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In 5.000 piazze d’Italia fiori e impegno per la ricerca sulla sclerosi multipla

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In occasione della Giornata Internazionale della Donna, l’AISM torna a proporre una nuova edizione dell’ormai tradizionale iniziativa “Gardensia”, manifestazione solidale che il 7, l’8 e il 9 marzo colorerà 5.000 piazze d’Italia con gardenie e ortensie, a rappresentare il legame tra le donne e la lotta contro la sclerosi multipla

In Italia, la sclerosi multipla colpisce oltre 140.000 persone, ed è noto che la prevalenza è doppia nelle donne rispetto agli uomini. Per combatterla, l’AISM (Associazione Italiana Sclerosi Multipla), in occasione della Giornata Internazionale della Donna, tornerà a proporre una nuova edizione dell’ormai tradizionale iniziativa Gardensia, manifestazione solidale che il 7, l’8 e il 9 marzo colorerà 5.000 piazze del nostro Paese con gardenie e ortensie, a rappresentare il legame tra le donne e la lotta contro la sclerosi multipla.

«Ormai da due decenni – spiegano dall’AISM -, questa nostra manifestazione porta nelle piazze italiane fiori e impegno per la ricerca. Evolvendosi da Fiorincittà alla profumatissima Gardenia fino all’attuale Gardensia, il progetto ha consolidato il proprio ruolo nella sensibilizzazione sulla sclerosi multipla e nella raccolta fondi. Inviteremo quindi a scegliere una pianta e a contribuire in tal modo alla ricerca scientifica e al potenziamento dei servizi per le persone con sclerosi multipla e patologie correlate. Infatti, nonostante gli indubbi progressi della ricerca, le cause della malattia rimangono sconosciute e non esiste ancora una cura definitiva. Tuttavia, i risultati degli ultimi vent’anni hanno migliorato significativamente la qualità della vita delle persone con la malattia, grazie a terapie innovative e approcci integrati».

Promossa sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica e realizzata grazie all’impegno di oltre 14.000 volontari, Gardensia avrà quale volto rappresentativo l’attrice, scrittrice, conduttrice televisiva e ambasciatrice dell’AISM Chiara Francini e si avvarrà anche del numero solidale 45512, grazie al quale sostenere la realizzazione di un centro di eccellenza europeo per la neuroriabilitazione. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: Ufficio Stampa e Comunicazione AISM (Barbara Erba), barbaraerba@gmail.com.

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Il Bando del Pio Istituto dei Sordi 2025

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È aperto fino al 30 aprile il nuovo bando del PIS (Pio Istituto dei Sordi), per finanziare progetti e iniziative utili a favorire l’inclusione e il miglioramento della qualità della vita delle persone con disabilità uditiva

È aperto fino al 30 aprile il Bando PIS 2025 promosso dalla Fondazione Pio Istituto dei Sordi di Milano, che sostiene progetti e iniziative volti a favorire l’inclusione sociale e il miglioramento della qualità della vita delle persone con disabilità uditiva.
Con una dotazione di 90.000 euro, il bando erogherà risorse economiche a progetti di piccola e media entità fino a un contributo massimo di 7.000 euro per singolo progetto.
L’opportunità è rivolta a organizzazioni senza scopo di lucro su tutto il territorio nazionale.
Per presentare una candidatura è necessario consultare le Linee guida 2025 – 2027 e registrare la propria organizzazione sulla piattaforma ROL. (C.C.)

Per ulteriori informazioni: info@pioistitutodeisordi.org.

 

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Un banco di prova per le autonomie delle persone con disabilità visive

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È stato inaugurato nel Centro di Riabilitazione Visiva di Fossano (Cuneo) un appartamento specificamente concepito, arredato e attrezzato per favorire le autonomie personali delle persone cieche e ipovedenti, una vera e propria nuova “casa” in cui gli utenti potranno fare pratica, scoprire soluzioni per essere più indipendenti e affrontare la vita quotidiana con maggiore consapevolezza e serenità La camera da letto dotata di videoingranditore, nella struttura inaugurata a Fossano

È stato inaugurato nei giorni scorsi, presso i locali del Centro di Riabilitazione Visiva di Fossano (Cuneo), uno dei cinque punti di riferimento del settore presenti in Piemonte, un appartamento specificamente concepito, arredato e attrezzato per favorire le autonomie personali delle persone cieche e ipovedenti, una vera e propria nuova “casa” in cui gli utenti potranno fare pratica, scoprire soluzioni per essere più indipendenti e affrontare la vita quotidiana con maggiore consapevolezza e serenità.

«L’iniziativa – spiegano dall’UICI Piemonte (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) – è nata grazie a un gioco di squadra che ha coinvolto, come attori principali, l’ASL Cuneo 1 e le Fondazioni Bancarie Cassa di Risparmio di Cuneo e Cassa di Risparmio di Fossano. Queste ultime hanno sostenuto finanziariamente la ristrutturazione degli ambienti e l’acquisto degli arredi. Inaugurata alla presenza delle autorità cittadine, dei numerosi contributori e di alcuni degli utenti che d’ora in poi la frequenteranno, la struttura risulta realmente essere un piccolo gioiello di razionalità e inclusione, se è vero che l’ambiente cucina, ad esempio, è stato equipaggiato con piastre a induzione e con tutta una serie di accorgimenti tattili, che consentono a chi non vede di destreggiarsi in sicurezza tra fornelli, pentole e cibi caldi. I mobili, poi, sono organizzati in modo da favorire quell’ordine mentale, indispensabile a chi, per trovare gli oggetti, non può contare sul colpo d’occhio. Nella camera da letto, infine, c’è anche una scrivania con un videoingranditore di nuova generazione, strumento che consente alle persone ipovedenti di leggere testi».

«Per il controllo di alcuni aspetti della casa – spiega Marco Rosso, tiflologo in servizio presso il Centro di Riabilitazione Visiva di Fossano – abbiamo scelto soluzioni domotiche, ma è anche possibile disattivare questi controlli tecnologici e usare sistemi più tradizionali. La casa, infatti, deve poter rispondere, contemporaneamente, a esigenze diverse».

L’appartamento sarà pertanto un banco di prova, che consentirà a persone singole e, aspetto molto importante, anche a piccoli gruppi, di sperimentare, in un contesto accogliente e sotto la supervisione di esperti, alcune strategie da adottare poi nelle proprie abitazioni. Per i più giovani, inoltre, potrà anche essere uno stimolo a distaccarsi progressivamente dalle famiglie d’origine per costruirsi una vita autonoma.
«Ovviamente – aggiunge Rosso – tutto questo non sostituisce gli interventi domiciliari, che restano fondamentali, ma rappresenta un’opportunità in più».

Da ricordare infine che i nuovi locali, aperti negli orari di attività del Centro di Fossano, saranno un punto di riferimento per le persone con disabilità visiva residenti in provincia di Cuneo, ma non solo: c’è infatti anche chi arriva da altri territori.

Per l’UICI, che concorre alla gestione del Centro fossanese, e che plaude all’iniziativa, erano presenti all’inaugurazione il presidente regionale Franco Lepore e la presidente provinciale della Sezione di Cuneo Nives Torta.
«Riteniamo – ha dichiarato Lepore – che questa soluzione sia un modello, un prezioso aiuto per la vita indipendente delle persone con disabilità visiva. Quanto realizzato testimonia, nei fatti, che un lavoro di rete, sostenuto con convinzione, motivazione e lungimiranza, può dare risultati di estremo valore».
«Questo luogo dà pieno significato alla parola inclusione – ha affermato dal canto suo Torta – cioè alla considerazione della persona nella sua interezza, con i limiti oggettivi, ma anche con tantissime potenzialità che vanno scoperte e valorizzate». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: comunicazione@uicpiemonte.it (Lorenzo Montanaro).

