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Marta Russo: l’“influencer dell’accessibilità” che ha conquistato il Quirinale

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Per molti ormai è una vera e propria “influencer dell’accessibilità”: a soli 24 anni, Marta Russo ha trasformato infatti la sua esperienza di persona con disabilità in un impegno concreto per la sensibilizzazione sull’accessibilità e l’inclusione, conducendo una battaglia contro le barriere, non solo fisiche, ma anche culturali. Un impegno che, lo scorso febbraio, le è valso il titolo di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana, conferitole dal presidente Mattarella Marta Russo

Per molti ormai è una vera e propria “influencer dell’accessibilità”. A soli 24 anni, Marta Russo ha trasformato infatti la sua esperienza di persona con disabilità in un impegno concreto per la sensibilizzazione sull’accessibilità e l’inclusione. Attraverso il suo blog e i suoi canali social racconta la quotidianità di chi affronta ostacoli nella vita di tutti i giorni, ma soprattutto porta avanti una battaglia contro le barriere, non solo fisiche, ma anche culturali. Un impegno che, lo scorso febbraio, le è valso il titolo di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana, conferitole dal presidente Sergio Mattarella.
«Abbiamo il dovere di migliorare l’accessibilità per chi verrà dopo di noi», ripete spesso, sottolineando come il primo passo sia la sensibilizzazione. Ma da dove partire? «Dalla scuola», mi risponde convintamente. Dal 2020 Marta, in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, porta proprio nelle scuole italiane un progetto che coinvolge studenti e docenti, invitandoli a riflettere sulle barriere e a realizzare elaborati che poi pubblica sui suoi canali. «Se vogliamo davvero cambiare la cultura dell’inclusione, dobbiamo iniziare dalle nuove generazioni. Sono loro a poter fare la differenza».

Ma la scuola è solo uno degli àmbiti in cui Marta si batte per una società più inclusiva e consapevole. Un altro grande tema è il turismo: viaggiare per una persona con disabilità significa il più delle volte dover pianificare ogni dettaglio, spesso senza trovare informazioni affidabili. «Il problema – racconta – è che molte strutture si dichiarano accessibili senza esserlo davvero. Quante volte mi è capitato di prenotare un hotel e poi scoprire che aveva un bagno impraticabile o un ascensore troppo stretto?». Per questo, dunque, ha creato un sito in cui raccoglie segnalazioni di luoghi davvero accessibili, ma sogna di vedere nascere un portale istituzionale che offra dati certi sull’accessibilità turistica. «Viaggiare non dovrebbe essere un lusso per pochi, ma un diritto per tutti».

Nel frattempo, il suo lavoro è arrivato fino ai tavoli internazionali. Nell’ottobre dello scorso anno è stata invitata al G7 di Assisi sulla disabilità, un evento che per la prima volta ha visto la partecipazione diretta delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Le chiedo: cosa ha significato per te partecipare a un evento di questa portata? «Una grande emozione e un segnale importante. Vedere che per la prima volta un G7 si apriva alle persone con disabilità e alle loro famiglie mi ha fatto capire che qualcosa si sta muovendo. Ma ora serve passare dalle parole ai fatti». E quali sono, quindi, i passi concreti che chiedi alla politica? «Prima di tutto, migliorare l’accesso al mondo del lavoro. Troppe persone con disabilità sono ancora escluse perché si pensa che non possano essere abbastanza produttive e, quando va meglio, non godono delle stesse opportunità a livello di carriera, dei normodotati. E poi, altro argomento, servono più tutele per i caregiver, che sono lasciati soli a gestire tutto, senza alcun supporto».

Il tuo motto è “Abbatti le barriere, fai la differenza, supera l’indifferenza!”. Ma come si può convincere chi non ha esperienza diretta della disabilità a sentirsi coinvolto? «La disabilità può toccare chiunque, in qualsiasi momento della vita. Pensare che non ci riguardi è una pia illusione. Se vogliamo una società davvero più giusta, dobbiamo pensare che l’inclusione non è un favore, ma una responsabilità collettiva».

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Autismo: i diritti, le carenze e la necessità di una vera alleanza tra Associazioni e Istituzioni

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In vista del convegno internazionale “Un’alleanza per l’autismo: diritti, comprensione, trattamenti e servizi”, Giovanni Marino, presidente dell’ANGSA, riflette su 40 anni di battaglie per i diritti delle persone con autismo condotti dalla propria Associazione: dai limiti nell’applicazione della Legge 134/15 ai LEA, che in molte Regioni non garantiscono i servizi necessari, dall’urgenza di una vera alleanza tra Associazioni e Istituzioni, fino al richiamo a una ricerca scientifica più strutturata Giovanni Marino, presidente nazionale dell’ANGSA

A pochi giorni dal Convegno internazionale Un’alleanza per l’autismo: diritti, comprensione, trattamenti e servizi (ne parliamo ampiamente in questo pezzo), evento promosso congiuntamente per il 2 aprile da ANGSA Nazionale (Associazione Nazionale Genitori di perSone con Autismo) e ANFFAS Nazionale (Associazione Nazionale di Famiglie e Persone con Disabilità Intellettive e Disturbi del Neurosviluppo), Giovanni Marino, presidente nazionale dell’ANGSA, riflette su 40 anni di battaglie per i diritti delle persone con autismo, condotte dalla propria Associazione, nata appunto nel 1985.
I limiti nell’applicazione concreta di strumenti fondamentali come la Legge 134/15 sui bisogni delle persone con autismo e i LEA (Livelli Essenziali di Assistenza), che in molte Regioni non riescono a garantire i servizi necessari alle famiglie; e ancora, l’urgenza di una vera alleanza tra Associazioni e Istituzioni, nonché il richiamo a una ricerca scientifica più strutturata: sono alcune delle questioni affrontate in questa nostra intervista, in cui Marino racconta con passione non solo le difficoltà, ma traccia un cammino possibile per migliorare concretamente la vita delle persone con autismo e delle loro famiglie.

L’ANGSA compie quest’anno 40 anni: quali sono i traguardi più significativi raggiunti dall’Associazione a favore delle persone con disturbo dello spettro autistico e delle loro famiglie?
«L’ANGSA si è costituita 40 anni fa, con il bisogno di contrastare la teoria della cosiddetta “mamma frigorifero” e gli interventi di psicodinamica che erano imperanti al tempo, mentre i genitori sapevano bene che non era la mamma la causa dell’autismo del proprio figlio. Quanto tempo e risorse sprecati e quanti bambini non trattati con metodologie adeguate, che hanno prodotto adulti in condizione di maggior bisogno di supporto che ora gravano sul sistema sanitario.
Nel tempo, poi, l’ANGSA è diventata un’Associazione di genitori esperti, si è strutturata in Federazione di secondo livello ed ora è presente con una sede in ogni Regione, che coordina le sedi provinciali. Si contano ormai quasi 90 Associazioni federate ormai. Nel 2011 ha promosso e contribuito alla scrittura della prima Linea Guida coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità (Linea Guida n. 21, Il trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti); nel 2012, in collaborazione con l’Istituo Superiore di Sanità e il Ministero della Salute ha scritto le Linee di Indirizzo per la cura e l’appropriatezza degli interventi a favore delle persone con autismo e nel 2015 ha assistito la Commissione Salute del Senato nella scrittura della Legge 134/15, considerata la Legge Quadro per l’autismo che il Decreto del Presidente del Consiglio (DPCM) sui LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) del 12 gennaio 2017 ha incorporato nel proprio articolo 60.
Si tratta di un quadro normativo esauriente nel campo dei diritti che offre tutti gli strumenti alle amministrazioni centrali e periferiche per organizzare gli interventi e i servizi necessari. Non possiamo però riferire di grandi traguardi, poiché tutta questa legislazione si infrange contro le autonomie regionali in materia sanitaria e troppe volte denunciamo situazioni di mancata applicazione dei LEA, con famiglie che continuano forzatamente ad assistere in casa i propri figli, a causa della carenza dei servizi».

