Superando

A tu per tu con la propria docente di audiodescrizione: Laura Giordani

Con i bravi docenti e i bravi audiodescrittori, Laura Giordani condivide una dote: rendere visibile ciò che già c’era di importante, ma che non vedevamo. «Lo ha fatto anche con me, suo alunno – scrive Savio Tanzi -, quando ero ancora totalmente estraneo a una disciplina che ora mi appassiona così tanto»

Ti darei gli occhi miei
per vedere ciò che non vedi.
Nei giardini che nessuno sa
(Renato Zero)

Nel mio ultimo contributo per Superando ho intervistato lo speaker cieco Mario Loreti, nell’ottica di portare ai lettori e alle lettrici di questa testata alcuni esempi positivi di persone che contribuiscono a rinnovare la speranza verso il mondo. Oggi desidero intervistare un’altra persona che rientra a pieno titolo in questa categoria, nonché penna già affermata di Superando, ovvero la mia ex docente di audiodescrizione Laura Giordani, firma di molte opere audiodescritte di cui si è potuto fruire su piattaforme streaming come Netflix, in diretta sui canali RAI o al cinema con l’app MovieReading.
È stata infatti lei a iniziarmi al mondo dell’audiodescrizione, quell’ausilio che opera nel settore dell’accessibilità e che si occupa di rendere un’opera audiovisiva fruibile anche alle persone con disabilità visiva, interponendo tra i vari dialoghi una traccia audio secondaria che chiarisca le clip incomprensibili al solo udito. È una pratica tanto apparentemente semplice ed elementare, quanto complessa dal punto di vista delle regole che, se trasgredite, portano a un ausilio che non è degno di questo nome.
Io ho avuto la fortuna di conoscere Laura Giordani nel corso di un master formativo in Traduzione Audiovisiva, come docente del modulo di audiodescrizione: da quel momento, è diventata e continua a essere una guida irrinunciabile e instancabile che mi assiste nel mio percorso. Che la conosciate già o meno e, nel caso, qualunque sia stato il contesto nel quale l’abbiate conosciuta, sono certo che – come me – troverete il suo percorso lavorativo e di vita “mirabile” nel senso più etimologico di tale termine, ossia degno di grande ammirazione – e quindi di esser raccontato. Il suo percorso è iniziato molto presto e ha collezionato con il tempo una serie di “gemme” che credo e spero ispireranno anche lettori e lettrici.

Alla domanda «Com’è iniziata la tua carriera?», Laura Giordani risponde sempre che tutto ha avuto inizio per caso, come fosse il cliché di un film hollywoodiano. Nel 1987, subito dopo gli esami di maturità, inizia a lavorare nello studio di un commercialista – la sua, infatti, è una formazione prettamente economico-matematica. Tra i clienti, in una Roma da sempre votata al cinema, c’è anche Roy de Leonardis, che le offre di entrare nella sua Royfilm a soli 19 anni.
Un’esperienza dopo l’altra, conosce la direttrice del doppiaggio Fede Arnaud: a contatto con queste personalità di spicco, Laura fiorisce già da giovanissima come adattatrice dialoghista di opere cinetelevisive sia uniche che seriali. Il cambio di rotta verso il mondo dell’accessibilità arriva invece diversi anni dopo. Un bel sabato pomeriggio del 2009, infatti, riceve una chiamata dalla funzionaria RAI Violetta Parodi e dall’allora dirigente Claudio Baldasseroni, per la proposta di un progetto che avrebbe rivoluzionato il settore dell’accessibilità nella televisione italiana: quello di produrre le audiodescrizioni filmiche “in casa” anziché continuare a commissionarle a società esterne. Così facendo, si sarebbe messo in campo un progetto non solo di potenziamento, ma anche di miglioramento qualitativo dell’ausilio. Si iniziò allora con l’audiodescrizione di quattro film di Nora Roberts, tratti da quattro romanzi rosa – molto melensi, ricorda Laura – i cui adattamenti cinematografici le hanno però permesso di sperimentare delle preferenze, delle regole di buona prassi da stilare per un progetto più sistematico e scientifico.
In contemporanea, inizia anche un lavoro di indagine sulle consuetudini straniere in materia di audiodescrizione: da un manipolo di linee guida base comuni nei Paesi che già audiodescrivevano, se ne aggiungevano altre via via più diverse e provenienti dalle fonti più disparate – spesso in contrapposizione tra loro. Laura Giordani, allora, pensa bene di interpellare coloro che più di chiunque altro avrebbe dovuto avere voce in capitolo: i fruitori. Da lì, nasce una stretta collaborazione con le Associazioni e le ONLUS di persone con disabilità visiva, basando ogni scelta sulle loro esigenze e desiderata. Così facendo, non trova soltanto un modo giusto e appropriato per affinare questa tecnica, ma anche tantissimi amici che riscaldano un lavoro il quale, nella solitudine del proprio studiolo, sarebbe certo assai più freddo.