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Collocamento Disabili: cerchiamo almeno di conoscerlo meglio

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Non sappiamo quanti siano esattamente gli iscritti al Collocamento Disabili e non disporremo di dati certi fino a quando non avremo a disposizione una banca dati nazionale. Ma in ogni caso, pur con tutte le sue lacune e i suoi problemi, è questo sistema pubblico che hanno a disposizione le persone disoccupate con disabilità. Cerchiamo perciò di conoscerlo meglio, partendo da chi può iscriversi e come

Non sappiamo quanti siano gli iscritti al Collocamento Disabili e non disporremo di dati certi fino a quando non avremo a disposizione una banca dati nazionale, quella banca dati promessa con il Decreto Legislativo 151 del 2015 e mai realizzata. Quando come ANDEL abbiamo cercato di indagare dove fosse finita, ci è stato risposto che era ferma al Garante della Privacy, ma dopo che era stata sbloccata, si è persa nel “magazzino delle cose da fare”.
La verità però è un’altra, come si è potuto leggere in un documento delle Regioni del 12 gennaio 2022: «Osservazioni delle Regioni e Province Autonome in merito alla bozza di Linee guida sul collocamento mirato delle persone con disabilità – Le Regioni e le Province Autonome hanno esaminato la bozza di linee guida sul collocamento mirato […] trasmessa dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali ai fini di una prima valutazione […], si rileva come la materia intervenga su ambiti di competenza delle Regioni, sulle quali si è già consolidata un’attività normativa e amministrativa volta a regolamentare e gestire sul territorio le procedure per il collocamento delle persone con disabilità. […] Banca dati del collocamento mirato e integrazione dei sistemi informativi: […] si richiama in più punti il ruolo chiave giocato dai sistemi informativi, di importanza strategica non solo per la realizzazione della Banca dati del collocamento mirato – strumento ritenuto essenziale per una gestione efficace del collocamento mirato […] ma […] appare assolutamente impossibile da gestire senza poter contare su sistemi informativi tra loro dialoganti e interconnessi. […] Occorre, in primo luogo, capire la tempistica di realizzazione e le modalità di integrazione con i sistemi informativi regionali. In particolare, è necessario avere chiarimenti sul flusso dei dati della Banca Dati del collocamento mirato, al fine di comprendere come la banca dati acquisisca le informazioni previste nel documento. La necessità è che il sistema sia in cooperazione applicativa (tra i sistemi regionali e nazionali) al fine di evitare un doppio caricamento delle informazioni sul sistema regionale e, poi, successivamente su quello nazionale, con ulteriore aggravio delle attività degli operatori del collocamento mirato… [grassetti nostri nella citazione, N.d.R.]».

Pertanto, visto che nulla è cambiato, non c’è da aspettarsi alcuna novità nei prossimi anni. A dimostrazione di ciò, la Regione Lombardia ha stanziato per lo Sviluppo del Sistema Informativo 4.646.406 di euro per l’anno 2025 (speriamo che, dopo anni che se ne parla, sia disponibile entro la fine dell’anno). Continueremo così a non avere dati quantitativi e qualitativi sugli iscritti al Collocamento Disabili!
Ora disponiamo dei dati raccolti dall’INAPP (Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche) che risalgono al 2021, in era Covid, i quali, oltre ad essere datati, sono anche approssimativi e incompleti, in quanto alcune Province non hanno fornito i dati richiesti, e altre non curano l’aggiornamento annuale, riportando come regolarmente iscritti i collocati, deceduti, trasferiti in altre Province o all’estero.

Comunque sia, le Relazioni al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge 68/99 (Norme per il diritto al lavoro dei disabili) riportano questi dati riguardanti appunto gli iscritti al Collocamento Disabili: 2011: 644.029; 2012: 728.326; 2013: 676.775; 2014: 741.546; 2015: 738.003; 2016: 557.662; 2017: 582.782; 2018: 733.708, 2019: 847.708; 2020: 794.937; 2021: 774.508.
Mancano anche i dati relativi all’anzianità di iscrizione, che da una verifica empirica possiamo affermare che oscilla dai 5 ai 25 anni per il 70% degli iscritti. Sappiamo inoltre che crescono i numeri degli studenti con disabilità e di chi ha ottenuto una certificazione di invalidità in età lavorativa: ne consegue che oggi la cifra dovrebbe superare il milione. Un futuro diverso riscontro sarebbe la dimostrazione concreta della disaffezione al sistema pubblico. Dopo di che non si capisce come mai non si ritorni all’antica modalità di rilevazione utilizzata dal primo istituto di ricerca (ISFOL), ossia alla raccolta in loco dei dati richiesti.
In ogni caso, comunque la si racconti, i disoccupati con disabilità hanno a disposizione questo sistema pubblico. Cerchiamo pertanto di conoscerlo meglio, partendo da chi può iscriversi.

L’articolo 1 della Legge 68/99 recita che: «1. La presente legge ha come finalità la promozione dell’inserimento e della integrazione lavorativa delle persone disabili nel mondo del lavoro attraverso servizi di sostegno e di collocamento mirato. Essa si applica: a) alle persone in età lavorativa affette da minorazioni fisiche, psichiche o sensoriali e ai portatori di handicap intellettivo che comportino una riduzione della capacità lavorativa superiore al 45 per cento accertata dalle competenti commissioni per il riconoscimento dell’invalidità civile […]; b) alle persone invalide del lavoro con un grado di invalidità superiore al 33 per cento, accertata dall’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali (INAIL) in base alle disposizioni vigenti; c) alle persone non vedenti e sordomute di cui alle leggi 27 maggio 1970, n. 382 e successive modificazioni, e 26 maggio 1970, n. 381, e successive modificazioni; d) alle persone invalide di guerra, invalide civili di guerra e invalide per servizio con minorazioni ascritte dalla prima alla ottava categoria di cui alle tabelle annesse al testo unico delle norme in materia di pensioni di guerra […]. 2. Agli effetti della presente legge si intendono per non vedenti coloro che sono colpiti da cecità assoluta o hanno un residuo visivo non superiore ad un decimo ad entrambi gli occhi, con eventuale correzione. Si intendono per sordomuti coloro che sono colpiti da sordità dalla nascita o prima dell’apprendimento della lingua parlata». 

Luogo d’iscrizione: bisogna iscriversi al Collocamento Disabili della Provincia di residenza.
Requisiti e documenti necessari: per iscriversi al Collocamento Disabili è necessario essere in età lavorativa (16 anni compiuti), essere disoccupati o inoccupati ed avere il verbale di invalidità, a cui deve essere allegata la relazione finale sulla valutazione delle capacità lavorative. Bisogna quindi presentarsi all’ufficio competente per territorio, muniti di documento di identità e del codice fiscale. A questo punto si viene registrati nell’elenco degli iscritti. Successivamente, in coerenza con le disposizioni regionali, si viene inseriti in un’apposita graduatoria.
La graduatoria: le singole Regioni hanno stabilito i criteri per la redazione della graduatoria. Fra i criteri sono previste: l’anzianità di iscrizione, il grado di invalidità, il carico familiare ecc.
I tempi di aggiornamento della graduatoria variano da Provincia a Provincia.
Utilità della graduatoria: viene utilizzata nei casi (rarissimi) in cui gli Enti Pubblici decidano di assumere lavoratori ricorrendo a una selezione pubblica (non al concorso). A questo si aggiungano i pochissimi avviamenti numerici effettuati dal Collocamento, nel momento in cui le aziende non rispettano gli obblighi di legge.
Perdita dell’iscrizione: innanzitutto si deve verificare se l’Ufficio Provinciale richiede la conferma dell’iscrizione annualmente. Dopo di che la perdita dell’iscrizione avviene per: perdita dello stato di disoccupazione: in caso di lavoro a tempo indeterminato o con una durata superiore a sei mesi e con un reddito superiore a 8.500 euro; perdita della percentuale di invalidità: nei casi di riesame presso le Commissioni Mediche, qualora l’invalidità scenda sotto il 46%; dichiarazione di incollocabilità: nel caso in cui la Commissione Medica certifichi l’incollocabilità al lavoro; superamento dei limiti di età: nel momento in cui si raggiungono i limiti dell’età lavorativa; richiesta personale: in qualsiasi momento si richieda la cancellazione; mancata risposta alle convocazioni: se più di una volta si rinuncia a una proposta di lavoro senza giustificato motivo.
Trasferimento d’ iscrizione: è possibile il trasferimento in altra Provincia tramite l’ufficio preposto. Se c’è un’urgenza, è consigliabile ritirare la propria pratica e consegnarla personalmente al nuovo Ufficio Provinciale.
Obbligatorietà dell’iscrizione: non esiste alcun obbligo di iscrizione, è una libera scelta della persona.
Cosa avviene dopo l’iscrizione: avvenuta l’ iscrizione, gli uffici dovrebbero demandare al Comitato Tecnico (organismo costituito da medici e tecnici dell’inserimento) il compito di attuare una valutazione del potenziale lavorativo e indicare le modalità di inserimento al lavoro.
Cosa chiedere: l’operatore dovrebbe dare le informazioni necessarie; in caso contrario è bene chiedere: quali possibilità ci sono di ricevere una proposta di lavoro e come avviene, come ci si deve attivare per cercarlo autonomamente e se si può sapere quali aziende devono assumere. Questo per non crearsi aspettative inutili, visto che nella realtà il Collocamento Mirato consta solo di un insieme di uffici burocratico-amministrativi per la gestione della Legge 68/99.