In occasione dell’imminente convegno internazionale del 2 aprile, lei ha sottolineato l’importanza dell’alleanza tra associazioni e istituzioni. Quali strategie potrebbero essere messe in atto per consolidare ulteriormente questa collaborazione e tradurla in interventi concreti per le persone con autismo?
«Il convegno del 2 aprile sarà appunto incentrato sul concetto di alleanza. Vogliamo infatti rappresentare alle Istituzioni il valore di un’alleanza che nel campo della disabilità ha prodotto risultati notevoli di inclusione e riconoscimento dei diritti, nonostante la Legge Delega in materia di disabilità (Legge 227/21) sia datata dicembre 2021. Il Ministero per le Disabilità, insieme alle Associazioni maggiormente rappresentative, ha prodotto i Decreti Attuativi della stessa Legge Delega e già ora si riscontrano le prime applicazioni sul Progetto di Vita delle persone con disabilità. L’autismo, come detto in precedenza, gode di una Legge Delega apposita, la 134, datata 2015 e i LEA dal 2017, ma ancora oggi con scarsi risultati. A nostro avviso, infatti, manca da parte del Ministero della Salute quella consapevolezza necessaria a riconoscere e valorizzare il ruolo delle Associazioni maggiormente rappresentative nel campo dell’autismo. Da parte nostra rivendichiamo proprio il ruolo di Associazioni responsabili ed esperte che meritano un confronto costante, magari attraverso un analogo strumento quale quello dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità presso il Ministero per le disabilità. Molte scelte condivise, infatti, avrebbero prodotto risultati migliori e con minori costi negli interessi delle persone con autismo».

Qual è il suo punto di vista rispetto alle opinioni secondo cui la Legge 134/15, da lei stesso poco fa definita, come “Legge Quadro per l’autismo”, non viene applicata come previsto?
«La Legge 134/15 prevede una serie di interventi: quello che riguarda l’aggiornamento delle Linee Guida è stato appena concluso e ora si dispone di una Linea Guida per l’età evolutiva e una per l’età adulta; come previsto da quella stessa norma, nel 2018 sono state aggiornate le Linee di Indirizzo in collaborazione con le Associazioni maggiormente rappresentative; e per ultimo, va ribadito, è stato inserito l’autismo nei Livelli Essenziali di Assistenza. Non è dunque la Legge che è rimasta inapplicata, ma le sue ricadute, in quanto solo pochissime Regioni fino ad ora hanno garantito per l’autismo i LEA».

Qual è l’attuale situazione della ricerca sull’autismo?
«L’autismo ha bisogno di robusti fondi per finanziare la ricerca scientifica. La Legge 134/15 offre lo strumento, attraverso la Cabina di Regia, di finanziare modesti progetti di ricerca. Siamo costretti a segnalare che la parte del Fondo Autismo destinata alla ricerca scientifica è stata un fallimento. Servono molte più risorse concentrate su un Ente competente che sappia processare i progetti di ricerca in arrivo attraverso bandi pubblici e raccomandare i più efficaci.
Il campo della ricerca è molto vasto e non può essere più affidato agli specialisti del settore, come quelli della Psichiatria e della Neuropsichiatria Infantile, le quali rappresentano soltanto le professioni che si occupano della presa in carico delle persone con autismo. La ricerca di base invece coinvolge la genetica, la biologia molecolare e la neuroimmunologia, solo per fare alcuni esempi. Come ANGSA, abbiamo promosso uno strumento che è il più qualificato nel nostro Paese nel campo dell’indirizzo e della valutazione dei progetti di ricerca di questa materia, ossia la FIA (Fondazione Italiana Autismo), partecipata dalla Presidenza del Consiglio, dalle più rappresentative Associazioni nel campo della disabilità e dell’autismo e dalle società scientifiche, oltreché da riconosciute organizzazioni di servizi. Vogliamo mettere a disposizione del Ministero della Salute questo strumento che garantisce efficacia negli interventi». (Carmela Cioffi)

*Presidente nazionale dell’ANGSA (Associazione Nazionale Genitori di perSone con Autismo).

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Come è cambiata la voce “Disabilità” nella nuova Appendice della Treccani

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L’Enciclopedia Treccani ha recentemente realizzato la nuova Appendice dell’Enciclopedia Italiana (XI Edizione), nella quale sono stati rivisti alcuni vocaboli, tra i quali anche “Disabilità”, tenendo in particolare considerazione alcuni princìpi fondamentali della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Ne parliamo con Elena Vivaldi, che se n’è occupata in prima persona

Di recente, l’Enciclopedia Treccani ha realizzato la nuova Appendice dell’Enciclopedia Italiana (XI Edizione), nella quale sono stati rivisti alcuni vocaboli, quali “Capitalismo digitale”, “Disabilità”, “Disconnessione”, “Lavoro minorile”, “Medicina di genere”, “Metaverso”, “Povertà educative” e altri, al fine di renderli più consoni e più divulgativi rispetto a tutti i cittadini e le cittadine d’Italia di oggi e di domani. In particolare, per quanto riguarda le modifiche apportate al termine Disabilità, si sono tenuti molto in considerazione alcuni princìpi fondamentali della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Abbiamo posto alcune domande alla professoressa Elena Vivaldi, che in prima persona si è occupata di questo studio.

Professoressa Vivaldi, qual è la sua motivazione personale che l’ha spinta a collaborare all’XI edizione della nuova Appendice dell’Enciclopedia Italiana, e in particolare perché proprio sul termine “disabilità”?
«È stato un onore per me collaborare con l’Enciclopedia Italiana Treccani, che celebra proprio in questo 2025 i suoi 100 anni. Si tratta di una grande opera, che svolge da anni una funzione culturale importantissima per tutto il Paese, tracciando percorsi di orientamento utili a capire il tempo nel quale viviamo, soprattutto per le giovani generazioni. E sono davvero grata della scelta compiuta dall’Istituto Treccani di dedicare una voce proprio alla disabilità, interessata, negli ultimi anni, da cambiamenti notevoli, non solo per i progressi scientifici che sono nel frattempo intervenuti (pensiamo allo sviluppo nel campo della robotica), ma anche per come essa è considerata all’interno delle politiche pubbliche, sempre più inclini al riconoscimento della piena dignità alle persone con disabilità, anche grazie al ruolo di stimolo svolto, a tutti i livelli, dalle Associazioni di tutela».

Secondo le direttive della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, si è passati da un approccio assistenzialistico-medico nei confronti delle persone con disabilità a uno incentrato sulla persona, quindi sulla sua partecipazione attiva alla vita, considerando la diversità come una ricchezza. Seguendo questa visione adeguata, vocaboli come “handicappato” e “minorato”, utilizzati fino a poco tempo fa nel linguaggio corrente, ora sono ritenuti offensivi. Ci può spiegare perché nella nuova voce Disabilità dell’Appendice avete ritenuto giustamente di adottare tale linea?
«L’espressione che oggi dobbiamo utilizzare è quella di “persona con disabilità”, secondo quanto affermato nella Convenzione ONU, ratificata in Italia con la Legge 18/09. La Convenzione, pur non dando vita a nuovi diritti per le persone con disabilità, ha avuto il pregio di definire in maniera chiara dove la disabilità nasce: per persone con disabilità si intendono coloro che presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che, in interazione con barriere di diversa natura, possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri. Da qui deriva che la disabilità è prodotta dall’incontro tra il deficit individuale e le barriere di vario tipo (comportamentali, fisiche, culturali) che, rappresentando una mancata risposta alle esigenze della persona con menomazioni, portano alla luce la disabilità. In primo luogo, quindi, la persona, con i suoi diritti, le sue legittime aspettative, i suoi bisogni che, adeguatamente supportata attraverso interventi di modifica dell’ambiente circostante, può partecipare al pari di tutti gli altri alla vita nella comunità di riferimento.
Per altro, la recente Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, annunciata dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), si pone, tra gli altri, proprio l’obiettivo di modificare la terminologia in materia. E in effetti il Decreto Legislativo 62/24, attuativo di essa, contiene una disposizione specifica, l’articolo 4, che richiede di sostituire, ovunque ricorrano, le espressioni “persona handicappata”, “portatore di handicap”, “persona affetta da disabilità”, “disabile” e “diversamente abile” con “persona con disabilità”. Allo stesso modo l’espressione “disabile grave” è sostituita da “persona con necessità di sostegno intensivo”».