Alla domanda «Che cosa ti piace di più del tuo lavoro di audiodescrittrice?», Giordani risponde che la sua soddisfazione sta tutta nel sapere che con la sua professione dona la possibilità a una fetta di popolazione spesso dimenticata di potere apprezzare la Settima Arte, che la appassiona da che ha memoria. È felice di poter mettere a disposizione le proprie competenze e la propria sensibilità di scrittrice al servizio di un ausilio che, se fatto con amore, cura e precisione, può diventare anche una forma d’arte. «Non bisogna dimenticare – ricorda – che agiamo nel settore dell’intrattenimento oltre che in quello dell’accessibilità: da qui la scelta di evitare cacofonie, ripetizioni e imprecisioni varie che affollano invece i copioni di certe audiodescrizioni realizzate con meno impegno e cura».
E infatti, “alla lunga”, la dedizione e l’amore per questa professione premiano. Nel 2021, viene insignita del premio alla carriera di Audiodescrittrice di Voci nell’Ombra, lo stesso festival in cui, nell’edizione dello scorso anno, lo speaker cieco Mario Loreti ha ricevuto il Premio Accessibilità per aver prestato la voce all’audiodescrizione nel biopic Netflix  .
Tra i traguardi più recenti, Laura ricorda anche la pubblicazione – nel maggio del 2023 – di un saggio in collaborazione con Valerio Ailo Baronti, dal titolo Audiodescrizione: Il Signore degli Anelli: la Compagnia dell’AD, un libro che ha l’obiettivo di sensibilizzare il grande pubblico alla giusta causa dell’audiodescrizione e che non solo istruisce sulla teoria di questo ausilio, ma è corredato anche del copione dell’audiodescrizione del film Il Signore degli Anelli: la Compagnia dell’Anello (2001), realizzata pro bono da lei e altri undici tra audiodescrittori ed ex allievi.
«La scelta del prodotto audiovisivo è stata facile – racconta Laura -: è bastato raccogliere le richieste di alcuni fruitori su gruppi Facebook che lamentavano l’assenza di audiodescrizione per grandi film, come quello di Peter Jackson tratto dalle opere di Tolkien».