Concludendo, il sistema pubblico di collocamento non è certo “il gradino dove appoggiano i piedi le persone che chiedono aiuto”!

*Già responsabile del Collocamento Disabili e Fasce Deboli della Provincia di Lecco, oggi direttore generale dell’ANDEL (Agenzia Nazionale Disabilità e Lavoro) (marino.botta@andelagenzia.it).

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La Roadmap dell’Unione Europea sui diritti delle donne includa le donne con disabilità!

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«La Roadmap (“tabella di marcia”) dell’Unione Europea sui diritti delle donne deve includere esplicitamente le donne con disabilità», ad affermarlo è stato l’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, in vista delle celebrazioni per la Giornata Internazionale della Donna dell’8 marzo. Il Comitato delle Donne dell’EDF stesso specifica: «Se la Roadmap deve condurci a un futuro inclusivo, noi dovremmo certamente esserci!»

«La Roadmap dell’Unione Europea sui diritti delle donne deve includere esplicitamente le donne con disabilità», ad affermarlo è stato l’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, in una nota diffusa in vista delle celebrazioni per la Giornata Internazionale della Donna, che ricorre, com’è ben noto, l’8 marzo di ogni anno.
«Più di 1 donna su 4 nell’Unione Europea ha una disabilità – scrivono dal Forum – e i loro diritti e bisogni sono spesso esclusi da leggi e politiche, comprese quelle relative alla disabilità e/o all’uguaglianza di genere. Ciò accade nonostante le donne con disabilità vengano discriminate in modo sproporzionato e siano soggette a violenza e abusi».

Nelle Linee Guida Politiche per la Commissione Europea 2024-2029, la presidente della Commissione stessa Ursula von der Leyen ha annunciato una nuova Roadmap (“tabella di marcia”) per i diritti delle donne, che sarà presentata il prossimo 8 marzo e che farà parte della Lettera di missione alla commissaria per l’Uguaglianza Hadja Lahbib.
Il Comitato delle Donne dell’EDF ha accolto con favore l’iniziativa, perché, «considerata la situazione dei diritti delle donne in Europa, sembra che non stiamo andando da nessuna parte, quindi abbiamo bisogno di una Roadmap e se quest’ultima deve condurci a un futuro inclusivo, noi dovremmo esserci».

In occasione di un incontro svoltosi il 21 e 22 febbraio scorsi, lo stesso Comitato delle Donne dell’EDF ha chiesto dunque alla citata commissaria europea per l’Uguaglianza Lahbib e ai servizi competenti della Commissione Europea di garantire che la Roadmap includa esplicitamente le donne con disabilità e nello specifico ha chiesto azioni immediate per promuovere i diritti delle donne con disabilità, quali, ad esempio:
°Proporre azioni per vietare e porre fine alla sterilizzazione forzata delle donne con disabilità e per garantire un recepimento e un’attuazione “ambiziosi” della Direttiva Europea sulla lotta alla violenza contro le donne del 2024 e della Convenzione di Istanbul (la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica).
°Stabilire azioni concrete e mirate per ridurre il livello di povertà in cui versano le donne con disabilità, anche attraverso misure per la parità di occupazione e retribuzione e garantendo che l’importo delle indennità legate alla condizione di disabilità ricevute dalle donne e dalle ragazze con disabilità venga mantenuto indipendentemente dalla situazione occupazionale o dalle risorse finanziarie dei loro partner e delle loro famiglie.
°Garantire il finanziamento di organizzazioni e progetti che sostengono l’emancipazione, la leadership e i diritti delle donne e delle ragazze con disabilità.
°Assicurare un’inclusione e una leadership significative nei processi decisionali a livello locale, nazionale ed europeo, anche potenziando le misure di accessibilità per la partecipazione delle donne e delle ragazze con disabilità a tutte le questioni e investendo appunto sulla loro leadership.
°Garantire una maggiore visibilità e consapevolezza di e per le donne e le ragazze con disabilità: i loro diritti, infatti, dovrebbero essere integrati e visibili nel lavoro dell’Unione Europea e in tutta Europa.

«È essenziale – concludono dal Forum – che le esigenze e le richieste delle donne con disabilità siano integrate nell’elaborazione delle politiche dell’Unione Europea e la Roadmap proposta è uno strumento essenziale per garantirlo. Le donne con disabilità, infatti, non possono più essere lasciate indietro e attraverso questa dichiarazione, desideriamo far sentire la nostra voce! Ci aspettiamo quindi di essere visibili nella Roadmap dell’Unione Europea sui diritti delle donne! Perché il nostro coinvolgimento è essenziale per garantire politiche efficaci seguendo il motto del nostro movimento: Niente su di Noi senza di Noi». (Simona Lancioni)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Comunicazione dell’EDF (André Felix), andre.felix@edf-feph.org (scrivere in inglese).
Il presente contributo è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso – con alcune modifiche dovute al diverso contenitore – per gentile concessione.

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L’accessibilità non è un lusso: decostruire l’abilismo nei nostri spazi

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Una denuncia lucida e impietosa di come l’abilismo sia inscritto nella progettazione degli spazi e delle strutture sociali, il tutto lontano da un’idea rassicurante che l’accessibilità sia solo una questione tecnica: il libro di Ilaria Crippi “Lo spazio non è neutro. Accessibilità, disabilità, abilismo” smaschera le giustificazioni che rendono l’esclusione delle persone con disabilità un fatto accettabile e normalizzato

Una denuncia lucida e impietosa di come l’abilismo sia inscritto nella progettazione degli spazi e delle strutture sociali. Lontano da un’idea rassicurante che l’accessibilità sia solo una questione tecnica, Lo spazio non è neutro. Accessibilità, disabilità, abilismo (Tamu Edizioni, 2024) di Ilaria Crippi è uno di quei libri capaci di smascherare le giustificazioni che rendono l’esclusione delle persone con disabilità un fatto accettabile e normalizzato [se ne legga già anche sulle nostre pagine, a questo e a questo link, N.d.R.]. Crippi ci costringe a interrogarci su chi abbia il diritto di attraversare liberamente gli spazi e su chi invece venga sistematicamente escluso, mettendo in discussione le priorità e i compromessi che la nostra società accetta senza troppi scandali.

Nata a Ferrara, classe 1988, Ilaria Crippi è un’attivista con disabilità che da anni e con grande energia si occupa di accessibilità, diritti delle persone con disabilità e giustizia sociale. Con una formazione come disability manager e progettista sociale, ha approfondito i Disability Studies e la ricerca emancipatoria, intrecciando prospettive sociologiche e giuridiche. Attraverso il suo lavoro, integra le tematiche legate alla disabilità con quelle del genere e dell’orientamento sessuale, offrendo una visione intersezionale che arricchisce il dibattito sull’inclusione. Questo suo bel saggio rappresenta una riflessione acuta sulla natura culturale e politica dell’accessibilità, sfidando l’idea comune che essa riguardi solo l’eliminazione di barriere fisiche o architettoniche e non piuttosto una più ampia struttura culturale che privilegia i corpi considerati “abili”. Gli spazi infatti, secondo l’autrice, non sono neutri: sono costruiti per corpi normativi, escludendo e marginalizzando chi si discosta da questa norma. La sua analisi si sofferma sulle radici culturali dell’abilismo, mostrando come la progettazione degli spazi, delle relazioni sociali e delle pratiche quotidiane perpetui discriminazioni sottili ma pervasive.
Le chiedo quali siano a suo avviso le barriere culturali più difficili da superare quando si parla di accessibilità. «Il problema di fondo – mi risponde – è che l’esclusione delle persone con disabilità è normalizzata. Significa che non genera scandalo pensare che esse abbiano un accesso limitato all’ambiente: la consideriamo una naturale conseguenza dell’avere un corpo-mente lontano dagli standard di normalità. E invece in molti casi l’esclusione deriva da barriere nell’ambiente che potrebbero essere rimosse».
«Quando si segnala un problema di accessibilità – prosegue – la risposta immediata non è una ricerca di soluzioni, ma piuttosto una giustificazione dell’esistente: la barriera c’è perché è troppo costoso rimuoverla, perché quel palazzo è antico, perché non ci sono abbastanza persone con disabilità da giustificare il cambiamento. Questi discorsi ci ingannano, fanno apparire l’esclusione come inevitabile e razionale, nascondendo quanto invece derivi da precise scelte e priorità che diamo per scontate. Ad esempio diamo per scontato che i costi legati all’accessibilità siano un di più da sostenere se e quando è possibile; non li vediamo come una parte del costo standard, ineliminabile e da prevedere quando si decide di utilizzare un certo edificio o di realizzare un evento».