Conseguentemente alla nuova accezione di “disabilità” sono cambiati alcuni paradigmi annessi, come la gravità della disabilità: un tempo questa dipendeva, per lo più, dalle caratteristiche della persona, ora, invece, si basa sull’interazione tra la menomazione della persona stessa e il contesto circostante, che, molto spesso, è agevolata grazie agli “accodamenti ragionevoli”. Quest’ultima espressione è nuova, che cosa si intende esattamente?
«L’accomodamento ragionevole è definito all’articolo 2 della Convenzione ONU come quella modifica o adattamento necessario ed appropriato che, senza imporre un onere sproporzionato o eccessivo, risulti necessario a garantire alle persone con disabilità il godimento e l’esercizio di tutti i diritti fondamentali. È quindi uno strumento per attuare l’eguaglianza sostanziale, rivolto alle istituzioni, agli operatori economici, alla scuola e alla comunità in generale, per eliminare quelle situazioni di svantaggio che non assicurano una effettiva parità di chances. In questo senso, differiscono dalle azioni positive, le quali tendono a garantire pari opportunità attraverso la previsione di misure dirette a intere categorie di persone, sulla base di standard predeterminati, rilevati in astratto. Al contrario, gli accomodamenti ragionevoli devono rispondere ai bisogni effettivi del singolo, accertati in concreto, grazie al coinvolgimento attivo della persona con disabilità. Si può trattare quindi di un adattamento del luogo di lavoro (ad esempio un adattamento della postazione lavorativa) o di una modifica della struttura organizzativa, o ancora, di strumenti utilizzati per la comunicazione (pensiamo, nella scuola, all’utilizzo della CAA-Comunicazione Aumentativa Alternativa).
Di recente, il citato Decreto Legislativo 62/24 ambisce a rendere l’accomodamento ragionevole parte integrante del generale processo di inclusione delle persone con disabilità alla società, e del progetto di vita individuale personalizzato e partecipato, proponendo anche una formalizzazione della procedura per la sua richiesta e prefigurando l’intervento del Garante Nazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità, per verificare la sussistenza di una discriminazione proprio per rifiuto di accomodamento ragionevole».

Un altro nuovo significato è il “modello sociale”, promulgato sempre dalla Convenzione ONU. Che cos’è e perché lo si può considerare un superamento del modello della superfluità?
«Il cuore del modello sociale della disabilità consiste nell’avere spostato l’attenzione sulle barriere circostanti, sul contesto in cui si situa e agisce la persona con disabilità, lasciando in secondo piano le eventuali menomazioni del singolo. La rilevanza data al contesto porta in primo piano l’importanza delle politiche pubbliche finalizzate a rimuovere le barriere di vario tipo che impediscono il pieno dispiegarsi della personalità; politiche pubbliche il cui obiettivo è rappresentato dall’affermazione del catalogo dei diritti riproposto all’interno della Convenzione ONU, il cui metodo dev’essere improntato alla partecipazione e il cui risultato deve tendere all’empowerment [crescita dell’autoconsapevolezza, N.d.R.] delle persone a favore delle quali si interviene. Tale modello è il frutto di un lungo percorso culturale e sociale che ha portato dapprima al superamento di quello cosiddetto “della superfluità” (traduzione del termine spagnolo prescindencia), caratterizzato da un approccio mirante alla separazione, quando non anche all’eliminazione delle persone con disabilità (pensiamo, per fare un esempio, al programma Aktion T4, con cui si dette avvio nella Germania nazista alla soppressione di persone con malattie genetiche e con disabilità mentali), e successivamente al superamento del modello medico o riabilitativo.
Il modello medico, caratterizzato da un’impronta di carattere individualista, considera la disabilità come una mancanza che porta ad una deviazione rispetto allo standard di funzionamento di un essere umano, una mancanza che dev’essere letta e affrontata con strumenti e pratiche mediche. Nel modello sociale, invece, viene riconosciuta importanza all’intervento medico e ai progressi scientifici che possono migliorare la vita delle persone, ma tale intervento è collocato in un contesto in cui appunto la disabilità non deve rimanere un evento tragico, un fatto privato che interessa solo la persona e la sua famiglia. Significa in altri termini riconoscere l’importanza di altre tipologie di intervento: dall’educazione all’inclusione sociale, dalla formazione professionale all’inserimento lavorativo. In questo contesto complessivo il ruolo svolto dalle scienze mediche ha sicuramente una sua rilevanza, ma rappresenta solo uno dei saperi che può dare un contributo per eliminare qualsiasi forma di discriminazione e porre la persona con disabilità in grado di partecipare, in condizione di eguaglianza con gli altri, alla vita della società».

Sicuramente, nella prospettiva di un positivo cambiamento di paradigma della disabilità, l’utilizzo di un linguaggio appropriato è fondamentale, che cosa dunque vi aspettate nello specifico dal vostro intervento?
«Come dicevano i latini, nomina sunt omina, ossia il nome che noi diamo alle cose, alle persone, alle situazioni, traccia una strada, offre una sorta di presagio. Occorre quindi prestare massima attenzione al linguaggio che utilizziamo, in tutti i contesti, da quelli ufficiali a quelli più informali. Per questo, nell’istituzione in cui io lavoro, la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, come delegata alla disabilità e all’inclusione della Rettrice, professoressa Sabina Nuti, e insieme al Comitato Unico di Garanzia (CUG), ho lavorato alla predisposizione di linee guida sul linguaggio inclusivo. Si tratta di uno strumento di stimolo e supporto all’impiego di un linguaggio amministrativo e istituzionale corretto, che ha proprio l’intento di contribuire a garantire i presupposti necessari per la creazione di un contesto accademico non discriminante. Credo che la leva culturale sia di fondamentale importanza, e che per questo vada sostenuta con convinzione e continuità. Mi auguro che in tutti gli uffici pubblici, nelle scuole, nelle università, nelle aziende si dia importanza all’utilizzo di un linguaggio corretto, anche attraverso strumenti come quelli che abbiamo adottato noi».

*Elena Vivaldi è docente della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa nella quale è delegata alla Disabilità e all’Inclusione della Rettrice; ha curato la voce “Disabilità” nella nuova Appendice dell’Enciclopedia Italiana (XI Edizione). Il presente servizio è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “Disabilità: la Treccani spiega le parole per dirla e (per ridurre le discriminazioni)”, e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Audiodescrivere per i giovani: la serie “Adorazione”

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«Credo fermamente – scrive l’audiodescrittrice Laura Giordani – nell’importanza di audiodescrivere anche e soprattutto i prodotti per le fasce di età più giovani, a partire dai cartoni animati per i bambini, sino ai film e alle serie per ragazzi e giovani adulti. L’audiodescrizione, infatti, è un veicolo culturale oltre a essere un grande ausilio, e già solo il fatto di parlarne ci dice che il mondo in cui viviamo, seppur con lentezza, sta facendo dei passi avanti in termini di accessibilità» Le giovani protagoniste della serie televisiva “Adorazione”

Vorrei oggi parlare di una delle serie Netflix che ha riscosso più successo in Italia durante lo scorso anno, Adorazione (2024), una produzione Picomedia con Stefano Mordini alla regia e tratta dall’omonimo romanzo di Alice Urciolo.
Racconta la storia di un gruppo di amici, poco meno che maggiorenni, che viene stravolto da un evento inenarrabile: una di loro, Elena, scompare nel nulla. Le indagini che verranno messe in campo per ritrovarla faranno riemergere segreti, tradimenti e complesse dinamiche adolescenziali che si scioglieranno, purtroppo, nell’epilogo più tragico.
La serie si consuma a Pontinia (Latina), giocandosi tra il gruppo di ragazzi da una parte, che prova a reagire all’accaduto, e le famiglie dall’altra che, ognuna a suo modo, cerca di scoprire la verità e far fronte al duro colpo che ciascuno dei propri figli ha subìto.

Si tratta di una serie Netflix che anche grazie alla presenza di talent come la cantante Noemi – laureata in Storia del Cinema, ma al debutto come attrice – e Fabri Fibra – come cantante dell’omonima sigla Adorazione – è riuscita a guadagnarsi l’attenzione e la stima del pubblico più giovane, target indiscusso di questa opera audiovisiva.
Nel cast, tra i “ragazzi”, troviamo attori giovani ed emergenti come Alice Lupparelli nei panni di Elena e Noemi Magagnini nei panni di Vanessa, la sua migliore amica. E poi ancora Giulio Brizzi, Beatrice Puccilli, Penelope Raggi e Luigi Bruno. Tra gli “adulti”, Barbara Chichiarelli nei panni di Chiara, la poliziotta che si occuperà del caso di Elena.

Anche questa serie è corredata di audiodescrizione (d’ora in poi AD) grazie all’attenzione che Netflix mostra verso le disabilità sensoriali, e nel caso dell’AD parliamo naturalmente di disabilità visiva. Questo ausilio sfrutta i momenti di silenzio – o assenza di dialogo – di un’opera audiovisiva unica o seriale per inserire una traccia audio secondaria che, per mezzo di frasi lette da uno speaker professionista, chiarisca tutte quelle scene che rimarrebbero incomprese all’udito di ciechi e ipovedenti che non possono fare affidamento sulle immagini. Così facendo, il prodotto audiovisivo in questione viene reso perfettamente fruibile nell’interesse di tutti: fruitori ciechi e ipovedenti – che, come gli altri, pagano un servizio – e la stessa piattaforma o emittente distributrice – che così potrà contare su un bacino di spettatori più grande.