Laura Giordani, che attualmente lavora alla stesura di un quinto romanzo e a un manuale di audiodescrizione per studenti e appassionati, assiste da tanto tempo e in prima fila all’evoluzione di una pratica che lei ha visto nascere in Italia. Quando le chiedo quale crede che sarà l’evoluzione dell’audiodescrizione in un futuro prossimo, mi trasmette sentimenti ambivalenti: da un lato, nota con immenso piacere che sempre più emittenti e realtà audiovisive di post-produzione stanno capendo che l’accessibilità non solo è il futuro, ma in una società civile è un diritto e un dovere; dall’altro, sottolinea che le scadenze sempre più stringenti spingono molti a diffidare di questo ausilio e molti altri a realizzarlo in modo frettoloso e raffazzonato, magari con l’uso di traduzioni di audiodescrizione straniere o speakerandolo con sintesi vocali asettiche e “inascoltabili”.
Auspica ben presto il riconoscimento della professione dell’audiodescrittore, perché solo così lo si potrà salvaguardare e regolamentare, proteggendolo da interessi economici, mediocrità e dagli sconfinamenti di un’intelligenza artificiale minacciosa.
Nell’ascoltare le sue parole, tutti possono scorgere la passione e l’interesse tipici che animano coloro che non solo hanno trovato il proprio posto nel mondo, ma che ne sono anche soddisfatti e continuamente rinnovati nello spirito. Sono riconoscibili perché hanno sempre le “mani in pasta” e perché fanno del bene a loro stessi e agli altri. Lo sa bene il sottoscritto che, da quella che da docente è diventata una vera mentore, riceve continuamente la speranza e la tecnica che servono per entrare in questo affascinante settore lavorativo.
Se il doppiaggio traduce le battute di un’opera “mettendole” nella bocca degli attori come per magia, l’audiodescrizione sembra operare un vero e proprio miracolo: permette con disabilità visiva di “vedere” un’opera attraverso i nostri occhi.
Renato Zero, nel suo capolavoro Nei giardini che nessuno sa, cantava che «siamo noi gli inabili che pur avendo a volte non diamo». Laura Giordani è la prova che con l’audiodescrizione si può sopperire a questa inabilità: ci permette di “dare i nostri occhi per far vedere agli altri ciò che non vedono”. Lo stesso ha fatto con me, suo alunno, quando ero ancora totalmente estraneo a una disciplina che ora mi appassiona così tanto. È proprio così, i bravi docenti e i bravi audiodescrittori condividono una dote: rendono visibile ciò che già c’era di importante ma che non vedevamo.

Laura Giordani è esperta nazionale di audiodescrizione, adattatrice dialoghista, scrittrice e docente universitaria. Ne segnaliamo, sulle nostre pagine (a questo, questo e questo link), i recenti contributi intitolati La buona audiodescrizione di un “teen drama”, L’audiodescrizione del film “Sei nell’anima”, che racconta l’ascesa di Gianna Nannini e Accessibilità al quadrato: l’audiodescrizione di “All Blinds – Il baseball come non lo avete mai visto”.

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“Chiamata all’Europa” per il “Global Disability Summit”

Il “Global Disability Summit”, che si terrà il prossimo 2 e 3 aprile a Berlino, sarà un evento internazionale tutto centrato sulla promozione dei diritti delle persone con disabilità, ma anche una piattaforma su cui convergere con impegni concreti. A tal proposito, l’EDF, il Forum Europeo della Disabilità, chiede all’Unione Europea di assumere “impegni coraggiosi”

Il Global Disability Summit, che si terrà il prossimo 2 e 3 aprile in Germania, a Berlino, sarà un evento internazionale tutto centrato sulla promozione dei diritti delle persone con disabilità, ma anche una vera e propria piattaforma su cui far convergere e mettere nero su bianco impegni concreti, per quanto riguarda la cooperazione internazionale e le politiche di inclusione della disabilità. Tali impegni saranno rappresentati sostanzialmente da adeguate risorse finanziarie e umane per promuovere lo sviluppo e le azioni umanitarie inclusive della disabilità. In tal senso, nel precedente Summit del 2022, l’Unione Europea aveva assunto sedici impegni.

«Abbiamo bisogno di impegni “coraggiosi” e forti da parte dell’Unione Europea», dichiarano dall’EDF, il Forum Europeo della Disabilità, che all’Unione Europea stessa chiede innanzitutto di basarsi sulle promesse fatte e di «estendere, inoltre, i propri sforzi sull’inclusione della disabilità a livello globale durante il prossimo Summit di Berlino».
A questo proposito, l’EDF delinea dieci impegni chiave per l’Unione Europea, da considerare per il futuro sviluppo inclusivo della disabilità e l’azione umanitaria (a questo link è presente l’elenco completo, in inglese).
Da parte sua l’Unione dovrà dichiarare pubblicamente i propri impegni, in conformità con le linee guida fornite, sulla relativa piattaforma online prima del Summit.

