiornerà la propria prassi interpretativa o se saranno necessari ulteriori interventi giurisprudenziali per consolidare questo orientamento.
Approfondimento a cura del Centro Studi Giuridici HandyLex
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Dal 25 gennaio al 1° febbraio scorsi si è svolta la terza edizione della scuola di sci per persone con disabilità al Sestriere (Torino), un evento che, anno dopo anno, si consolida come un’esperienza unica di sport, inclusione e pura emozione. Grazie all’Associazione Freewhite Sport Disabled, guidata dal maestro Gianfranco Martin, olimpionico e Ufficiale al Merito della Repubblica Italiana – lo sci è diventato un’opportunità senza limiti.
L’iniziativa è nata da un’idea di chi scrive [Maria Rosaria Ricci], giornalista pubblicista e autrice del libro autobiografico Abilmente: il coraggio di non arrendersi, volume che fin dalla sua prima presentazione, nel gennaio 2018, ha accompagnato il progetto Sviluppa e Potenzia le Proprie Abilità, nato con l’obiettivo di promuovere attività inclusive e di potenziamento delle capacità delle persone con disabilità, in stretta collaborazione con alcuni volontari dell’Unitalsi Napoli.
Grazie alla vendita del libro e al sostegno di aziende e fondazioni, il progetto ha potuto consentire iniziative di grande impatto, come l’ippoterapia e i viaggi a Lourdes, oltre appunto alla scuola di sci del Sestriere, diventata un appuntamento fisso e atteso con trepidazione da dieci sciatori con disabilità, che per mesi sognano di tornare su quelle piste innevate.
La scelta del Sestriere non è stata casuale. Fin dal primo momento in cui l’ho conosciuto e ho scoperto che il maestro Gianfranco Martin rendeva lo sci accessibile a tutte le disabilità, ho capito che non avrei mai voluto viverlo da sola. Sarebbe stato un peccato non condividerlo con i miei “folli amici speciali”. Sarebbe stato come custodire un tesoro gelosamente, negando ad altri la possibilità di provare qualcosa di meraviglioso. Volevo insomma che anche loro, come me, provassero l’ebbrezza di sciare, sperimentando la velocità e il vento che, con infinita delicatezza, accarezza il viso. Emozioni e sensazioni che io stessa provo ogni volta.
Sciare per me è pura libertà. Amo la neve più di qualsiasi altra attività sportiva. Mi affascina la sensazione di appartenenza, quel momento in cui la mia “diversità” si fonde con quella dei miei amici che sciano in piedi e, con il loro entusiasmo, mi trasmettono energia e passione. Ma ciò che mi colpisce di più è la loro disponibilità a mettersi al servizio degli altri, in modo autentico e concreto
Fondamentale è il supporto dei volontari, undici persone straordinarie, che ogni anno rendono possibile questa esperienza, regalando una settimana indimenticabile ai partecipanti. Grazie a loro ho imparato che il vero volontariato è un atto di cura profonda e disinteressata. Non è solo aiuto materiale, ma un gesto d’amore puro, fatto con passione e senza aspettarsi nulla in cambio. Quando penso alla loro dedizione, i miei occhi si riempiono di gioia ed emozione. È grazie a loro che trovo la forza di dare ciò che posso, nel mio piccolo. Ed è grazie a loro che sono riuscita a organizzare la terza edizione della scuola di sci al Sestriere. Insieme a chi guarda alla disabilità con occhi nuovi, come parte di una normalità senza barriere, abbiamo realizzato qualcosa di straordinario.
La terza edizione della scuola di sci per persone con disabilità è stata dunque resa possibile grazie alla grande disponibilità degli accompagnatori, che con pazienza e dedizione affiancano gli sciatori, garantendo loro sicurezza e supporto. Ogni anno, questa esperienza si arricchisce di nuovi momenti indimenticabili, diventando sempre più intensa e significativa.
Ma il progetto Sviluppa e Potenzia le Proprie Abilità non si ferma qui: continua infatti a far sognare, a crescere e a offrire opportunità concrete di sport e inclusione, dimostrando che la vera libertà non sta nell’assenza di limiti, ma nella volontà di superarli insieme.