Com’è ormai consuetudine per me su Superando, ho il piacere di introdurre Lettori e Lettrici nel mondo di una determinata opera cinetelevisiva, “passeggiando” tra le parole delle clip descrittive che ne hanno composto l’audiodescrizione. Analizzando infatti il metodo che ne ha condotto la realizzazione, si approfondiscono quelle che sono le peculiarità di un prodotto specifico.
Innanzitutto, un buon audiodescrittore dovrebbe sempre cogliere gli indizi che il regista lascia qui e lì e che fanno capire agli spettatori dettagli importanti sulla narrazione filmica:
«Passa per le strade cittadine. Su dei cartelli, le indicazioni per Roma e Latina. Si ferma in un parcheggio vuoto».
Quello che in altre scene sarebbe stato un dettaglio di poco conto, di sottofondo, nel primo minuto del primo episodio ci serve per collocare la storia.

Trattandosi poi di un dramma TV che parla di una ragazza scomparsa, quel che amo chiamare l’“occhio clinico” dell’audiodescrittore deve posarsi anche su quei dettagli che – come fossimo degli investigatori privati – devono portarci alla risoluzione del caso o, quanto meno, all’analisi di tutte le piste investigative possibili. Ecco dunque un esempio tratto da una clip del primo episodio, che vede protagonisti la ragazza scomparsa (Elena) e un innocuo senzatetto, bonariamente soprannominato “Ricotta”: «Elena si incammina dalla parte opposta. Al suono del clacson si volta e va verso il fidanzato. Nel prendere il cellulare dalla borsa, fa cadere un elastico per capelli nero a fiori. Ricotta lo raccoglie».
Specificare questi dettagli apparentemente insignificanti in realtà preparano il fruitore a uno sviluppo che, due episodi dopo, nel terzo, assumeranno un rilievo importante: «Ricotta le fa il gesto dell’ombrello con una smorfia grottesca. Diletta si allontana pensierosa […] Alla cassa del ristorante, Diletta ripensa a Ricotta che le fa il gesto dell’ombrello. (suono) Al polso dell’uomo, un elastico nero a fiori come quello di Elena».
Ecco dunque svelato il collegamento tra due scene relativamente distanti (primo e terzo episodio) in una miniserie composta da sei. Per intercettare questi collegamenti e non perdere il “filo” della narrazione filmica, sarebbe pertanto sempre auspicabile un’attenta visione preliminare dell’intera serie. In questo caso, essendo solo composta da sei episodi – come sempre più spesso accade – è un’accortezza ancor più facile da assicurare. Infatti, in mancanza di una visione di insieme, questo collegamento si sarebbe perso e al fruitore non sarebbe stato chiaro il motivo per cui, da quel momento in poi, i sospetti si sarebbero concentrati sul clochard.

Un’ultima riflessione – ma non per importanza – va dedicata al registro linguistico, dal momento che quello dell’audiodescrizione è un vero e proprio testo autoriale. Visto il target ben definito di quest’opera – ovvero adolescenti e giovani adulti – bisogna certamente indirizzarsi a loro chiamando le cose come loro le chiamano – senza però mai allontanarsi dai vincoli della lingua italiana, così com’è prescritta dai vocabolari più autorevoli. Il linguaggio del copione descrittivo dev’essere sempre capace di fondersi con i dialoghi, per assicurare un testo coeso e coerente. Ecco alcuni esempi tratti dai vari episodi:
° «Vanessa posta la foto di Elena. In un messaggio, le chiede: “Siamo ancora scazzate?”. Elena le risponde “Che palle che sei”».
° «In camera, Elena si sistema vestiti e capelli davanti allo specchio. Controlla la posizione di Enrico a Cassino tramite un’applicazione».
° «A casa, Diana riceve un vocale da Vera».
° «(ACC fiati) In camera, Giorgio legge i commenti sotto un suo post: (letto) “La gente come te merita di marcire in galera”, “Vergognati!”, “Da bruciare all’inferno!”, “Ergastolo!”, “Fai schifo!”, “Sei un criminale!”, “In galera!”, “Schifoso assassino!”».
° «(ACC musica) Bevono uno shottino in discoteca, poi ballano».
° «A casa, Enrico gioca alla playstation».

Credo fermamente nell’importanza di audiodescrivere anche e soprattutto i prodotti per le fasce di età più giovani, a partire dai cartoni animati per i bambini, sino ai film e alle serie per ragazzi e giovani adulti. L’AD è un veicolo culturale oltre a essere un grande ausilio, e già solo il fatto di parlarne ci dice che il mondo in cui viviamo, seppur con lentezza, sta facendo dei passi avanti in termini di accessibilità.
Questa serie tratta tematiche importanti come l’amicizia, l’amore, il rispetto, l’adolescenza, la crescita, il rapporto con la verità, e molto altro che sarebbe meglio non spoilerare. Il mio auspicio è che, fruendo dell’audiodescrizione di questa serie, comodamente sulla piattaforma Netflix, possiate davvero “adorarla”!
Buon ascolto!

*Adattatrice di dialoghi, audiodescrittrice, docente universitaria. Ne segnaliamo anche, sempre sulle nostre pagine (a questo, questo e questo link), i recenti contributi intitolati “La buona audiodescrizione di un ‘teen drama’”, “L’audiodescrizione del film ‘Sei nell’anima’, che racconta l’ascesa di Gianna Nannini” e “Accessibilità al quadrato: l’audiodescrizione di ‘All Blinds – Il baseball come non lo avete mai visto’”.

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Al Museo Egizio di Torino il premio “Sguardo in rilievo 2025”

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È andato al Museo Egizio di Torino, «in virtù di un prezioso e articolato lavoro di resa accessibile delle collezioni e degli spazi espositivi», il premio “Sguardo in rilievo 2025”, riconoscimento con cui l’UICI del Piemonte valorizza l’impegno di singoli, imprese o istituzioni che si siano distinti nel sostenere l’inclusione delle persone con disabilità visiva Il presidente dell’UICI Piemonte Franco Lepore consegna il premio “Sguardo in rilievo 2025” a Evelina Christillin, presidente della Fondazione Museo Egizio

È andato al Museo Egizio di Torino il premio Sguardo in rilievo 2025, riconoscimento con cui l’UICI del Piemonte (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) valorizza l’impegno di singoli, imprese o istituzioni che si siano distinti nel sostenere l’inclusione delle persone con disabilità visiva. «Quest’anno – spiegano dall’Associazione – la scelta è caduta sul Museo Egizio in virtù di un prezioso e articolato lavoro di resa accessibile delle collezioni e degli spazi espositivi. Grazie infatti a questo impegno, portato avanti anche con la consulenza nostra e dell’UICI di Torino, i visitatori ciechi e ipovedenti che arrivano alla struttura trovano oggi un contesto accogliente e hanno a disposizione diversi strumenti per apprezzare i reperti esposti, scoprendo la storia e il fascino di una civiltà che a distanza di millenni non smette di sorprendere e incantare».

«Va sottolineato poi – aggiungono dall’UICI piemontese – che i vari accorgimenti si inseriscono in un più ampio piano di intervento, volto a includere visitatori con diverse fragilità (dalle disabilità sensoriali a quelle motorie, senza trascurare i disturbi psichici e del comportamento). Nello specifico, per le persone cieche e ipovedenti sono disponibili, tra l’altro, 35 pannelli visivo tattili con indicazioni in Braille e a caratteri ingranditi, audiodescrizioni in italiano e inglese, attivabili da telefono tramite codice QR, uno speciale contrassegno da ritirare all’ingresso, che consente di toccare alcuni reperti esposti (tra questi, una selezione di splendide sculture, custodite nello statuario), nonché un plastico in legno relativo al palazzo storico che ospita il Museo».

Il premio è stato consegnato a Evelina Christillin, presidente della Fondazione Museo Egizio, nel corso di un evento promosso dall’UICI Piemonte in occasione della recente XVIII Giornata Nazionale del Braille.
«Siamo stati particolarmente contenti di premiare il Museo Egizio – commenta Franco Lepore, presidente dell’UICI Piemonte -, una realtà nota e apprezzata in tutto il mondo, capace di richiamare ogni anno centinaia di migliaia di visitatori. È importante, infatti, che un’istituzione di questa rilevanza abbia scelto la via dell’inclusione, facendosi vicina a tanti visitatori che diversamente non avrebbero potuto apprezzarne la bellezza. E siamo grati al Museo anche per la perizia tecnica con cui gli interventi sono stati realizzati, nonché per la capacità di dialogo e di ascolto, elementi imprescindibili per un risultato veramente efficace». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa UICI Piemonte (Lorenzo Montanaro), comunicazione@uicpiemonte.it.