«La Commissione Europea – sottolineano ancora dall’EDF – renderà l’inclusione della disabilità una priorità assoluta nel prossimo quadro finanziario ell’Unione, solo assicurando che i programmi di finanziamento promuovano l’accessibilità e l’inclusione per le persone con disabilità. Questo dovrà includere tra l’altro: la garanzia di sicurezza e di diritti in situazioni di crisi; che tutti gli aiuti pubblici allo sviluppo e gli investimenti siano in linea con la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità; il sostegno alla partecipazione delle organizzazioni di persone con disabilità; un contributo al Fondo Globale per la Disabilità di almeno 10 milioni di euro; la promozione dell’inclusione attraverso i cosiddetti “Strumenti di assistenza pre-adesione” (IPA)». (C.C. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: André Felix (Ufficio Comunicazione EDF), andre.felix@edf-feph.org (cui scrivere in inglese).

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La solidarietà unisce la comunità ascolana

Grande successo per la raccolta fondi di Ascoli da Vivere: consegnato, infatti, un assegno di 3.454 euro all’Associazione Michelepertutti, che si occupa di migliorare le condizioni di vita dei bambini con ritardo dello sviluppo e delle loro famiglie

Un bel gesto di solidarietà ha unito la comunità ascolana, grazie all’iniziativa promossa dall’Associazione Ascoli da Vivere. Il presidente dell’Associazione, Giuseppe Cinti, nel giorno di San Valentino, ha consegnato infatti ufficialmente all’Associazione Michelepertutti un assegno di 3.454 euro, frutto di una serie di eventi solidali, compresa la più nota e conosciuta Carica dei Babbi Natale, svoltasi il 22 dicembre scorso, a Piazza Arringo ad Ascoli Piceno.

La consegna dell’assegno all’Associazione Michelepertutti

L’Associazione Michelepertutti è nata dalla volontà dei genitori di Michele che, nel curarne la lesione cerebrale, vogliono aiutare altri bambini nelle sue stesse condizioni con terapie efficaci e supportare i loro genitori. Il fondatore Marco Sorrentino ha commentato: «Questo contributo rappresenta un aiuto concreto per le nostre attività a sostegno dei bambini e bambine con disabilità e delle loro famiglie. Siamo grati ad Ascoli da Vivere, alla società G.E.T.A. e all’Ente Quintana per la loro sensibilità e impegno verso il sociale. Il nostro MichelepertuttiCAMP si arricchisce di nuovi amici e speriamo di continuare insieme ancora affinché, come recita il nostro claim, nessuno resti indietro».

L’edizione estiva del CAMP 2024 ha fatto tappa a San Benedetto del Tronto, Ascoli Piceno, Monsampolo del Tronto e Porto Sant’Elpidio con numeri importanti: i partecipanti dai 3 ai 14 anni con disabilità che hanno beneficiato del CAMP gratuitamente sono stati 72 ai quali si aggiungono 22 sibling (sorelle o fratelli di persone con disabilità), con il prezioso aiuto di ben 134 collaboratori di aziende del territorio e non solo. (C.C.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa Associazione Michelepertutti (ufficiostampa@michelepertutti.org).