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Le descrizioni adattate dei carri allegorici, audioregistrate e con il saluto degli stessi carristi: è quanto prevede l’iniziativa promossa dalla Fondazione Alfredo Catarsini 1899, impegnata da anni nel progetto L’arte accessibile per tutti, accolto e a sua volta promosso dalla Fondazione Carnevale di Viareggio, iniziativa che renderà quest’anno lo stesso Carnevale di Viareggio accessibile anche alle persone con disabilità visiva. Il tutto verrà presentato nel pomeriggio del 13 febbraio, durante l’Anteprima alla Fondazione, organizzata dalla Fondazione Catarsini 1899, ma che si svolgerà presso il Museo della Cittadella del Carnevale (Via Santa Maria Goretti, 5, Viareggio, ore 17; ingresso libero fino a esaurimento dei posti disponibili; prenotazione gradita al numero 342 1684031).
Il titolo dell’Anteprima è Presentazione del progetto Carnevale accessibile per tutti e, oltre alla presidente della Fondazione Catarsini 1899, Elena Martinelli, e alla Presidente della Fondazione Carnevale di Viareggio, Marialina Marcucci, saranno presenti per l’occasione Elena Torre, Paola Olivieri, Claudia Menichini, la voce narrante Laura Bertuccelli e alcuni carristi autori delle allegorie che sfilano in questi giorni sui viali a mare della città toscana. (S.B.)
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A prescindere dalla modalità con cui uno lavori, la professione acquisisce valore aggiunto se ti permette di entrare in contatto con personalità arricchenti. Io, che da più di quindici anni audiodescrivo per professione, non dimentico mai di fare la conoscenza e ascoltare il parere dei veri fruitori dei miei copioni: gli spettatori ciechi e ipovedenti che fieramente rivendicano un cinema accessibile. Tra i tanti amici, fruitori delle mie audiodescrizioni, molti mi testimoniano con le loro esperienze di vita che ogni ostacolo è sormontabile se accompagnato da passione e talento.
La persona che vorrei presentare oggi, di passione e talento ne ha da vendere: è Rita Consiglio, in arte “Esmeralda”, cantante, attrice e scrittrice. Questo suo nome d’arte – racconta lei stessa – nasce dalla visione che ha dell’artista, ovvero quella di una gitana, anima errante in giro per il mondo, “libera libera libera”, come recita la sua ultima canzone.
Esmeralda, che è la gitana per eccellenza, cela in sé un significato molto importante, ovvero quello della “speranza” e della “rinascita”. Concetti che Rita rivendica ardentemente con la sua produzione e la sua esperienza di vita. L’ho intervistata per Superando: abbiamo parlato di arte e cinema, scendendo poi nell’affascinante quanto essenziale mondo delle audiodescrizioni.
Come ti sei accostata al mondo della musica, della recitazione teatrale e della scrittura?
«Tutto è avvenuto gradualmente. Mio padre mi ha iscritta a una scuola di canto di Palermo, dopo essersi reso conto che in macchina cantavo continuamente le canzoni di Celine Dion o Barbra Streisand. L’ho approfondito nel conservatorio di Carini, con quella che è ancora la mia insegnante che mi segue e supporta nel mio percorso artistico.
La passione per il teatro l’ho coltivata fin da piccola durante le recite scolastiche. Nel 2019 ho frequentato un corso di dizione e lettura espressiva prima e un corso di teatro vero e proprio poi. Il mondo della voce in tutte le sue sfaccettature mi ha sempre affascinato: già da piccolina ascoltavo con molta attenzione i doppiatori, cercando di imitarne il modo di parlare e divertendomi a cambiare voce e tono a seconda delle situazioni.
Alla scrittura, invece, mi sono avvicinata più tardi, dopo il Covid. Improvvisamente, ho sentito l’esigenza di buttare fuori quello che avevo dentro non solo con il canto, ma anche con la scrittura. Ho pubblicato alcune opere in una collana antologica e due libri di poesie, di cui uno interamente mio. Trovo che tutte queste discipline siano intrinsecamente collegate, tant’è che con la poesia autobiografica La regina scalza, ripercorro il mio primo giorno sul palco come “Esmeralda” – poesia che mi è valsa il secondo posto al Premio Internazionale Ovidio».