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A scuola imparo a guardare il mio amico

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La Rete campana CIVES ha presentato il progetto didattico denominato “A scuola imparo a guardare il mio amico”, iniziativa che punta a sensibilizzare i giovani sul tema della disabilità visiva, promuovendo l’inclusione e la comprensione attraverso attività pratiche e coinvolgenti. L’invito di CIVES a tutte le istituzioni scolastiche è di considerare l’integrazione di questo progetto nelle loro attività educative Lettura in Braille da parte di un bimbo con disabilità visiva

La Rete campana CIVES ha presentato nei giorni scorsi il progetto didattico denominato A scuola imparo a guardare il mio amico, iniziativa che punta a sensibilizzare i giovani sul tema della disabilità visiva, promuovendo l’inclusione e la comprensione attraverso attività pratiche e coinvolgenti. Obiettivi del progetto, dunque, sono segnatamente quelli riguardanti appunto la sensibilizzazione nell’abbattere pregiudizi e stereotipi, mostrando che la diversità è una risorsa preziosa, fornendo al tempo stesso strumenti educativi e conoscenze per comprendere le sfide e le potenzialità delle persone con disabilità.

Il progetto si articolerà in una serie di fasi, sintetizzabili in:
° Brainstorming interattivo, con il coinvolgimento degli studenti in una discussione iniziale, per esplorare le loro conoscenze sul mondo della disabilità visiva.
° Laboratori ludici durante i quali, attraverso attività sensoriali, i giovani impareranno il codice Braille e le tecniche di orientamento, utilizzando suoni, odori e gusti.
° Dimostrazioni pratiche, condotte da esperti che mostreranno l’uso di tecnologie assistive, quali computer e smartphone utilizzati da persone cieche e ipovedenti.
° Attività con ausili tiflodidattici: gli studenti potranno sperimentare strumenti speciali per la didattica inclusiva, scoprendo come possano essere utili per tutti.
° Lettura di libri tattili, coinvolgendo il tatto, oltre alla vista, per condividere esperienze inclusive.
° Sport e giochi adattati per promuovere l’inclusione attraverso il gioco.

«Questa iniziativa – sottolinea Giuseppe Fornaro, presidente della Rete CIVES – rappresenta un’opportunità unica per le scuole di promuovere una cultura dell’inclusione e del rispetto reciproco. Partecipando, infatti, gli studenti avranno l’occasione di sviluppare empatia e comprensione verso le persone con disabilità visiva, arricchendo il tessuto sociale delle scuole e delle comunità locali. Tutte le scuole interessate potranno contattare la nostra psicologa, dottoressa Annacarmen Rea, per discutere le modalità di realizzazione del progetto e ottenere ulteriori chiarimenti».
«Invitiamo quindi – aggiunge – tutte le istituzioni scolastiche a considerare l’integrazione di questo progetto nelle loro attività educative. Insieme, infatti, possiamo costruire un ambiente più inclusivo e consapevole, dove ogni studente si senta valorizzato e compreso». (S.B.)

Per ogni altra informazione: segreteriacives@gmail.com.

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Negli ospedali arriva il distributore di libri

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Non solo il caffè, al distributore dell’ospedale si potrà prendere anche un libro: è “Bookstop – Fai una pausa con un libro”, progetto di distribuzione culturale innovativo, nato da un’idea di Ediciclo Editore, sviluppata grazie al programma “NextGenerationEU”. Selezionati in tal senso 20 titoli della collana “Piccola filosofia di viaggio” per l’ORAS (Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione) di Motta di Livenza (Treviso)

Non solo il caffè, al distributore dell’ospedale si potrà prendere anche un libro. È il progetto Bookstop – Fai una pausa con un libro, nato da un’idea di Ediciclo Editore, sviluppata grazie al fondo del programma NextGenerationEU dell’Unione Europea e che arriva all’ORAS (Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione) di Motta di Livenza (Treviso).

Il distributore di libri installato all’ORAS (Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione) di Motta di Livenza (Treviso)

Il primo distributore di libri del progetto Bookstop rappresenta «un invito a rallentare, fermarsi, ascoltare, respirare e immergersi in un mondo nuovo, scegliendo un libro di viaggio per sé o per qualcun altro, per viaggiare, farsi ispirare e riflettere».
L’iniziativa, sviluppata in collaborazione con il Gruppo Illiria, azienda leader nel settore della distribuzione automatica, ha permesso la realizzazione di due distributori di libri, contenenti 20 titoli della collana “Piccola filosofia di viaggio” di Ediciclo Editore. Si tratta di una raccolta di saggi brevi che offrono spunti di riflessione su temi legati al viaggio, alla scoperta e all’esperienza personale.
Dal canto suo, l’ORAS di Motta di Livenza ha deciso di mettere a disposizione gli spazi comuni per dare una casa al primo distributore di libri.
L’inaugurazione ufficiale si è avuta il 20 marzo presso la struttura ospedaliera, segnando l’inizio di un progetto destinato a cambiare le modalità di fruizione dei libri in luoghi inediti.

«Il progetto si pone come un esperimento pionieristico in Italia nel settore del vending culturale. I distributori automatici hanno già dimostrato la loro efficacia nella distribuzione di prodotti alimentari e di prima necessità, ma difficilmente vengono utilizzati per diffondere libri da parte di una casa editrice. Questo progetto nasce con l’obiettivo di intercettare nuovi lettori in luoghi dove il tempo di attesa può diventare un’opportunità per la lettura», racconta Vittorio Anastasia, ideatore del progetto.
«Con questo simbolo vogliamo dare l’avvio a una serie di incontri letterari incentrati sull’inclusività e sul valore e la ricchezza della diversità: da maggio 2025, infatti, anche grazie a questa importante sinergia con Ediciclo Editore, ci saranno presentazioni di libri aperte ai nostri pazienti e a tutta la comunità con autori che hanno saputo mettere in risalto i valori dell’autonomia e la ricchezza dell’unicità», ha affermato Stefano Masiero, presidente dell’ORAS.
La sperimentazione, che parte dell’Ospedale Riabilitativo di Alta Specializzazione di Motta di Livenza proseguirà in altri luoghi del Triveneto: la seconda installazione, infatti, è prevista al Polo Tecnologico di Pordenone. (C.C.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Comunicazione Ediciclo Editore (Giada Zamarian), ufficio.stampa@ediciclo.it.

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Agli insegnanti di sostegno serve anche la testimonianza di chi conosce da vicino la disabilità

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«Insegnanti di sostegno si diventa, attraverso lo studio e la formazione, ma – sottolineano dall’AIPD (Associazione Italiana Persone Down) – anche grazie alla testimonianza di chi conosce da vicino la disabilità»: proprio per questo, dunque, la stessa AIPD ha ben volentieri accettato l’invito dell’Università Europea di Roma a tenere una lezione partecipata per i futuri insegnanti di sostegno, ciò che è accaduto in occasione della rrecente Giornata Mondiale della Sindrome di Down

«Insegnanti di sostegno si diventa, attraverso lo studio e la formazione, ma – sottolineano dall’AIPD (Associazione Italiana Persone Down) – anche grazie alla testimonianza di chi conosce da vicino la disabilità»: proprio per questo, dunque, la stessa AIPD ha ben volentieri accettato l’invito dell’Università Europea di Roma a tenere una lezione partecipata per i futuri insegnanti di sostegno, ciò che è accaduto il 21 marzo, in occasione della Giornata Mondiale della Sindrome di Down.
Il presidente dell’Associazione Gianfranco Salbini, dunque, insieme al responsabile dello Sportello Autonomia dell’AIPD Nazionale, Francesco Cadelano, hanno incontrato gli studenti del corso di specializzazione per le attività di sostegno didattico agli alunni con disabilità (IX ciclo), diretto dal docente Gianluca Amatori, nell’àmbito dell’insegnamento di Pedagogia e Didattica Speciale nelle Disabilità Intellettive, condotto dalla professoressa Roberta Rosa.
In tutto, tra insegnanti e futuri insegnanti, hanno preso parte all’incontro circa 650 persone, fornendo un riscontro del tutto positivo, in termini di attenzione e di interesse.

«La lezione – commenta Gianfranco Salbini – ha rappresentato un’opportunità importante per condividere la mia esperienza personale e il lavoro svolto in 46 anni dalla nostra Associazione. Raccontare il mio percorso, come padre di una figlia con sindrome di Down, è stato il punto di partenza per mostrare concretamente come, nel tempo, siano cambiate le prospettive e i diritti delle persone con disabilità intellettiva, dalla scuola al lavoro fino alla vita indipendente. Una storia che la nostra Associazione cerca sempre di ricordare, per non dimenticare come eravamo e come siamo diventati e come, ancora, potremo diventare, migliorando sempre la qualità della partecipazione delle persone con sindrome di Down alla vita sociale».
«Di fronte a insegnanti e futuri docenti di sostegno – aggiunge -, insieme al dottor Cadelano, abbiamo riflettuto su come abbattere i pregiudizi e gli stereotipi ancora troppo diffusi. È fondamentale che chi si occupa o si occuperà di formazione e soprattutto di sostegno scolastico, comprenda non solo l’aspetto tecnico e didattico, ma soprattutto il valore della relazione umana, empatica e rispettosa delle unicità di ogni studente».