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Gulp, fumetti in Superando

Sono le onomatopee dei fumetti (e non solo) le protagoniste del nuovo contributo di Gianni Minasso alla sua rubrica “A 32 denti (Sorridere è lecito, approvare è cortesia)”, spazio che ormai da dodici anni siamo ben lieti di ospitare, fatto di pungente ironia, di grottesco e talora della comicità più o meno involontaria che, come ogni altra faccenda umana, può riguardare anche il mondo della disabilità. Sono le onomatopee, naturalmente, che si possono cogliere nei pressi delle persone con disabilità…

In genere la teoria è sempre più complessa della pratica e alla regola non sfuggono le onomatopee, definite pomposamente dalla linguistica come «modi di arricchimento delle capacità espressive mediante la creazione di elementi lessicali che suggeriscono acusticamente, con l’imitazione fonetica, l’oggetto o l’azione significata». Caramba! Però, più semplicemente, se esclamo “Gulp” (dall’inglese “to gulp”, deglutire) tutti capiranno subito che all’improvviso mi sono trovato davanti a una sorpresa. Nel mondo dei fumetti (ma non solo) le onomatopee vengono infatti utilizzate di frequente per caratterizzare alcuni personaggi e per rendere più vivaci le storie illustrate, aumentando al contempo la partecipazione dei lettori alle singole vicende.
Come avrete già immaginato, anche questa volta mi sono fatto mordere dalla tarantola della curiosità e, nel seguente deliquio, ho sognato quali potrebbero essere i versi e i rumori prodotti dalle persone con disabilità poste di fronte alle più disparate circostanze.
Ecco dunque alcune possibili “peculiarità onomatopeiche” che si possono cogliere nei loro pressi.

Realizzazione grafica di Gianni Minasso

Wow, Clap clap
Commento e applauso che, esprimendo sbalordimento misto ad ammirazione, dovrebbero essere seguiti da un punto esclamativo (come quasi tutte le altre voci di questo articolo).
Si sentono (molto) di rado provenire dai portatori di handicap, poiché vengono utilizzati nel caso delle (sempre scarse) novità positive, come, ad esempio, l’avvenuto finanziamento del progetto di Vita indipendente.

Vroom, Roar, Skreek, Rumble, Clang, Bonk, Thump, Stock, Crash
Serie di rumori inerenti rombi di motore, accelerate, stridii di gomme, scossoni, colpi, tonfi, urti e, dulcis in fundo, schianti.
Sovente salire a bordo di un mezzo attrezzato e compiere anche brevi percorsi cittadini su di esso, non è poi un’impresa così agevole (e soprattutto distensiva) per chi ha il sederuccio delicatamente appoggiato sul cuscino di una carrozzina. In effetti, a parte lo stato precario e il lontano anno di nascita dei pulmini in questione, i patemi nascono dal tipo di guida assegnata dal destino (com’è risaputo, cinico e baro): temerari ragazzi del Servizio Civile o tremebondi volontari anziani sono in grado di procurare senza risparmio torsioni improvvise e botte ad arti, capocce e colonne vertebrali dei malcapitati passeggeri ruotati.

Yuk yuk
Verso ripetuto che indica sorpresa e approvazione.
Accompagnato da sguardi lubrici e salivazioni a palla, rappresenta l’adeguato commento di un soggetto con bisogni speciali che sta assistendo a un convegno su sesso e disabilità.

Uff, Mmmm
Interiezioni grazie a cui si manifestano impulsi d’impazienza, stizza, fastidio e noia.
Questo poker di sensazioni, riunite sotto tale paio di onomatopee, ben descrive quanto un disabile provi nell’udire per l’ennesima (e infruttuosa) volta la parola “Inclusione”. Notabene: i due monosillabi acquisteranno efficacia se verranno pronunciati gonfiando le guance, sbuffando e roteando gli occhi.

Bip bip, Frr, Miaooo, Ciac, Porc, Ahia, Thud
Nell’ordine: suono dell’accensione di un’apparecchiatura elettronica, lieve fruscio caratteristico dei propulsori elettrici, miagolio addolorato di un felino domestico, rumore sordo di un oggetto morbido schiacciato, imprecazione trattenuta a stento, urlo di dolore prettamente umanoide, versione acustica di una collisione.
Nell’ordine, quello che entra nelle orecchie di un disabile (e degli astanti) in procinto di partire con la sua carrozzina e poi quando si sposta con essa. Riassumendo: mette in funzione il mezzo, procede con in sottofondo il ronzio dei motori, sale sulla coda di un gatto addormentato, calpesta la cacca incustodita di un cane, evita per un pelo la bestemmia, transita con le ruote sul piede di un bipede soprappensiero e infine, distratto da un giovane elemento del sesso opposto al suo, va a sbattere contro un lampione.