Quali sono i traguardi artistici di cui vai più fiera?
«In primis la pubblicazione del mio primo singolo Libera libera libera, pubblicato lo scorso 18 dicembre con la Tilt Music Production. Ne vado fiera perché è un brano arrivato dopo anni di studio, sacrificio e dedizione: qualcuno finalmente si è accorto di Esmeralda e di quello che voleva regalare al mondo. Da questo brano, scaturirà il mio primo concerto, Esmeralda love musical, a Cherasco (Cuneo) il 21 febbraio, un traguardo che riempie il mio cuore di gioia.
C’è inoltre la passione per il flamenco: il look di Esmeralda è prettamente gitano, andaluso, e mi aiuta a esprimere ciò che sento quando sto sul palco. Con la mia maestra di ballo sono già riuscita a fare due saggi: c’è ancora molto da lavorare, ma è bellissimo poter fare anche questo.
Infine, una delle emozioni più belle del 2024 è stata la vincita del Premio Unica Voce a Forlì. Per un’artista che ha fatto della sua voce il suo mondo, credo non ci sia premio più bello.
Un’altra soddisfazione è un romanzo a cui sto lavorando attualmente, nel quale denuncio la Grande Retata dei Gitani – un fenomeno storico di deportazione e persecuzione accaduto nel XVIII secolo di cui ancor oggi nessuno parla e che invece ha destato il mio interesse, vista la passione che ho per il mondo andaluso».
Hai mai vissuto la cecità come un vincolo nella realizzazione della tua carriera?
«Sì, mi è capitato più volte. Mai per causa mia: sono sempre stata disposta ad adattarmi e ad imparare perché l’arte è il mio mondo. È stato per causa d’altri: in primis, alcuni insegnanti delle superiori che mi impedirono di fare teatro per “non prendersi responsabilità”. Oggi posso dire con soddisfazione che sia nella compagnia teatrale in cui recitavo l’anno scorso sia in quella attuale sono l’unica ad avere una disabilità. Gli stolti si incontrano ovunque. Diciamo che parto sempre un po’ prevenuta, in maniera che qualora arrivi un “no” sono già preparata psicologicamente».
Qual è il tuo rapporto con il cinema e la televisione? Fruisci spesso di audiodescrizioni?
«Ho sempre guardato la televisione, fin da piccola. I miei genitori sono sempre stati appassionati di film e serie televisive, delle quali spesso mi descrivevano le immagini. È per questo che ho cominciato a usufruire delle audiodescrizioni solo più avanti. Sono particolarmente appassionata di gialli e film d’azione, per i quali non è sempre facile audiodescrivere, per la frenesia delle clip su schermo. Tra le audiodescrizioni più belle che ho ascoltato, ricordo con piacere quelle del Commissario Montalbano».
Dal tuo punto di vista, come valuteresti la situazione delle audiodescrizioni in Italia, in termini di quantità, ma soprattutto di qualità?
«Quantitativamente la situazione potrebbe essere migliore: i cartoni animati, per esempio, scarseggiano. Per un bambino affetto da cecità è praticamente impossibile usufruirne, a meno che gente vedente non si metta lì a spiegargli per filo e per segno ciò che succede. Questo è spesso impraticabile, dal momento che anche i cartoni sono sempre meno parlati.
Qualitativamente, per me una buona audiodescrizione parte anche e soprattutto dalla dizione di chi speakera, dal suo timbro vocale. Capita spesso negli audiolibri di sentire lettori inascoltabili o carenti di empatia. Lo stesso vale anche per le audiodescrizioni. Da qui, la necessità e l’urgenza di investire di più nelle audiodescrizioni. Adeguarsi al mondo che corre significa anche non lasciare indietro chi ha voglia di correre, ma è costretto ad andare un po’ più piano».
Quando guardi un film o un episodio, che cosa apporta a te un’audiodescrizione che reputi ben fatta?