A proposito poi del tema, assai dibattuto, del sostegno scolastico e della formazione degli insegnanti a questo dedicati, «credo che le Associazioni come l’AIPD – ha concluso Salbini – abbiano un ruolo cruciale nell’affiancare e supportare gli insegnanti, offrendo strumenti concreti per affrontare al meglio le sfide educative e favorire una reale inclusione. Solo infatti attraverso una stretta collaborazione tra famiglie, scuola e realtà associative possiamo costruire una società in cui ogni persona con disabilità sia riconosciuta per il proprio valore e le proprie potenzialità».

Dal canto suo, Francesco Cadelano ha voluto porre l’attenzione su come sia importante «riuscire a “vedere” le persone con sindrome di Down con occhi diversi, persone che non hanno una malattia, non sono degli eterni bambini, non sono tutti uguali, che sanno di avere una disabilità e che vivono la propria sessualità come tutte le altre persone». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampaaipd@gmail.com.

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Piemonte: una Proposta di Legge per la tutela dei diritti di malati cronici e persone con gravi disabilità

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È stata depositata al Consiglio Regionale del Piemonte una Proposta di Legge Regionale voluta per promuovere e valorizzare le figure del tutore volontario di persone interdette e dell’amministratore di sostegno volontario, iniziativa che ha recepito le istanze delle organizzazioni torinesi Associazione Tutori Volontari, UTIM (Unione per la Tutela delle Persone con Disabilità Intellettiva) e di quelle aderenti al CSA (Coordinamento Sanità e Assistenza fra i movimenti di base)

È stata depositata ufficialmente al Consiglio Regionale del Piemonte (primo firmatario il Consigliere Silvio Magliano), la Proposta di Legge Regionale numero 75, recante Disposizioni per la promozione dell’esercizio, a titolo volontario, degli istituti giuridici di tutore di persone interdette e di amministratore di sostegno, voluta per promuovere e valorizzare «le figure del tutore volontario di persone interdette e dell’amministratore di sostegno volontario».

«Il testo – spiegano dalle organizzazioni torinesi Associazione Tutori Volontari, UTIM (Unione per la Tutela delle Persone con Disabilità Intellettiva) e CSA (Coordinamento Sanità e Assistenza fra i movimenti di base) – prevede di istituire un sistema coordinato per la promozione e la valorizzazione di volontari tutori e amministratori di sostegno, con l’obiettivo di assicurare un supporto adeguato alle persone non autosufficienti, incapaci in tutto o in parte di tutelarsi, garantendo loro protezione, tutela dei diritti e della dignità, attraverso una gestione attenta e su misura dei loro bisogni personali.
In concreto, secondo la citata Proposta di Legge, i cittadini piemontesi che vorranno volontariamente assumere il compito di tutori o amministratori di sostegno di persone malate o con grave disabilità che abbiano perso la capacità di rappresentarsi, saranno riconosciuti ufficialmente, supportati dalle istituzioni con corsi di formazione e aggiornamento e una rete di coordinamento e consulenza garantita dagli Uffici Provinciali di Pubblica Tutela. La Regione si impegnerebbe anche a realizzare campagne informative per dare evidenza della possibilità di svolgere questo delicato, ma prezioso compito. Le nostre organizzazioni, infine, e anche le altre aderenti al CSA, garantirebbero a propria volta – se la norma fosse effettivamente approvata – una “sponda” di promozione e valorizzazione del nuovo istituto, vigilando sul buon funzionamento del sistema».

Si legge nella relazione di accompagnamento alla Proposta di Legge: «La promozione delle figure di tutore e amministratore di sostegno volontario rappresenta una risposta alla necessità di un approccio più umano e vicino alla persona, evitando conflitti di interesse e promuovendo un’assistenza centrata realmente sul beneficiario».

Il testo, va detto, ha recepito numerose istanze delle citate Associazioni di tutela, con i rispettivi presidenti, Vincenzo Bozza (UTIM) e Antonella Figus (Associazione Tutori Volontari), insieme al segretario della stessa Associazione Tutori Volontari Giuseppe D’Angelo, che esprimono «apprezzamento per una Proposta che prevede la messa in opera di un istituto di tutela che evita i conflitti di interesse delle tutele assegnate a Comuni e ASL (enti che sono titolari delle cure e degli interventi assistenziali degli stessi beneficiari di cui dovrebbero fare gli interessi) e del fenomeno delle molte tutele o amministrazioni di sostegno (anche 20 insieme) affidate a professionisti a pagamento, in genere avvocati, che non riescono a garantire attenzione agli aspetti relazionali e di qualità della vita, limitandosi molto spesso ad una fredda gestione economica, a spese del beneficiario stesso. In questo senso, è apprezzabile che la proposta limiti l’attività dei volontari a non più di due incarichi di tutela e/o amministrazione di sostegno contemporaneamente».
E del resto, tra le istanze “storiche” delle Associazioni aderenti al CSA di Torino vi è proprio quella di non ridurre la tutela o l’amministrazione di sostegno ad un rendiconto economico annuale, dedicando invece una maggiore attenzione, da parte dei tutori/amministratori di sostegno e da parte degli stessi giudici tutelari, agli aspetti relazionali e di riconoscimento dei diritti delle persone con grave disabilità e dei malati non autosufficienti. «Un obiettivo – sottolineano Bozza, Figus e D’Angelo – che l’approvazione della Legge potrebbe aiutare a raggiungere, investendo di responsabilità in questa direzione non solo i volontari che si candideranno, ma anche, come enti di promozione del nuovo istituto, le Associazioni che operano proprio per la promozione e la difesa dei diritti di coloro che non sono in grado di farlo da sé».
«Rimane comunque fermo – proseguono i rappresentanti delle organizzazioni del CSA – il caposaldo della priorità della nomina dei familiari al ruolo di tutore o amministratore di sostegno dei beneficiari, così come stabilita dal Codice Civile ed è per questo che la norma proposta si rivolge prioritariamente a quei casi di persone sole e senza rete familiare, per i quali una figura esterna indipendente è garanzia di vera tutela».

I compiti che si assumerebbero i volontari sono ben delineati all’articolo 4 della proposta: «1. I tutori volontari di persone interdette e gli amministratori di sostegno volontari affiancano, supportano o rappresentano la persona beneficiaria del provvedimento di tutela o di amministrazione di sostegno secondo le disposizioni del proprio incarico e nei limiti fissati dal giudice tutelare, garantendone la cura degli interessi personali e patrimoniali. 2. In tale ambito non si sostituiscono ai compiti e alle responsabilità in carico alle istituzioni, in particolare per quanto concerne l’erogazione di prestazioni, alle ASL, agli enti locali e ad altri servizi sanitari e socio-assistenziali territoriali».

Il provvedimento prevede anche un iniziale stanziamento di risorse per «a) erogare ai tutori di persone interdette e agli amministratori di sostegno volontari di persone prive di patrimonio e di adeguati mezzi, un rimborso per le spese sostenute», salvo che siano parenti entro il quarto grado del beneficiario; «b) finanziare la stipula di polizze assicurative per la responsabilità civile connessa all’incarico ricoperto dai tutori e amministratori di sostegno volontari; c) prevedere specifiche agevolazioni sotto forma di benefit per i tutori di persone interdette e gli amministratori di sostegno volontari, inclusi sconti o agevolazioni su servizi pubblici, trasporti, attività culturali, sportive e ricreative».

Infine, il testo della Proposta di Legge prevede che «la Regione riconosce altresì incentivi a favore delle organizzazioni di volontariato che promuovono la figura del tutore di persone interdette e dell’amministratore di sostegno volontari, mediante contributi economici, facilitazioni nell’accesso a spazi pubblici e servizi, e altre forme di sostegno, per la realizzazione di attività di sensibilizzazione, formazione e aggiornamento delle persone che intendono svolgere la funzione di tutore di persone interdette e di amministratore di sostegno».

La “palla” passa dunque alla IV Commissione del Consiglio Regionale Piemontese (Sanità e Politiche Sociali), per avviare l’iter di discussione. L’Associazione Tutori Volontari, l’UTIM e tutto il CSA monitoreranno il percorso, contattando tutti i Consiglieri Regionali componenti della citata Commissione, nonché alla Giunta Regionale, auspicando segnatamente un’approvazione in tempi rapidi del testo. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: info@tutori.it.