Domando poi a Crippi quali responsabilità, a suo avviso, dovrebbero assumersi le Istituzioni e i professionisti della progettazione per garantire un reale cambiamento. «Il punto centrale – mi risponde subito – è smettere di vedere l’inaccessibilità come qualcosa di tollerabile. Ad oggi, l’accessibilità sembra sempre sacrificabile… ed è, infatti, sacrificata in caso di conflitti con altre priorità, siano esse tecniche, estetiche, politiche. Di conseguenza, oggi un progettista che non tiene conto dell’accessibilità non viene visto come uno che ha fatto qualcosa di estremamente grave, di inaccettabile per la sua professione. Dobbiamo iniziare a pensare che creare barriere è come progettare un ponte che poi crolla, e mettere a punto tutti i passaggi della filiera, per impedire o almeno limitare al massimo la possibilità di errori: formazione obbligatoria dei progettisti, presenza di esperti di accessibilità in ogni comune e raccordo costante con le associazioni, organismi di controllo e sanzioni applicate su chi progetta ed esegue lavori in modo errato».

«Un’altra questione chiave – sottolinea ancora – è mettersi d’accordo su cosa intendiamo per accessibilità. La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità chiarisce che l’accesso deve essere garantito «su base di eguaglianza con gli altri»: questo è un cambio di approccio rispetto alle norme sull’accessibilità abitualmente tenute come riferimento dai progettisti. Il punto non è offrire alle persone con disabilità un angolino dove possono arrivare, possibilmente senza disturbare troppo, ma garantire loro un’esperienza di pari qualità: senza complicazioni aggiuntive per ottenere un posto a un concerto, senza attese sotto la pioggia finché non si trova la rampa mobile, senza dover chiedere aiuto ad altri per comprare un biglietto del treno, perché la app non è accessibile. Accessibilità non è “farci arrivare lì in qualche modo purché sia”, ma farci avere un’esperienza altrettanto facile, snella e piacevole di quella degli altri, almeno per ciò che dipende dalle caratteristiche ambientali».

Provando per un istante a immaginare una società pienamente accessibile, chiedo a Crippi quali cambiamenti concreti auspicherebbe. «In una società pienamente inclusiva – dice -, l’accessibilità non sarebbe un’aggiunta facoltativa, ma un principio di base della progettazione di spazi e servizi. Non sarebbe accettabile svolgere un’attività aperta al pubblico in un posto non accessibile, così come non sarebbe accettabile aprire un ristorante o un museo in un edificio senza il tetto o l’elettricità. Studiare l’accessibilità sarebbe obbligatorio per architetti e ingegneri, ma anche per web-designer, programmatori, organizzatori di eventi, personale sanitario eccetera. E soprattutto, le persone con disabilità non verrebbero più viste come “eccezioni” da gestire tramite soluzioni speciali, ma come soggetti che potrebbero attraversare uno spazio al pari di chiunque altro. Come persone saremmo, insomma, previste».

Ilaria Crippi, tuttavia, ci invita a ripensare non solo le strutture fisiche, ma anche i modelli culturali che definiscono chi è incluso e chi no. Un aspetto cruciale del libro, infatti, è l’approccio intersezionale, con cui esplora come la discriminazione per disabilità si intrecci con altre forme di oppressione, come quelle basate sul genere e sull’orientamento sessuale. L’Autrice analizza come questi intrecci possano amplificare le difficoltà, ma anche offrire una prospettiva unica e creativa per immaginare spazi più inclusivi e pratiche più giuste. Si tratta di un approccio che rende il libro non solo una denuncia delle disuguaglianze esistenti, ma anche una proposta di trasformazione culturale profonda.
Il saggio si rivolge a un pubblico ampio: professionisti come architetti, designer e progettisti, ma anche attivisti, persone con disabilità e chiunque sia impegnato nel campo della giustizia sociale. Crippi vi utilizza un linguaggio diretto e coinvolgente, capace di alternare analisi teoriche a esempi concreti, rendendo il testo accessibile e stimolante anche per chi si avvicina a questi temi per la prima volta. La sua narrazione non si limita soltanto a denunciare l’abilismo, ma propone strumenti critici per riconoscerlo e superarlo, invitando a immaginare un mondo in cui gli spazi siano pensati per tutti, senza gerarchie implicite tra i corpi.
Lo spazio non è neutro è quindi un’opera importante che spinge a riconsiderare le fondamenta culturali della nostra società, evidenziando quanto sia necessario un cambiamento radicale per costruire una realtà veramente inclusiva.

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La Fondazione Telethon in prima linea per lo sviluppo di nuove cure

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Solo per il 5% delle oltre 7.000 Malattie Rare oggi conosciute è disponibile una terapia. Oltre 10 i progetti terapeutici che compongono la linea di sviluppo della Fondazione Telethon che, in occasione della recente Giornata Mondiale delle Malattie Rare del 28 febbraio, ha voluto ricordare il proprio impegno nel cercare di trovare nuove cure grazie alla ricerca “More than you can imagine”, ovvero “Più di quanto tu possa immaginare”: è stato questo il messaggio lanciato a livello internazionale, in occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Rare 2025

Trovare nuove cure per le malattie genetiche rare grazie alla ricerca scientifica è l’impegno quotidiano della Fondazione Telethon, che in occasione della recente Giornata Mondiale delle Malattie Rare del 28 febbraio (Rare Disease Day) ha fatto il punto sui suoi principali progetti terapeutici portati avanti.
Come sottolinea UNIAMO, la Federazione Italiana Malattie Rare, ad oggi esiste una terapia solo per il 5% delle oltre 7.000 patologie rare conosciute e la ricerca scientifica rappresenta lo strumento principale per far aumentare le opportunità di cura. «Il nostro impegno è da sempre rivolto a trasformare la ricerca, realizzata grazie alle donazioni, in soluzioni effettivamente disponibili ai pazienti. Oggi il nostro contributo all’obiettivo comune di allargare l’accesso alla cura per questa comunità è concreto; una filiera che dalla ricerca di base arriva sino alla produzione e distribuzione di terapie»: lo ha dichiarato Ilaria Villa, direttore generale della Fondazione Telethon.

La stessa Fondazione Telethon è infatti da molti anni impegnata a trasformare in terapie fruibili i risultati della ricerca, in particolare quella condotta nei propri centri: l’Istituto San Raffaele-Telethon per la Terapia Genica (SR-TIGET) di Milano e l’Istituto Telethon di Genetica e Medicina (TIGEM) di Pozzuoli.
«Ne è un esempio concreto – viene sottolineato – la prima terapia genica ex vivo approvata al mondo, quella per la rara immunodeficienza genetica ADA-SCID, frutto della ricerca dell’SR-TIGET di Milano. Di questa terapia, dal 2023, la nostra Fondazione è anche responsabile per la produzione e la distribuzione, posizionandosi come la prima charity al mondo ad essersi assunta l’impegno di garantire concretamente l’accesso ai pazienti. La stessa determinazione caratterizza il percorso anche di un’altra rara malattia genetica del sistema immunitario, la sindrome di Wiskott-Aldrich, per la quale l’SR-TIGET ha messo a punto una terapia genica: in questo caso ci siamo fatti carico anche del percorso regolatorio per portare il farmaco all’approvazione, sia nell’Unione Europea che negli Stati Uniti».
Sono questi due esempi che fanno parte della visione più ampia della Fondazione: sviluppare cioè una linea (pipeline) di prodotti, includendo diverse strategie terapeutiche, dalla terapia genica all’editing genetico, fino al riposizionamento di farmaci già disponibili per indicazioni attualmente orfane.
Quella pipeline comprende terapie già approvate e disponibili, come quella già citata per l’ADA-SCID e quella per la leucodistrofia metacromatica, gravissima malattia metabolica che colpisce il sistema nervoso già nell’infanzia: in questo caso, grazie a una partnership tra la Fondazione e l’Ospedale San Raffaele con un’azienda farmaceutica, questa terapia è arrivata sul mercato sia nell’Unione Europea che negli Stati Uniti. Ma poiché essa è efficace se somministrata prima dell’esordio della malattia, è fondamentale che quanto prima venga esteso a tutti i neonati lo screening neonatale, che al momento attuale, in Italia, è disponibile soltanto in Toscana e in Lombardia grazie a due studi pilota.