Grrr, Grunt, Snort
Perfette riproduzioni di ringhi e borbottii simulanti la rabbia.
Elementi vocali costanti nella vita di ogni buon invalido che si rispetti, vengono emessi a turno ogniqualvolta un governo (di destra, di sinistra, di centro, di su o di giù) emana una nuova legge finanziaria per cui, nel maldestro intento di regolare la disastrosa politica economica del nostro (povero) Paese, delude ogni aspettativa su: incremento degli assegni mensili e dei fondi per la disabilità, aggiornamento dei LEA, finanziamenti della Vita indipendente, miglioramento dell’assistenza e delle prestazioni sanitarie, bonus, agevolazioni, detrazioni e via via facendo ciao ciao con la manina.

Aaargh
Strillo di disperazione che annuncia un disastro appena avvenuto.
Indipendentemente dalla gravità dell’handicap del proprio figlio, le pericolose mamme dei soggetti fragili vanno fronteggiate con tutte le precauzioni possibili. Nel malaugurato caso in cui scappasse anche un larvato rimprovero alla loro adorata prole, ecco, allora si udirebbe chiara e forte questa onomatopea.

Gasp
In presenza di stupore e/o timore, è l’effetto acustico derivato dal restare senza fiato.
Risulta l’unica risposta sensata di un qualsiasi “disabile normale” (se mi si passa l’ossimoro) davanti a chi gli propone di curarsi grazie a: delfinoterapia (stare a mollo con i pronipoti di Flipper), ippoterapia (fare il cowboy seduti in groppa, chissà come, a Furia), onoterapia (frequentare asini, come si fa già abitualmente anche senza ricorrere a questo specifico trattamento con i ciuchi), arteterapia (come se non ci fossero già abbastanza installazioni astruse in giro), clownterapia (ma pochi hanno voglia o riescono ancora a ridere), ortoterapia (con quel che costa oggi la verdura, potrebbe pure essere una buon affare), velaterapia (ma in genere la bagnarola della vita di un non autosufficiente sta già andando a fondo), mototerapia (tuttavia è difficile dimostrare dei miglioramenti sgommando e piegando in curva) e, purtroppo, eccetera.

Sob, Sigh
In inglese “to sob” significa singhiozzare e to sigh sospirare, quindi con questa coppia di verbi s’intende palesare tristezza e sconforto.
La scenetta è costituita da un labrador retriever in fase di guida, accarezzato e distratto per l’ennesima volta da un passante: allora questa coppia di onomatopee può essere emessa dal padrone non vedente del cane che, trascurando il disturbo e il rischio arrecatigli, è deluso solo per non aver ricevuto un ferocissimo rottweiler addestrato.

Tara-ta-zum, Para-pa-zum
Imitazioni della tipica melodia di una fanfara o di una banda che sfilano.
Seppur raramente, è possibile udire questi versi nei dintorni dei disabili che stanno festeggiando:
1. l’uscita della loro (sgrammaticata) autobiografia;
2. l’annuncio che la propria fisioterapista andrà in vacanza per un mese;
3. l’aver finalmente capito cos’è il Terzo Settore;
4. la vincita delle cuffiette alla tombola natalizia della propria organizzazione di volontariato;
5. il decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze che nel nuovo anno prevede di non abbassare le pensioni di invalidità (per il loro aumento invece… vedremo nella prossima vita!);
6. lo schivare pietismo e abilismo di un nostro amico che, interpretando pienamente lo spirito dell’inclusione, ci fancula senza misericordia.

Gulp! Ho riletto questo articolo e Pfui! Bleah! Mi sa che ho scritto un mucchio di cavolate…

Karl Tony Animati

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Come fare a individuare precocemente una problematica di DSA?