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“Opera fai da te”, un nuovo progetto teatrale aperto a giovani e adulti

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Nasce un nuovo progetto teatrale, “Opera fai da te”, messo a punto anche dalla Fondazione Lega del Filo d’Oro, iniziativa che ha l’obiettivo di creare un melodramma per attivare «i sentimenti, l’intelligenza emotiva, le emozioni, e nello stesso tempo affrontare le difficoltà e vincere le paure». Il 28 marzo ad Osimo (Ancona), la conferenza stampa di presentazione Al Teatro La Nuova Fenice di Osimo (Ancona) il 24 e il 25 maggio debutterà l’opera “Una missione per due”

Inclusione, trasmissione dei saperi, dialogo intergenerazionale sono al centro del progetto Opera fai da te, a cura dell’Accademia d’Arte Lirica di Osimo (ente capofila), della Fondazione Lega del Filo d’Oro, dell’Istituto Comprensivo Caio Giulio Cesare di Osimo-Offagna (Ancona), con il sostegno del Dipartimento per le Politiche della Famiglia della Presidenza del Consiglio.

Nella mattinata del 28 marzo (ore 11), presso la Sala Polifunzionale della Fondazione Lega del Filo d’Oro a Osimo (Via Linguetta, 3), è in programma una conferenza stampa di presentazione del progetto che coinvolge ragazzi e adulti nel processo creativo di un nuovo melodramma come mezzo per descrivere i sentimenti, attivare l’intelligenza emotiva, affrontare le difficoltà e vincere le paure.
Interverranno per l’occasione Piero Alessandrini e Vincenzo De Vivo, presidente e direttore artistico dell’Accademia d’Arte Lirica di Osimo, Patrizia Ceccarani, segretario del Comitato Tecnico Scientifico ed Etico della Fondazione Lega del Filo d’Oro, Lorella Belleggia, dirigente dell’Istituto Comprensivo Caio Giulio Cesare e alcuni degli artisti coinvolti nella produzione della nuova opera lirica.

Al progetto di teatro musicale contribuiscono persone di tante e diverse abilità e ci sarà il debutto della nuova opera lirica, frutto di Opera fai da te, al Teatro La Nuova Fenice di Osimo il 24 e 25 maggio prossimi, ovvero Una missione per due, su soggetto degli alunni dell’Istituto Caio Giulio Cesare, libretto di Vincenzo De Vivo e musica di Lorenzo Sidoti. Protagonisti saranno i ragazzi dell’Istituto Caio Giulio Cesare con i loro genitori, docenti e non docenti, cantanti dell’Accademia d’Arte Lirica, ragazzi della Lega del Filo d’Oro, strumentisti dell’Orchestra Sinfonica Rossini. Il tutto con la collaborazione dell’Istituto di Istruzione Superiore Laeng Meucci di Osimo. (C.C.)

Per informazioni: Virginia Matteucci (v.matteucci@inc-comunicazione.it), Chiara Ambrogini (ambrogini.c@legadelfilodoro.it).

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Il Museo Omero finalista ai “WEmbrace Awards 2025”

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Il Museo Tattile Statale Omero di Ancona è tra i finalisti nella sezione “Creativity” alla terza edizione dei “WEmbrace Awards”, iniziativa organizzata dall’Associazione art4sport di Bebe Vio e il cui evento conclusivo è in programma per il 27 marzo alla Fabbrica del Vapore di Milano Una sala del Museo Omero di Ancona

Vi sarà anche il Museo Tattile Statale Omero di Ancona tra i finalisti nella sezione Creativity alla terza edizione dei WEmbrace Awards, iniziativa organizzata dall’Associazione art4sport di Bebe Vio e del cui evento conclusivo, in programma per il 27 marzo alla Fabbrica del Vapore di Milano, abbiamo già riferito ampiamente in altra parte del giornale.
A rappresentare per l’occasione il Museo Omero sarà Daniela Bottegoni, fondatrice e testimone di un percorso fatto di innovazione, accessibilità e impegno costante.
«Essere tra i finalisti nella categoria Creativity – dicono dalla struttura marchigiana – significa veder riconosciuto il valore della nostra missione, che da sempre dimostra come l’arte possa unire, ispirare e creare dialogo. Sarà dunque un’occasione importante per raccontare il nostro impegno nel rendere l’esperienza artistica un diritto di tutti e di tutte». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: redazione@museoomero.it.

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A tavola con i sensi: un’esperienza culinaria al buio

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Dal 29 al 31 marzo Viareggio ospiterà la terza edizione di “Food Expo Versilia” e la Fondazione Alfredo Catarsini 1899 sarà coinvolta il 29 marzo nella manifestazione, con l’evento speciale A tavola con i sensi. Un’esperienza culinaria al buio” 

Chi deciderà di partecipare, sarà bendato e guidato in un viaggio culinario che condurrà a esplorare cinque portate create con ingredienti del territorio freschi e di stagione: si chiama A tavola con i sensi. Un’esperienza culinaria al buio, l’evento in programma per il 29 marzo durante la manifestazione di Viareggio Food Expo Versilia.
Si tratterà in sostanza di un viaggio sensoriale unico alla scoperta dei sapori autentici del territorio, in un evento promosso da Slow Food Versilia, in collaborazione con la Fondazione Alfredo Catarsini 1899.
All’accoglienza verranno fornite le istruzioni, la mascherina da indossare prima dell’ingresso in sala e un cavaliere con il nome. Gli ospiti saranno accompagnati per sedersi al tavolo uno di fianco all’altro. All’inizio della degustazione verranno fornite istruzioni riguardo all’apparecchiatura, servito il vino e introdotti in sequenza i piatti da degustare. Al termine di ogni portata sarà prevista una pausa per scambio di impressioni e sarà proposto di riconoscere un ingrediente per palati sopraffini.
Una voce guiderà l’intero percorso della serata, mentre il personale di sala sarà sempre a disposizione in caso di necessità.

L’evento, condotto da Elena Martinelli, presidente della Fondazione Alfredo Catarsini 1899 e da Emiliana Lucchesi, giornalista enogastronomica, fa parte del cammino I luoghi di Catarsini, progetto realizzato in collaborazione con il Touring Club Italiano e Slow Food Versilia, che valorizza le eccellenze del territorio, con un’attenzione particolare all’accessibilità per le persone con disabilità visiva.
Slow Food Versilia aderisce tra l’altro anche al progetto L’arte accessibile per tutti della Fondazione Catarsini e parte del ricavato della degustazione sarà devoluto all’allestimento di due laboratori esperienziali con un’opera tattilmente esplorabile, rivolti a persone con disabilità visiva, da collocare presso la chiesa di San Martino in Freddana e di Castagnori, in provincia di Lucca. (C.C. e S.B.)

La locandina dell’evento. Per partecipare occorre prenotarsi scrivendo a versilia@network.slowfood.it; per ulteriori informazioni: Marco Ferri (press@marcoferri.info).

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Non è questa la strada che ho scelto: sensibilizzazione e solidarietà a Reggio Emilia

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Il Gruppo Parkinson Reggio Emilia e la Sezione reggiana dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) promuoveranno per il 30 marzo la giornata di approfondimento, sensibilizzazione e solidarietà denominata “Non è questa la strada che ho scelto”

Non è questa la strada che ho scelto è il titolo dell’evento, all’insegna della condivisione e della solidarietà, organizzato dall’UICI di Reggio Emilia (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) e dal Gruppo Parkinson Reggio Emilia a Reggio Emilia.
L’iniziativa proporrà un ricco programma di attività che coinvolgeranno il pubblico con momenti di riflessione, musica ed esibizioni artistiche.

L’appuntamento è fissato per domenica 30 marzo, a partire dalle 15, presso il Circolo ARCI Pigal di Reggio Emilia (Via E. Petrella, 2).
Il pomeriggio si aprirà con le note del pianista Andrea Papini, seguito dall’intervento delle psicologhe Jennifer Faietti e Agnese Novelli, che offriranno una riflessione sul tema Non è questa la strada che ho scelto, dando voce a vissuti e percorsi spesso silenziosi, ma ricchi di significato.
Non mancheranno momenti di arte in movimento, come la dimostrazione di tango argentino, che porterà sul palco la forza espressiva della danza e della relazione. Spazio anche alla letteratura, con la presentazione del libro L’alba dentro l’imbrunire di Lidia Marsili, un racconto che parla di luce interiore, resilienza e speranza. Si proseguirà con l’esibizione del coro Arcobaleno, diretto dal maestro Luciano Bonacini e, per gli amanti della musica d’epoca, la band The Friends accompagnerà i presenti in un viaggio musicale tra gli Anni Sessanta, Settanta e Ottanta. A concludere un rinfresco pensato per tutti i partecipanti. (C.C.) 