«Un’audiodescrizione ben fatta apporta qualcosa in più a chi sta guardando: dà completezza alla fruizione con quel tassello mancante di cui si sentiva il bisogno. È bello poter guardare un film sapendo di non dipendere da chi è con te, che spesso non sa neppure quale sia il modo giusto per descriverti ciò che vede. Ricordo che spesso, da piccola, è capitato che mia madre mi dicesse: “Dunque, aspetta, e come te lo posso spiegare?”. Non sempre chi guarda con te, seppur vivendo tutti i giorni la situazione, sa come approcciarsi al giusto modo per descrivere: serve una figura professionale. Credo sia importante dare la propria testimonianza, collaborare affinché le audiodescrizioni siano fatte sempre meglio. I suggerimenti da parte di chi vive il problema della cecità possono essere un contributo importante per chi si troverà a descrivere».
Credo che questa intervista con l’artista Esmeralda sia stata certamente capace di apportare un esempio più che positivo a quanti possono avere intenzione di fare, ma che per questo o quel motivo ancora attendono o ci ripensano. D’altro canto, il dialogo con la Rita fruitrice non ha mancato di fornire importanti spunti per capire quale sia la visione dell’audiodescrizione e che cosa si possa fare per migliorare questo ausilio che aspetta già da troppo tempo un riconoscimento ufficiale per dare tanto ai professionisti quanto ai fruitori il valore che meritano. Nel frattempo, abbandoniamoci all’ascolto di questo nuovo singolo di Esmeralda: Libera, libera, libera.
*Adattatrice di dialoghi, audiodescrittrice, docente universitaria, attualmente al lavoro al suo quinto libro. Ne segnaliamo anche, sempre sulle nostre pagine (a questo, questo e questo link), i recenti contributi intitolati “La buona audiodescrizione di un ‘teen drama’”, “L’audiodescrizione del film ‘Sei nell’anima’, che racconta l’ascesa di Gianna Nannini” e “Accessibilità al quadrato: l’audiodescrizione di ‘All Blinds – Il baseball come non lo avete mai visto’”.
L'articolo Rita Consiglio, in arte “Esmeralda”, artista a tutto tondo dal cuore gitano proviene da Superando.
Come riferito a suo tempo, nella riunione dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità svoltasi il 3 dicembre scorso, in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, è stato approvato all’unanimità, tra le altre cose, il documento finale del Gruppo di Lavoro sulla violenza nei confronti delle donne con disabilità. La costituzione di quest’ultimo era stata annunciata dalla ministra per le Disabilità Locatelli il 25 novembre 2023, nel corso di una riunione straordinaria dell’Osservatorio legata alle celebrazioni della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, riunione cui aveva preso parte anche la ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità Roccella.
Scopo del Gruppo, i cui lavori sono iniziati il 26 marzo dello scorso anno, concludendosi il 9 luglio successivo, era, appunto, produrre un documento con delle indicazioni da proporre al Comitato Tecnico dell’Osservatorio Nazionale sulla violenza contro le donne. Ora il documento in questione è stato reso pubblico. La denominazione di esso è Documento finale del Gruppo di lavoro sulla questione della violenza contro le donne con disabilità dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità ed è disponibile (in formato pdf) a questo link.
Prima di entrare nel merito dei contenuti, va specificato che questo documento non contiene misure esigibili, ma si limita a proporre suggerimenti che – forse – potrebbero confluire nel prossimo Piano di azione sul contrasto alla violenza a cui sta lavorando l’Osservatorio Nazionale sulla violenza contro le donne. Dunque, al momento non è possibile dire se e in che modo tali suggerimenti saranno recepiti. Veniamo ora ai contenuti più rilevanti.
Preliminarmente va segnalato che il documento in esame è suddiviso in tre parti che affrontano i seguenti aspetti: Accessibilità della comunicazione e dell’informazione, Standard minimi dei Centri antiviolenza (CAV) e delle Case rifugio e Linee guida sulla violenza contro le donne con disabilità e formazione delle operatrici.
Una nota introduttiva informa che il testo «è stato realizzato sulla base dei contributi presentati, discussi e condivisi nell’àmbito del Gruppo di lavoro sulla questione della violenza contro le donne con disabilità costituito nell’ambito dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità», e che vi hanno preso parte i/le rappresentanti delle Amministrazioni, Enti e Associazioni che già partecipano ai lavori dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità (l’elenco di tali soggetti è pubblicato a pagina 2).