Sempre grazie all’alleanza con partner esterni, è anche in corso la sperimentazione di due terapie geniche messe a punto dai ricercatori del TIGEM e dell’SR-TIGET, rispettivamente per una rara forma di cecità associata a sordità, la sindrome di Usher 1B, e la mucopolisaccaridosi di tipo 1H, grave malattia metabolica che colpisce diversi organi.
La Fondazione, infine, è in procinto di avviare studi clinici per valutare nei pazienti nuove strategie terapeutiche messe a punto dai ricercatori dei propri istituti, tra cui una terapia genica per una rara forma di osteopetrosi e un approccio terapeutico basato sull’editing genetico per una rara immunodeficienza, la sindrome da iper IgM. (C.C.)

Per maggiori informazioni: Chiara Longhi (chiara.longhi@havaspr.com).

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L’accessibilità, l’inclusione e il futuro del turismo nel Veneto

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Avrà un focus su accessibilità, inclusione e sviluppo sostenibile l’evento dedicato al futuro del turismo veneto, in programma il prossimo 11 marzo, a Bibione (Venezia), promosso da Village for all (V4A®) la rete specializzata in ospitalità accessibile Uno scorcio del litorale di Bibione

Avrà un focus su accessibilità, inclusione e sviluppo sostenibile l’evento dedicato al futuro del turismo veneto, in programma il prossimo 11 marzo, alle 10, a Bibione (Venezia), presso la Sala Convegni della Delegazione Comunale (Via Maja, 84). Ricordiamo che la nota località balneare veneta ha già aderito al progetto di Village for all (V4A®), la rete specializzata in ospitalità accessibile, realizza ogni anno per illustrare tutta l’offerta e le esperienze della località.
Accessibilità, Inclusione e Demografia: 3 anni di innovazione per il turismo veneto è il titolo dell’evento dedicato a professionisti, imprese, amministratori e cittadini, per illustrare i dati dell’indagine economica svolta su oltre 100 aziende dell’ospitalità della costa veneta e riflettere insieme sui risultati di tre anni di progetti.
«Un’occasione importante per capire come rispondere ai nuovi trend di sviluppo turistico e sociale, assicurando un futuro inclusivo e competitivo a tutto il territorio e dando vita alla costa italiana accessibile più lunga e inclusiva d’Europa», affermano gli organizzatori. (C.C.)

Incontro aperto al pubblico con ingresso libero. Qui la locandina. Per ulteriori informazioni: Village4All (stampa@villageforall.net).

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Special Olympics: ancora pochi giorni al grande evento italiano di sport e inclusione

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Dall’8 al 15 marzo il Piemonte accoglierà 1.500 atleti e atlete con e senza disabilità intellettive, per i Giochi Mondiali Invernali di Special Olympics, il movimento internazionale dello sport praticato appunto da persone con disabilità intellettive. Su questo grande evento di sport e inclusione, ma anche su altri temi, proponiamo un’intervista con Alessandro Palazzotti, fondatore e vicepresidente vicario di Special Olympics Italia

Ultimi giorni di vigilia per i Giochi Mondiali Invernali di Special Olympics, il movimento internazionale dello sport praticato da persone con disabilità intellettive, in programma dall’8 al 15 marzo a Torino, che vedranno il nostro Paese accogliere 1.500 atleti/atlete con e senza disabilità intellettive, in rappresentanza di 101 delegazioni provenienti da 100 Paesi di tutti i continenti e pronti a gareggiare in quattro località piemontesi e in otto discipline (sci alpino, sci nordico, danza sportiva, pattinaggio artistico, floorball, snowboard, racchette da neve e short track). Più di 1.000, inoltre, saranno i coach e i delegati, 2.000 i volontari, 2.000 i membri dell’Area Famiglie, 1.300 gli ospiti d’onore, 100 i Giovani Leader, oltre 500 media accreditati e migliaia di spettatori attesi sugli spalti e negli impianti di gioco.
Su questo grande evento di sport e inclusione, l’Ufficio Comunicazione di Special Olympics Italia ci propone un’intervista con Alessandro Palazzotti, fondatore e vicepresidente vicario della stessa Special Olympics Italia, cui ben volentieri diamo spazio qui di seguito.

«Eravamo in un bar di Bardonecchia con i sindaci impegnati nell’organizzazione dei Giochi Nazionali di Special Olympics del 2019 – ricorda Alessandro Palazzotti – e presi dall’entusiasmo della Cerimonia di Apertura appena conclusa, si cominciò a parlare della possibilità di portare sulla neve piemontese un grande evento internazionale. Dietro la battuta c’era una grande speranza e la consapevolezza di potercela fare, unendo le forze».
La voce del “papà di Special Olympics Italia” è piena di soddisfazione, perché in queste ore tutte le strade dell’inclusione portano ai Giochi Mondiali Invernali Special Olympics di Torino 2025. Delegazioni di cento Paesi di tutto il mondo stanno raggiungendo il Piemonte per vivere l’evento sportivo inclusivo più importante dell’anno. Ma se tutto questo si sta per concretizzare, è grazie alla capacità di dare forma a quello che inizialmente poteva sembrare solo un sogno.
«Sapendo quanto sia difficile e complessa l’organizzazione di una manifestazione mondiale – sottolinea Palazzotti – inizialmente ero scettico sull’effettiva possibilità che l’Italia si imbarcasse in questa avventura. Ma quegli amministratori facevano sul serio. Mi hanno incoraggiato. Volevano provarci. Il CONI con Giovanni Malagò, il Comune di Torino con l’allora sindaco Chiara Appendino, la Regione con Alberto Cirio, hanno creato i presupposti per la nostra candidatura, una proposta che puntava forte su due fattori: i giovani e l’ambiente. Special Olympics International ha subito visto con favore il nostro progetto. Negli ultimi cinque anni abbiamo fatto i conti con tre cadute di governi e con lo sforzo di dover ricominciare a portarlo all’attenzione dei vertici dello Stato. L’arrivo del ministro dello Sport e i Giovani Andrea Abodi, già membro del Consiglio di Special Olympics Italia, ci ha permesso di sensibilizzare ancor più il Governo a sostenere l’impegno nel creare le condizioni per organizzare Torino 2025, anche grazie alla sensibilità della ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli»

Alessandro Palazzotti, per chi conosce Special Olympics, è semplicemente “il Prof”. Ed è nel mondo della scuola che affondano le radici del cambiamento…
«Quando ero un insegnante di educazione fisica, gli studenti con disabilità erano esonerati obbligatoriamente dalle lezioni. Si pensava che l’attività sportiva non fosse adatta a loro. Oggi viene riconosciuta come un diritto di tutti dall’articolo 33 della Costituzione, che ne afferma in un nuovo comma il valore educativo, sociale e di promozione del benessere.
Ho accompagnato con tutto il mio impegno questo cambiamento, anche con la creazione della FISHa, Federazione Italiana Sport Handicappati, poi Federdisabili, attualmente CIP (Comitato Italiano Paralimpico). Organizzare i Giochi Mondiali rappresenta un’enorme opportunità per l’Italia, per continuare a ispirare questo cambio di prospettiva, affinché la legge si trasformi in azioni concrete, opportunità di espressione e di crescita per tutti. E questo può e deve coinvolgere persone di buona volontà in tutto il mondo».

Alessandro Palazzotti, il “papà di Special Olympics Italia”

L’attenzione per tutti è una delle vocazioni di Special Olympics e Torino 2025 ne sarà testimone.
«È vero, Special Olympics dedica un programma sportivo pensato per atleti con disabilità intellettive gravi e con elevati bisogni di supporto. È uno degli appuntamenti a cui tengo di più ai Giochi [dimostrazione di “Adapted Skiing” il 10 marzo a Bardonecchia ed evento dimostrativo al Pala Asti di Torino l’11 marzo, N.d.R.] perché dà il senso vero dell’attività svolta dal nostro movimento. Ognuno vive lo sport come una sfida con se stesso e il compagno o l’avversario sono un sostegno per puntare a una crescita personale.
Altro tema di rilievo è che il floorball e la danza sportiva si svolgeranno in modalità unificata per atleti con e senza disabilità intellettive. Così come la quasi totalità degli sport di squadra estivi».

L’eredità principale dei Giochi, quindi, sarà la condivisione di un forte messaggio inclusivo?
«La Community Run che in tutte le Regioni ha celebrato l’accensione della Fiamma che illuminerà il tripode nel corso della Cerimonia di Apertura ce l’ha insegnato. Bisogna vivere il messaggio rivoluzionario dei Giochi Mondiali in ogni territorio, anche laddove non ci sono ancora Atleti coinvolti. L’Italia ha partecipato in ogni sua Regione alla festa dell’arrivo della torcia olimpica. Accoglierla significa vivere i princìpi che animano Special Olympics, per offrire maggiori opportunità ovunque, a tutti e tutte. Si tratta di un messaggio semplice da diffondere, ma ci troviamo di fronte ancora a tanti pregiudizi, figli della paura e della non conoscenza. Siamo portati a vedere ancora lo sport quasi esclusivamente come espressione agonistica, ma se ci limitiamo a cercare solo il più forte, ci perdiamo i valori più sani, che sono un diritto di tutti».