L’ingresso ha un costo di 15 euro, e l’incasso sarà devoluto ai progetti delle associazioni promotrici. Per informazioni: Marzia Mecozzi (m.mecozzi@audiotre.com); parkinson.re22@gmail.com.

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Il Centro di Prevenzione Oncologica di Prato ha attivato un percorso per donne con disabilità

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L’Azienda USL Toscana Centro ha reso noto che il Centro di Prevenzione Oncologica Eliana Martini di Prato ha attivato un percorso di prevenzione dedicato alle donne con disabilità, servizio che consente di effettuare, nella stessa seduta, mammografia, ecografia e, se necessario, ulteriori accertamenti. La nuova attività è gestita da un’équipe tutta al femminile

L’Azienda USL Toscana Centro ha reso noto che il Centro di Prevenzione Oncologica Eliana Martini di Prato (Via Galcianese, 93/12) ha attivato un percorso di prevenzione dedicato alle donne con disabilità.
Il Centro Eliana Martini, si legge nella nota dell’Azienda Sanitaria, «è da anni impegnato nella prevenzione del tumore al seno, con screening mammografico per le donne tra i 50 e i 74 anni, invitate a partecipare tramite lettera a domicilio».
In tale contesto, dunque, si inserisce anche «un percorso innovativo dedicato alle donne con disabilità, pensato per offrire un’opportunità concreta a chi, a causa di difficoltà pratiche o logistiche, potrebbe rinunciare alla prevenzione. Il servizio consente di effettuare, nella stessa seduta, mammografia, ecografia e, se necessario, ulteriori accertamenti».

La nuova attività a sostegno delle donne è gestita da un’équipe tutta al femminile guidata dalle dottoresse Anna Cruciani, responsabile della diagnostica senologica, e Giovanna Salaris, coordinatrice infermieristica.
Come accennato, il percorso prevede slot di appuntamenti dedicati. Le donne con disabilità residenti nella Provincia di Prato possono dunque accedere al servizio mediante prenotazione telefonica (0574 805056, martedì ore 9-12), oppure via mail a screening.prato@uslcentro.toscana.it. (Simona Lancioni)

Si ringrazia Rita Lanè per la segnalazione.

Si veda anche la pagina dedicata al Centro di Prevenzione Oncologica Eliana Martini di Prato nel sito dell’Azienda USL Toscana Centro. Da segnalare poi, nel sito di Informare un’H-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli, Peccioli (Pisa) (nel quale il presente contributo è già apparso e viene qui ripreso per gentile concessione), il Repertorio 2021-2025 Servizi per la salute sessuale e riproduttiva preparati ad accogliere donne con disabilità, nonché le Sezioni Donne con disabilità: diritti sessuali e riproduttivi e Donne con disabilità.

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Il lavoro è fondamentale per un pieno reinserimento sociale: un accordo tra Montecatone e la Regione Emilia Romagna

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Il lavoro come tappa fondamentale del proprio progetto di vita, un fattore che per le persone con disabilità è molto importante ai fini dell’inclusione sociale e della realizzazione personale: parte da questo assunto di base la convenzione sottoscritta tra l’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola (Bologna), la nota struttura impegnata nella riabilitazione di persone mielolese o con grave cerebrolesione acquisita, con l’Agenzia Regionale per il Lavoro dell’Emilia Romagna Da sinistra Paolo Iannini, direttore dell’Agenzia Regionale per il Lavoro dell’Emilia Romagna, Giovanni Paglia, assessore regionale al Lavoro e allo Sviluppo Economico e Mario Tubertini, commissario straordinario e già direttore generale dell’Istituto Riabilitativo Montecatone

«Il lavoro come tappa fondamentale nella costruzione del proprio progetto di vita. E se per le persone con disabilità questo percorso è spesso pieno di ostacoli, esso rappresenta anche uno dei fattori più importanti di inclusione sociale e realizzazione personale. In particolare, per le persone ricoverate presso la nostra struttura, la degenza è naturalmente prima di tutto rivolta al recupero di salute e autonomia, ma in un secondo momento anche all’inserimento, o al reinserimento, nel mondo del lavoro»: è da queste considerazioni, espresse dall’Istituto Riabilitativo Montecatone di Imola (Bologna), la nota struttura impegnata nella riabilitazione di persone mielolese o con grave cerebrolesione acquisita, che ha preso piede un progetto con l’Agenzia Regionale per il Lavoro dell’Emilia Romagna, portando nei giorni scorsi, come avevamo segnalato anche sulle nostre pagine, alla sottoscrizione di una specifica convenzione.
L’accordo è stato siglato alla presenza di Giovanni Paglia, assessore al Lavoro e allo Sviluppo Economico della Regione Emilia Romagna, Paolo Iannini, direttore dell’Agenzia Regionale per il Lavoro e Mario Tubertini, commissario straordinario e già direttore generale di Montecatone.
Il protocollo ha formalizzato dunque la collaborazione tra le due istituzioni, avviata da tempo in via sperimentale, e prevede, per l’Agenzia Regionale per il lavoro, il compito di informare gli ospiti della struttura sulle opportunità offerte dal collocamento mirato e sul funzionamento dei servizi territoriali disponibili per le persone con disabilità. Il tutto con l’obiettivo di sviluppare iniziative e progetti comuni per l’orientamento e l’inserimento lavorativo delle persone ricoverate nel centro, favorendo il pieno reinserimento sociale dei pazienti.

Dal 2019 a Montecatone sono stati organizzati oltre 15 incontri dedicati all’orientamento al lavoro che hanno visto il coinvolgimento di 110 persone con disabilità. Dopo un primo colloquio informativo e di orientamento, le persone possono partecipare a percorsi mirati per l’inserimento professionale (corsi di formazione e tirocini), essere segnalate alle aziende che per legge sono tenute ad assumere una quota di lavoratori e lavoratrici con disabilità, candidarsi alle offerte di lavoro riservate agli iscritti e alle iscritte al collocamento mirato e partecipare alle chiamate pubbliche per offerte di lavoro.
«Quello di oggi – ha sottolineato Giovanni Paglia, in occasione della firma dell’accordo – è un passo concreto per garantire che il diritto al lavoro sia davvero accessibile a tutte e tutti. Lavoriamo per un’Emilia Romagna inclusiva, dove nessuno venga lasciato indietro e grazie a questa collaborazione rafforziamo il supporto all’inserimento lavorativo delle persone con disabilità attraverso percorsi personalizzati, formazione mirata e un accompagnamento costante. I risultati, infatti, si possono ottenere solo con progetti innovativi e interventi mirati, e con questa intesa vogliamo agire in tal senso ampliando le opportunità, integrando sistemi complessi e rafforzando il legame tra mondo del lavoro e inclusione sociale».

La convenzione sottoscritta tra Montecatone e l’Agenzia Regionale per il Lavoro sostiene anche lo scambio e il confronto su buone prassi e metodologie di lavoro tra gli operatori impegnati nel processo di inserimento o reinserimento lavorativo. E sono previsti anche percorsi individualizzati di collocamento mirato e incontri periodici di orientamento al lavoro.
«Nell’ottica di una riabilitazione che coinvolga tutti gli aspetti della vita – ha affermato Mario Tubertini -, l’attività lavorativa, sia quella precedente al trauma o una nuova occupazione, costituisce un elemento centrale. Formalizzare questa partnership ci consente di integrare il supporto che offriamo con le competenze specifiche dell’Agenzia, un approccio, questo, che si inserisce nella nostra visione di riabilitazione globale, dove il lavoro multidisciplinare dello staff – dai medici specialisti ai terapisti occupazionali, dagli assistenti sociali agli psicologi – si arricchisce costantemente grazie alle sinergie con i partner del territorio».
«L’obiettivo è chiaro – ha concluso –: permettere alle persone che assistiamo di riconquistare, tramite percorsi personalizzati e l’utilizzo delle più moderne tecnologie riabilitative, la massima autonomia possibile in tutti gli àmbiti della vita, incluso quello professionale».

All’incontro è intervenuta tra gli altri anche Anna Neri, assistente sociale presso il Servizio Socioeducativo di Montecatone, che ha spiegato come «le persone che vengono ricoverate qui da noi siano spesso in età lavorativa, ragion per cui in Istituto è importante individuare percorsi. In questo senso la collaborazione con l’Agenzia Regionale è stata molto importante. Lo scopo, per altro, non è il trovare il lavoro, ma offrire le giuste informazioni». «E tra gli aspetti più importanti – ha aggiunto – c’è la patente di guida, perché l’autonomia è fondamentale e questo è un percorso che Montecatone ormai offre da tanto tempo». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa dell’Istituto Riabilitativo Montecatone (Massimo Boni), massimo.boni@montecatone.com.

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