Come può fare un genitore a individuare precocemente una problematica di DSA (disturbo specifico di apprendimento) nel suo bambino o bambina? Quali sono i campanelli d’allarme cui fare attenzione e come è opportuno intervenire? Saranno gli specialisti della Fondazione Paidea di Torino, a rispondere a tali domande, durante un incontro online a partecipazione gratuita e aperto a tutti, promosso per il 27 febbraio dalla stessa Fondazione Paideia

«I bambini e le bambine con questo tipo di difficoltà hanno intelligenza ed elaborazione sensoriale nella norma, ma presentano poi difficoltà significative in uno o più ambiti dell’apprendimento scolastico, come lettura (dislessia), scrittura (disortografia e disgrafia) e calcolo (discalculia). È molto importante, dunque, riconoscere in loro i possibili indicatori di difficoltà dell’apprendimento in tempi precoci»: lo dice, a proposito dei DSA (disturbi specifici dell’apprendimento), Francesco Petriglia, logopedista del Centro Paideia di Torino, che aggiunge: «la prevenzione si basa sul potenziamento delle abilità attentive e metafonologiche (la capacità di riconoscere e manipolare i suoni che compongono una parola ascoltata), già a partire dai quattro anni. Intervenire durante l’ultimo anno della scuola dell’infanzia aiuta a sviluppare competenze che favoriscono un miglior adattamento scolastico e riducono il rischio di insuccesso nei primi apprendimenti di lettura, scrittura e calcolo».

Come può fare, quindi, un genitore a individuare precocemente una problematica di DSA nel suo bambino o bambina? Quali sono i campanelli d’allarme cui fare attenzione e come è opportuno intervenire? Sarà lo stesso Francesco Petriglia, insieme all’altra logopedista Arianna Viotti, alla psicologa Arianna Aquaro e alle neuropsicomotriciste Alessia Scala ed Elena Girelli, tutti specialisti della Fondazione Paidea di Torino, a rispondere a tali domande, durante l’incontro online a partecipazione gratuita e aperto a tutti, denominato Conoscere per prevenire, conoscere per intervenire: i disturbi dell’apprendimento, promosso per il pomeriggio del 27 febbraio dalla stessa Fondazione Paideia (ore 18.30-20.30). (S.B.)

L’incontro, come detto, sarà a partecipazione gratuita, ma è necessario iscriversi, tramite questo link. Per ulteriori informazioni: Luna Rondana (lrondana@maybepress.it).

I “campanelli d’allarme” per i DSA
In età prescolare:
° la difficoltà nel riconoscimento dei suoni
° il ritardo nello sviluppo del linguaggio o avere avuto un disturbo di linguaggio vero e proprio
° la difficoltà di memoria e attenzione
° la scarsa coordinazione motoria o difficoltà nella motricità fine.

Nei bambini e bambine che frequentano il primo biennio della scuola primaria:
° la lentezza nella lettura e l’incapacità di fondere le sillabe lette per comporre una parola
° gli errori ortografici frequenti
° la difficoltà di attenzione
° la scarsa motivazione scolastica
(a cura del team di specialisti della Fondazione Paideia)

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Stereoripi e falsi miti sulle donne e le ragazze con disabilità

Il Forum Europeo sulla Disabilità ha pubblicato un “Documento di sintesi sugli stereotipi di genere nei confronti delle donne con disabilità”, all’interno del quale vengono illustrati gli esempi degli stereotipi e dei falsi miti più comuni che le donne e le ragazze con disabilità affrontano ogni giorno e ovunque, e vengono proposte anche delle raccomandazioni per contrastarli ed eliminarli in modo efficace