Anche il mondo della politica potrebbe e dovrebbe prendere spunto dagli Atleti Special Olympics?
«La fretta o gli interessi particolari spesso possono distogliere l’attenzione dalle cose che contano. Se il mondo della politica mi chiedesse come poter accelerare il cambiamento della nostra società perché sia più attenta ai diritti delle persone con disabilità intellettive, proporrei di parlare direttamente con i nostri Atleti, che con la loro semplicità indicherebbero le priorità, i bisogni, la loro voglia di felicità che passa attraverso le opportunità».

Per ulteriori informazioni: Ufficio Comunicazione Special Olympics Italia (Giampiero Casale), stampa@specialolympics.it.

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Lorenzo e Nicolas, vittime civili della guerra

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Lorenzo Bernard, che ha inaugurato il medagliere italiano alle Paralimpiadi di Parigi dello scorso anno, e l’amico Nicolas Marzolino, recentemente insignito dal Presidente della Repubblica del titolo di Cavaliere, sono due vittime civili della seconda guerra mondiale e questa è la loro storia Lorenzo Bernard (a sinistra) e Nicolas Marzolino alle Paralimpiadi di Parigi 2024

«Quando penso alla guerra provo rabbia, per tutte le persone che perdono la vista. Vengono mutilate. Muoiono»: a dirlo è il canottiere e paraciclista piemontese Lorenzo Bernard, classe 1997, che nell’estate dello scorso anno a Parigi ha aperto il medagliere paralimpico italiano con la medaglia di bronzo nell’inseguimento individuale 4.000 metri. La medaglia numero 600 per l’Italia, da quando, nel 1960, andarono in scena a Roma i primi Giochi Paralimpici. Un bronzo prezioso, che però non può non portare alla mente altri metalli, altre schegge. Come quelle che vengono usate per rendere granate e bombe ancora più letali. Lorenzo Bernard, infatti, non è nato cieco né lo è diventato a causa di una malattia. Ma è una vittima civile della seconda guerra mondiale che – seppur finita ottant’anni fa – continua a reclamare il suo tributo in termini di vite e sangue.
«Era un sabato pomeriggio del marzo 2013 – racconta – e, assieme a due amici, stavamo preparando un campo vicino a casa, in Val di Susa, per piantare le patate». Bernard, allora quindicenne, era con gli amici Nicolas Marzolino e Stefano, suoi coetanei. Marzolino dice: «Volevamo mettere in pratica le conoscenze apprese all’Istituto Agrario per poi rivendere le patate alla fiera del paese. L’idea era di usare il ricavato per comprare il motorino». A un certo punto, la zappa ha cozzato contro qualcosa di rosso. «Ho preso in mano lo strano oggetto per capire cosa fosse e in pochi secondi quello è esploso, accecandomi e portandomi via una mano». Bernard, che gli era accanto, ha perso la vista. Stefano, che si trovava più indietro, ha riportato ferite superficiali. Solo più tardi, i tre adolescenti avrebbero capito che si trattava di un ordigno risalente alla seconda guerra mondiale.
«I mesi successivi – continua Bernard – furono difficili. Dentro e fuori dagli ospedali, con tante operazioni da affrontare. Io e Nicolas, però, eravamo sempre insieme. Ci facevamo forza a vicenda e potevamo contare sulle nostre famiglie e su un gruppo di amici che ci hanno sempre trattato con normalità, aiutandoci a credere che si potesse andare avanti anche così».
Il padre di Marzolino propone di tornare a fare sport. «Ci ha messi sugli sci, facendoci scoprire il mondo dello sport paralimpico. Vedere la felicità di quegli atleti ci ha dato una grande carica».

Negli anni, Bernard ha praticato diverse discipline, lo sci alpino, l’atletica leggera, con il lancio del disco, del peso e i 100 metri. E poi il canottaggio. Lì, capisce di avere i numeri per partecipare alle Paralimpiadi e – dando tutto se stesso – ci riesce.
Nel 2019, partecipa alla Quattro con mix (due ragazze, due ragazzi con timoniere) ai Mondiali in Austria e si qualifica per le Paralimpiadi di Tokyo. Poi arriva il Covid. «Parlando con altri atleti, possiamo dire di aver vissuto quella Paralimpiade in Giappone in bianco e nero. La pandemia e la conseguente necessità di stare chiusi dentro il villaggio, di non poter contare sul calore del pubblico hanno sbiadito lo spirito olimpico». Torna a casa con un quinto posto e l’obiettivo di andare a medaglia in occasione dei successivi giochi a cinque cerchi.
Nel frattempo, si appassiona al ciclismo e intraprende una nuova avventura in tandem, con la guida Davide Plebani. «Ci siamo conosciuti a un ritiro nazionale e abbiamo instaurato in un tempo breve un rapporto quasi fraterno». Ed ecco che, insieme, nel marzo 2024, arrivano le prime medaglie mondiali e la convocazione a Parigi.
«Questa volta lo spirito olimpico si percepiva eccome e, sugli spalti, c’era tutta la mia famiglia e anche il mio amico Nicolas a sostenermi. Aprire il medagliere per l’Italia con la 4.000 di inseguimento su pista è stata per me e Davide una grande emozione. E, una volta tornato in Val di Susa, ho trovato ad aspettarmi davanti a casa tutto il paese, che aveva organizzato una festa a sorpresa».

Ora, il campione punta a Los Angeles 2028 e, nel frattempo, si allena per gli imminenti Mondiali su Pista, in questo mese di marzo, e per quelli su strada nel prossimo mese di settembre. Senza trascurare l’impegno con l’ANVCG (Associazione Nazionale Vittime Civili di Guerra), di cui sia lui che Marzolino sono parte attiva. Quest’ultimo – che nel frattempo ha intrapreso una carriera nella massofisioterapia e si sta specializzando in osteopatia – ricopre la carica di consigliere e presidente della Sezione Valle d’Aosta e Piemonte dell’Associazione e proprio nei giorni scorsi è stato insignito dal presidente ella Repubblica Mattarella del titolo di “Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica”, per il suo impegno di sensibilizzazione con l’ANVCG stessa.
«Il nostro incidente – spiegano i due – sembra assurdo. E invece non è un caso isolato. Solo l’anno scorso, in Italia, cinque persone sono morte e otto sono rimaste ferite a causa di ordigni risalenti al primo o al secondo conflitto mondiale».
I due portano spesso la loro testimonianza nelle scuole e invitano i giovani a far propri i valori della pace e dello sport, come la cooperazione, il concetto dell’aiutare e del farsi aiutare e il rispetto reciproco. «Noi – concludono – abbiamo vissuto parte della guerra sulla nostra pelle. Eppure, nella tragedia, siamo stati fortunati. Abbiamo potuto essere curati, ci siamo ricostruiti una vita. Ma cosa sarebbe successo se dopo l’incidente fossimo stati operati senza anestesia? E, una volta dimessi, non avessimo più avuto una casa o una famiglia a cui tornare, perché entrambe erano state distrutte da un bombardamento, come succede ai tanti civili vittime dei conflitti oggi aperti nel mondo?».

*Il presente contributo è già apparso nella testata «Oltre gli Ostacoli” e viene qui ripreso, con alcuni riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Autonomia delle persone con disabilità: se ne parlerà a Oderzo

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“Autonomia delle persone con disabilità”: questo il titolo di un incontro in programma per il 7 marzo a Oderzo (Treviso), allo scopo, come viene spiegato, di «accendere un faro su un tema che interessa moltissime famiglie e volontari, nonché gli operatori del servizio sanitario sia pubblico che privato, perché la disabilità non ha età ed è indispensabile quindi parlarne in maniera trasversale affinché ogni aspetto abbia la giusta importanza»

Autonomia delle persone con disabilità: questo il titolo dell’incontro in programma per la serata del 7 marzo a Oderzo, in provincia di Treviso (Palazzo Foscolo, Via Garibaldi, 65, ore 20.15), voluto dalla deputata Marina Marchetto Aliprandi, che lo introdurrà e lo modererà, allo scopo, come viene spiegato, di «accendere un faro su un tema che interessa moltissime famiglie e volontari, nonché gli operatori del servizio sanitario sia pubblico che privato, perché la disabilità non ha età ed è indispensabile quindi parlarne in maniera trasversale affinché ogni aspetto abbia la giusta importanza. Riportare la “persona” al centro del dibattito sociale e politico passa infatti anche attraverso contesti come questo, ampliando la platea di interlocutori e creando le migliori condizioni di discussione per un più ampio e importante lavoro di sensibilizzazione di cui ognuno di noi, istituzioni, politici, membri della società civile, del terzo settore, deve farsi promotore».