Nella Premessa, tra le altre cose, viene specificato che la violenza nei confronti delle donne con disabilità presenta caratteristiche peculiari, che può essere agita da estranei, ma anche da parte di caregiver familiari e conviventi, in àmbito domestico e negli spazi di cura, ricovero ed accoglienza.
Viene inoltre rilevato come, ad oggi, «l’assistenza ed il supporto alle vittime nei percorsi di uscita dalla violenza sono spesso pensati in riferimento a donne, per lo più, che non presentano alcun tipo di disabilità», e che il proposito di modificare questa situazione «alimenta veri e propri obblighi giuridici, etici, morali e sociali» (pagina 4, grassetti nostri in questa e nelle successive citazioni testuali).
Nell’Introduzione viene opportunamente richiamato l’articolo 6 (Donne con disabilità) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (ratificata dall’Italia con la Legge 18/09), che riconosce come le donne con disabilità siano esposte a discriminazione multipla (un tipo di discriminazione che si basa su più fattori, nel caso specifico: il genere e la disabilità).
Sono poi riportati gli ultimi dati ISTAT disponibili (desunti dal rapporto La violenza contro le donne dentro e fuori la famiglia. Anno 2014), da cui risulta che le donne con disabilità sono più esposte a tutte le forme di violenza di genere rispetto alle altre donne.
Viene quindi segnalata la frammentarietà e la parzialità nella rilevazione dei dati sul fenomeno della violenza nei confronti delle donne con disabilità, e si considera come «fondamentale» che il sistema integrato di rilevazione dei dati «generi flussi strutturati d’informazioni fruibili a livello nazionale e locale, con dati disaggregati per le diverse condizioni, in particolare per l’eventuale condizione di disabilità della vittima di violenza e la sua relazione con l’autore o gli autori della violenza. L’importanza dei dati statistici e la loro capacità di fornire una comprensione dettagliata e accurata della portata e della natura di questo fenomeno forniscono una solida base per l’elaborazione di politiche e interventi mirati anche normativi» (pagina 8).
In un ulteriore passaggio viene segnalato che l’Italia ha ratificato altri due trattati specificamente centrati sulle questioni di genere: la CEDAW (ovvero la Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne, la cui ratifica è stata prevista dalla Legge 132/85), e la Convenzione di Istanbul (ossia la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica, ratificata dal nostro Paese con la Legge 77/13).
Vengono poi elencati i principali provvedimenti programmatici (i diversi Piani d’azione) e normativi adottati dal nostro Paese in ottemperanza degli impegni scaturiti dalla ratifica delle ultime due Convenzioni menzionate, e altre disposizioni inerenti all’area della disabilità.
Il documento da un lato riconosce che «il contrasto alla violenza sulle donne con disabilità richiede un approccio sistemico basato sulla sensibilizzazione, l’educazione, la legislazione e l’azione concreta», ma poco più avanti precisa che «sul piano finanziario le azioni, le finalità e gli obiettivi indicati nel presente Documento dovranno essere conseguiti con le risorse umane, strumentali e finanziarie previste a legislazione vigente» (pagine 9). E tuttavia è abbastanza irrealistico credere che si possa realizzare «un approccio sistemico» senza che a tale scopo vengano destinate risorse specifiche.
Per quel che riguarda gli aspetti descrittivi del documento rinviamo a una lettura dello stesso, mentre proponiamo a questo link quelli che si configurano quali suggerimenti, giacché, come accennato, essi sono presentati come mere possibilità. Qualche esempio può aiutare a comprendere meglio in cosa si concretizza questa modalità.
Pertanto, laddove l’articolo 9 (Accessibilità) della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità prescrive che «gli Stati Parti adottano misure adeguate a garantire alle persone con disabilità, su base di uguaglianza con gli altri, l’accesso all’ambiente fisico, ai trasporti, all’informazione e alla comunicazione, compresi i sistemi e le tecnologie di informazione e comunicazione», nel documento si scrive, invece, che «si potrebbero creare campagne di sensibilizzazione, accessibili, che mettano in evidenza la violenza contro le donne con disabilità» (pagina 16). Dunque da un lato la Convenzione ONU dispone delle prescrizioni molto precise in materia di accessibilità all’informazione, dall’altro vi è un documento che considera la creazione di campagne di sensibilizzazione accessibili in tema di violenza come mera possibilità.