Parteciperanno all’incontro Francesco Benazzi, direttore generale dell’ULSS 2 Marca Trevigiana, cui saranno affidate le conclusioni; Rodolfo Dalla Mora, presidente della SIDIMA (Società Italiana Disability Manager) e dell’AIDIMA (Associazione Italiana Disability Manager), che presenterà tra l’altro il proprio libro Equazione delle 4 A – Autonomia; Mauro Vettorello, presidente dell’Associazione Oltre l’indifferenza (Vivere insieme, crescere autonomi); Mara Ovelli, presidente dell’Associazione I Bambini della Casa del Sorriso (Autonomia nell’età evolutiva del bambino); Daniele Furlan, presidente dell’associazione Il Melograno (Disabilità e parità di condizione); Barbara Turcolin, presidente dell’Associazione Culturale Zona Franca (La valorizzazione dell’unicità della persona); Alan Semenzin, tecnico titolare della Judo Opitergium (Inclusione sportiva: un valore per tutti, una necessità per alcuni). (S.B.)

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Un ambulatorio ginecologico rivolto a donne con disabilità al Gemelli di Roma

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È stato inaugurato il 3 marzo scorso, in corrispondenza non casuale con il sedicesimo anniversario della ratifica da parte dell’Italia della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, un ambulatorio ginecologico rivolto a donne con disabilità, presso il Policlinico Universitario Gemelli IRCCS di Roma, con l’obiettivo di «garantire a tutte le donne il diritto alla prevenzione, eliminando qualsiasi forma di discriminazione» I partecipanti all’incontro inaugurale dell’ambulatorio ginecologico

È stato inaugurato il 3 marzo scorso, in corrispondenza non casuale con il sedicesimo anniversario della ratifica da parte dell’Italia della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (Legge 18/09), un ambulatorio ginecologico rivolto a donne con disabilità, presso il Policlinico Universitario Gemelli IRCCS di Roma (esattamente al nono piano, ala O della struttura).

A introdurre l’incontro promosso per l’occasione è stato Daniele Franco, presidente della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli IRCCS, cui è seguito l’intervento del direttore generale della Fondazione stessa Marco Elefanti. «In questa giornata il primo pensiero va al compianto professor Giovanni Scambia, scomparso il 20 febbraio scorso, che anche oggi ricordiamo e ringraziamo e che ha fatto crescere la Ginecologia e Ostetricia del Gemelli, rendendola un’eccellenza internazionale. Il nostro ospedale è un classico tipo di Women Hospital che ha molto investito nella medicina di genere in tutti i settori e non solo in quello ginecologico, dall’assistenza specialistica avanzata alla ricerca; anche grazie alla lungimiranza del professor Scambia e del professor Eugenio Mercuri abbiamo realizzato questo nuovo servizio che va incontro ai bisogni di cura delle donne con disabilità e alle loro famiglie».
«L’iniziativa di oggi – ha sottolineato dal canto suo la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, presente all’incontro – non è semplicemente l’inaugurazione di uno spazio per la prevenzione e la salute delle donne con disabilità, ma il segno di un’attenzione che insieme dobbiamo promuovere con sempre più coraggio a tutti i livelli. Ringrazio davvero di cuore il Gemelli e tutti coloro che hanno contribuito a rendere possibile questo nuovo servizio».
L’assistente ecclesiastico generale dell’Università Cattolica, monsignor Claudio Giuliodori, ha quindi affermato che «un ospedale come il nostro che nasce al servizio di tutti i malati non poteva non maturare questa sensibilità che costituisce un rafforzamento con la realtà sociale. Al Gemelli operano quaranta Associazioni che sono l’anima dei reparti, perché la relazione umana è parte integrante della cura».
«L’ambulatorio ginecologico per donne con disabilità – ha sottolineato Eugenio Mercuri, direttore del Dipartimento Scienze della Salute della Donna, del Bambino e di Sanità Pubblica della Fondazione Policlinico Universitario Gemelli IRCCS, nonché ordinario di Neuropsichiatria Infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore – è concepito per garantire a tutte le donne il diritto alla prevenzione, eliminando qualsiasi forma di discriminazione. Il servizio risponde alle specifiche esigenze delle persone che convivono con patologie complesse grazie ad un approccio multidisciplinare, a un servizio personalizzato e inclusivo a beneficio di centinaia di donne che convivono con una patologia complessa».
«Nella vita di una donna – ha dichiarato infine Antonia Testa, direttrice della Ginecologia Ambulatoriale e Preventiva al Gemelli, associata di Ginecologia e Ostetricia all’Università Cattolica – è importante avere un luogo in cui poter confidare, affrontare, gestire quella parte più raccolta, intima e personale che è quella ginecologica. Un luogo dove si possano offrire servizi su misura, adatti alle necessità delle donne con disabilità. Un luogo che, da oggi, è una realtà tangibile all’interno del nostro Policlinico».

All’incontro, moderato dalla giornalista e conduttrice RAI Benedetta Rinaldi, hanno portato la loro testimonianza anche Sonia Del Vecchio, giovane donna con la SMA (atrofia muscolare spinale) e Silvia Cutrera, coordinatrice del Gruppo Donne della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), alla presenza anche di specialisti, realtà associative e aziende impegnate nel campo della salute della donna e delle patologie complesse. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ginecologiaambulatoriale@policlinicogemelli.it.

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Positivo incontro tra la FISH Sardegna e CTM, che gestisce il trasporto pubblico a Cagliari e dintorni

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Nel corso di un positivo incontro tra la Federazione FISH Sardegna e la Società CTM, che gestisce il trasporto pubblico operante a Cagliari e nei paesi limitrofi, si sono affrontati numerosi temi che influenzano l’esperienza di viaggio vissuta principalmente dalle persone in situazione di svantaggio per la propria mobilità, ridotta per ragioni motorie, sensoriali e/o psichiche Il servizio “Amicobus” di Cagliari

Si è tenuto nei giorni scorsi un incontro tra la FISH Sardegna (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) e la Società CTM, che gestisce il trasporto pubblico operante a Cagliari e nei paesi limitrofi, attraverso un servizio di linea dedicato a tutti e uno porta a porta, destinato a quella fascia di popolazione che può beneficiare dell’Amicobus.
All’incontro hanno partecipato i vertici della Società, con i quali la FISH Sardegna ha affrontato svariati temi che influenzano l’esperienza di viaggio vissuta principalmente dalle persone in situazione di svantaggio per la propria mobilità, ridotta per ragioni motorie, sensoriali e/o psichiche.

Si è trattato di un momento di confronto che ha consentito di apprezzare come CTM operi con attenzione e rispetto sui temi cari alla FISH, mettendo in evidenza come il proprio operato sia pianificato e condizionato anche dalle informazioni raccolte attraverso le testimonianze dirette dall’utenza, cercando di progredire verso un modello di eccellenza che adotti le soluzioni ideali per colmare ogni aspetto suscettibile di miglioramento.
L’appuntamento, va detto, è stato voluto per cercare di dare un riscontro alle molteplici richieste arrivate dagli iscritti alle Associazioni federate alla FISH sarda, che hanno prodotto una serie di osservazioni rispetto alle singole esperienze vissute nell’utilizzo dei mezzi di trasporto di CTM.
Su alcune segnalazioni presentate, la Società ha informato di avervi già posto rimedio, attraverso un’attività svolta autonomamente con gli altri Enti coinvolti, adottando una soluzione che permetterà di usufruire in maniere più capillare ed efficiente dell’Amicobus, e di rispondere alla crescente richiesta degli utenti che a tale servizio fanno affidamento per le proprie esigenze di mobilità.
Quest’ultimo, va ricordato, è nato quasi vent’anni fa per rispondere appunto alle particolari esigenze di trasporto delle persone con disabilità e si è consolidato nel tempo come una soluzione alla quale molte persone non possono rinunciare, che ha visto crescere il numero di chi vi ricorre perché in grado di rispondere a molte delle necessità richieste dalle varie forme di disabilità.

Su altre segnalazioni, invece, riferite ad aspetti generali, CTM ha sottolineato di esserne già a conoscenza di lavorare per porvi rimedio, con la consapevolezza di come alcune situazioni producano uno svantaggio ulteriore alle persone con disabilità.
Sulle segnalazioni residue, infine, i rappresentanti della Società ne hanno preso atto, manifestando chiaramente come ci sia la volontà e l’attitudine a integrare il servizio con tecnologie all’avanguardia, in grado di rispondere efficacemente e rapidamente a dei bisogni particolari.

A conclusione dell’incontro, Giuseppe Martini, membro del Consiglio Direttivo Regionale della FISH Sardegna e presidente dell’Associazione RP Sardegna, delegato a partecipare da Pierangelo Cappai, presidente della Federazione sarda, ha dichiarato: «L’incontro è andato oltre le mie aspettative. Ho trovato persone attente e pronte su temi che a volte risultano essere distanti da chi non li vive in prima persona, ma capisco come una realtà importante quale CTM, che svolge un servizio rivolto a chiunque, abbia sviluppato capacità notevoli per garantire che i propri utenti possano fare affidamento ad uno standard elevato. Dal confronto ho trovato la massima disponibilità e apertura ad ascoltare il nostro punto di vista e ci siamo lasciati con la volontà di organizzare un incontro pratico che ci permetterà di segnalare aspetti che solo attraverso l’esperienza diretta possono essere colti. Ringrazio vivamente CTM per questo incontro e restiamo a disposizione per ogni necessità che possa richiedere un nostro supporto».
Dal canto suo, Pierangelo Cappai ha affermato: «Conosco CTM e conosco le persone che lo compongono. Con l’Associazione Diversamente, da me presieduta, ho avuto modo di provare con mano come abbiano a cuore i temi che ci riguardano, e come Federazione che si occupa di disabilità, ci tengo a ringraziarli per questa ennesima riprova di come sappiano sedersi a un tavolo di confronto con altre realtà. Non è la prima volta che dialoghiamo con importanti realtà che gestiscono servizi pubblici, e anche in questo caso il riscontrato è stato più che positivo, perché avvenuto in un clima collaborativo, aperto e di particolare rispetto sui temi affrontati. CTM non è estraneo a queste attenzioni e Amicobus è il fiore all’occhiello di una Società inclusiva, che manifesta una concreta attenzione ai riguardi delle persone che vivono uno svantaggio legato alla propria disabilità». (R.O. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: posta@fishsardegna.org.

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Autismo: puntare sul valore di ogni persona

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A margine del convegno “Autismo: il valore di ogni persona”, organizzato dal Ministero per le Disabilità a Treviso, la ministra Locatelli è tornata a parlare anche della Riforma della disabilità e ha dichiarato: “Va avanti e non si ferma”

Al convegno di Treviso Autismo: il valore di ogni persona, promosso nei giorni scorsi dal Ministero per le Disabilità (se ne legga anche la nostra presentazione), sono intervenute le principali organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti delle persone con disturbo dello spettro autistico.
«Abbiamo parlato di autismo, di Progetto di vita, di caregiver e di Riforma della disabilità. È indispensabile ribaltare il paradigma, non solo mettendo al centro la persona, ma investendo sulle potenzialità e non osservando i limiti, valorizzando i talenti e le competenze di ogni persona», ha affermato la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli a margine del convegno.
«Il Decreto Legislativo 62/24 – ha aggiunto – e in particolare il Progetto di vita, è l’occasione che abbiamo adesso per attuare questo cambiamento profondo, nella consapevolezza che insieme possiamo fare di più e che da soli non andiamo lontano. Siamo tutti coinvolti in questo percorso che è un salto di qualità per le nostre comunità e per tutto il Paese. Si tratta di una riforma che va avanti e non si ferma e che entrerà in vigore in modo progressivo, per evitare il fallimento e per accompagnare al cambiamento radicale di approccio tutti coloro che si occupano della presa in carico della persona con disabilità».

All’evento hanno portato i saluti istituzionali Marcello Gemmato, sottosegretario di Stato alla Salute, Manuela Lanzarin, assessora alla Sanità, ai Servizi Sociali e alla Programmazione Socio-Sanitaria del Veneto e Mario Conte, sindaco di Treviso e presidente del’ANCI Veneto (Associazione Nazionale Comuni Italiani).
Sono poi seguiti gli interventi di Vincenzo Falabella, presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie); Nazaro Pagano, presidente della FAND (Federazione tra le Associazioni Nazionali delle Persone con Disabilità; Stefania Ruggiero dell’ANGSA Treviso (Associazione Nazionale Genitori di perSone con Autismo); Graziella Lazzari Peroni dell’ANFFAS Veneto (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo); Ruggero Mason, presidente di Gruppo Asperger.

Sono intervenuti quindi: Paolo Bandiera, esperto nell’ambito dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle persone con disabilità sul Progetto di vita; Roberto Keller, responsabile del Centro Regionale Piemonte Disturbo Spettro Autistico in Età Adulta, Dipartimento Salute Mentale ASL Città di Torino (Abilitare in ambienti naturali: dal cammino alla vela); Leonardo Zoccante, direttore dell’Unità Operativa Complessa Infanzia, Adolescenza, Famiglia e Consultori (Distretto 1-2, Azienda ULSS 9 Scaligera), su Autismo ed arte connettiva; Massimo Molteni, direttore sanitario centrale dell’Associazione La Nostra Famiglia-IRCCS Medea (La neurodiversità); Paolo Moderato, docente emerito di Psicologia, presidente di IESCUM, Italian Chapter ABA International (Autismo: oltre gli interventi precoci); Pierangelo Spano, responsabile della Direzione Servizi Sociali della Regione Veneto (Disturbi dello spettro autistico e disabilità intellettive scenari della programmazione integrata e ruolo della Regione dopo l’approvazione del d.lgs. n. 62/24); Michela Gatta, che dirige l’Unità Operativa Complessa di Neuropsichiatria Infantile, Dipartimento Salute della Donna e del Bambino, Azienda Ospedale-Università di Padova (Oltre quello che è visibile. Esperienze in Neuropsichiatria Infantile ospedaliera).

E ancora, hanno portato la loro testimonianza Francesco Maria Chiodaroli e Diego Blanchetti per la Fondazione Danelli; Mario Paganessi, presidente della Fondazione Oltre il Labirinto; Cristina Franzin per Sport Life Montebelluna; Monica Rigotti, presidente della Cooperativa Sociale MIND the KIDS; Chiara Cesaro, psicologa, supervisore ABA; Eleonora Bedin, direttrice del Centro Autismo per l’Infanzia e di Villa Berta di Padova per l’Associazione Viviautismo; Marco Caverzan e Luciano Morello per l’Associazione Oltre. (C.C.)

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Ernst, Picasso e Legér per “Doppio Senso”, alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia

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Max Ernst, Pablo Picasso e Fernand Léger saranno gli artisti al centro dei prossimi appuntamenti del programma di accessibilità “Doppio Senso: percorsi tattili alla Collezione Peggy Guggenheim”, con il quale il noto museo di Palazzo Venier dei Leoni a Venezia ha aperto ormai da anni il proprio patrimonio artistico anche al pubblico con disabilità visive Max Ernst, “Giovane donna a forma di fiore”, 1944 (fusione del 1957), Venezia, Collezione Peggy Guggenheim

Max Ernst, Pablo Picasso e Fernand Léger saranno gli artisti al centro dei prossimi appuntamenti del programma di accessibilità Doppio Senso: percorsi tattili alla Collezione Peggy Guggenheim, con il quale il noto museo di Palazzo Venier dei Leoni a Venezia ha aperto ormai da anni il proprio patrimonio artistico – come abbiamo raccontato in diverse occasioni sulle nostre pagine – anche al pubblico con disabilità visive, iniziando un processo di sensibilizzazione alla conoscenza dell’arte attraverso il tatto, grazie a una serie di visite guidate e laboratori per non vedenti, ipovedenti e vedenti.

L’8 marzo, dunque, il focus sarà sull’opera Giovane donna a forma di fiore di Max Ernst, scultura in cui l’artista fonde elementi del mondo umano con altri del mondo vegetale, esposta nel giardino delle sculture della Collezione Peggy Guggenheim.
Il 5 aprile, invece, la giornata sarà dedicata al Busto di uomo in maglie a righe, dipinto realizzato da Pablo Picasso nel 1939, poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale.
Il 17 maggio, infine, sarà dedicato a Uomini in città di Fernand Léger, opera in cui vengono rappresentati corpi meccanicizzati totalmente spersonalizzati che sembrano robot.

Ognuno degli appuntamenti sarà condotto da Valeria Bottalico, ideatrice e curatrice del programma Doppio Senso, e corredato da laboratori con Felice Tagliaferri, scultore con disabilità visiva. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Maria Rita Cerilli (mrcerilli@guggenheim-venice.it).

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