Altro esempio: davanti alla constatazione che la quasi totalità della Case rifugio si sono dotate di criteri di esclusione dall’accoglienza delle donne con particolari vulnerabilità (tra cui figurano le donne con disabilità) e dei loro figli e figlie – una pratica in palese contrasto con il principio di non discriminazione esplicitato con forza nell’articolo 4 della Convenzione di Istanbul –, il documento si limita a suggerire che «è auspicabile garantire che i servizi antiviolenza non adottino criteri di esclusione nell’accoglienza delle donne, ma costituiscano, invece, reti territoriali finalizzate alla presa in carico delle donne, vittime di violenza, esposte a discriminazioni multiple» (pagina 26).
Qui possiamo osservare come l’impiego dell’aggettivo auspicabile – che, stando al Vocabolario Treccani, viene utilizzato «per lo più in funzione di predicato con valore neutro: è a. che tutto proceda bene» – si presti ad essere inteso come una blanda esortazione al superamento di questa pratica che fa sì che proprio le donne vittime di violenza che hanno particolari vulnerabilità, e che dunque avrebbero maggiore bisogno di sostegni, vengano respinte dai servizi antiviolenza e abbandonate a loro stesse.
Questo approccio possibilista che permea il documento ha un effetto decisamente dissonante, specie se il testo in esame viene messo a confronto con i molteplici richiami rivolti al nostro Paese, anche sugli specifici aspetti relativi alla violenza nei confronti delle donne con disabilità, nel primo, e per ora unico, Rapporto di valutazione sull’attuazione alla Convenzione di Istanbul in Italia, pubblicato dal GREVIO (il Gruppo indipendente preposto al monitoraggio sull’applicazione della medesima Convenzione) nel gennaio 2020. In questo Rapporto il GREVIO, tra le altre cose, osservava come, sebbene i gruppi di donne svantaggiate (tra i quali rientrano anche le donne con disabilità) siano considerati nelle politiche di contrasto alla violenza sulle donne predisposte dal nostro Paese, tuttavia tali politiche non prevedono – per questi gruppi – obiettivi operativi concreti e impegni in tutti i settori della prevenzione, della protezione delle vittime, della punizione dei colpevoli e delle politiche coordinate (punto 24: in merito a come il tema della disabilità è stato trattato nel Rapporto in questione segnaliamo l’analisi presente a questo link). Ecco, sono passati ben cinque anni dalla pubblicazione del Rapporto del GREVIO e dunque sarebbe ora che, riguardo al fenomeno della violenza sulle donne con disabilità, il nostro Paese qualche impegno concreto iniziasse a prenderselo. Cosa stiamo aspettando?
Ringraziamo Silvia Cutrera per la segnalazione.
*Responsabile di Informare un’h – Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa), nel cui sito il presente contributo è già apparso. Viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.
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Noemi Del Negro, laureatasi all’Università di Udine, sul tema Il ruolo dell’educatore professionale nel Parent Training e la necessità di accompagnamento educativo per genitori di minori con disturbo dello spettro autistico e Alessandro Tosolini, laureatosi all’Università di Trieste, con la tesi intitolata L’inclusione professionale delle persone con disabilità in una Repubblica fondata sul lavoro: saranno loro ad essere premiati il 13 febbraio a Udine (Sala Pasolini del Palazzo della Regione, Via Sabbadini, 31, ore 11), nell’àmbito della tradizionale iniziativa promossa annualmente dalla Consulta Regionale delle Associazioni delle Persone con Disabilità e delle loro Famiglie del Friuli Venezia Giulia, in collaborazione con gli Atenei di Udine e Trieste, rivolta ai giovani studenti e studentesse che con il loro lavoro abbiano approfondito temi importanti per il mondo della disabilità.
Come sempre, parteciperanno alla cerimonia vari rappresentanti istituzionali, a partire dall’assessore regionale Riccardo Riccardi, insieme a Mario Brancati, presidente della Consulta Regionale e ad Alberta Gervasio, presidente della Banca di Cividale che contribuisce all’iniziativa. (S.B.)
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