«A causa di miti, stereotipi e scarsa conoscenza della disabilità, le donne e le ragazze con disabilità subiscono trattamenti discriminatori e abusi che colpiscono in particolar modo la loro salute e i loro diritti sessuali e riproduttivi, con conseguenze importanti e talvolta irreparabili sulle loro vite», è scritto nella nuova pubblicazione dell’EDF, il Forum Europeo sulla Disabilità, dal titolo EDF position paper on gender stereotypes against women with disabilities, ovvero: “Documento di sintesi dell’EDF sugli stereotipi di genere nei confronti delle donne con disabilità” (la versione originale in inglese è disponibile a questo link, mentre quella in italiano, prodotta in modo automatico e dunque non verificata, è a quest’altro link).
Nel documento vengono illustrati gli esempi degli stereotipi e dei falsi miti più comuni che le donne e le ragazze con disabilità affrontano ogni giorno e ovunque, e vengono proposte delle raccomandazioni per contrastarli ed eliminarli in modo efficace.
Le donne e le ragazze con disabilità costituiscono il 29,2% della popolazione femminile nell’Unione Europea e circa il 60% della popolazione complessiva di 100 milioni di persone con disabilità in Europa.
In particolare nel testo vengono illustrati gli stereotipi di seguito elencati.

Le donne con disabilità non sono in grado di prendersi cura dei figli e dei parenti: sebbene i dati mostrino che nell’Unione Europea, il 28% delle donne con disabilità si prende cura ed educa i propri figli o nipoti, anziani o persone con disabilità, ogni giorno, rispetto al 20% degli uomini con disabilità, al 26% degli uomini senza disabilità e al 40% delle donne senza disabilità.

Le donne con disabilità non possono avere figli e/o costituisce il loro “miglior interesse” non averne: su questo aspetto il Forum Europeo sulla Disabilità, tra le altre cose, chiarisce che nessuna decisione può essere presa sulla base del principio del “miglior interesse”, che le donne con disabilità hanno diritti come tutte le altre persone e che la decisione sulla propria vita e sul proprio corpo può avvenire solo con il loro consenso libero e informato. Ma, nonostante ciò, spesso esse continuano a subire molte forme di coercizione riproduttiva (sterilizzazione forzata, contraccezione, aborto, gestione delle mestruazioni, nonché altre procedure mediche eseguite senza il loro consenso libero e informato).

Le donne e le ragazze con disabilità non hanno bisogno di educazione sessuale, non sono sessualmente attive e le altre persone devono controllare la loro sessualità e fertilità in quanto non sono ritenute in grado di prendere le decisioni giuste per se stesse: riguardo a questo stereotipo, si osserva che vi è una generale mancanza di consapevolezza, informazione, educazione e formazione, rivolta alle donne e alle ragazze con disabilità, alle loro famiglie e ai/alle professionisti/e dei settori sanitario, educativo e giuridico. I servizi per la salute sessuale e riproduttiva, compresi quelli di ginecologia e ostetricia, spesso non sono accessibili e non vengono forniti o vengono forniti pochissimi dispositivi di supporto tecnico e assistenza personale per garantire il rispetto della salute e dei diritti sessuali e riproduttivi. Di conseguenza, le donne e le ragazze con disabilità sono più a rischio di sfruttamento sessuale, violenza, gravidanze indesiderate e malattie sessualmente trasmissibili.

Le donne e le ragazze con disabilità non hanno bisogno di un’istruzione generale: spesso esse continuano a essere viste come persone “malate” o come “persone che non saranno in grado di raggiungere l’età adulta” (si tratta del cosiddetto mito dell’eterno bambino). Per questo motivo, potrebbero avere meno accesso all’istruzione e, nel caso della scuola dell’obbligo, frequentano solo i livelli inferiori. In tutto il mondo, le ragazze e le giovani donne con disabilità soffrono di esclusione e discriminazione nell’ambiente scolastico.

Le donne e le ragazze con disabilità non sono testimoni affidabili: molte donne e ragazze con disabilità vengono ignorate dalla polizia, dal sistema di giustizia penale e da altri servizi di supporto, quando denunciano violenze sessuali e abusi, soprattutto a causa della loro disabilità. Inoltre, devono affrontare barriere per accedere alla giustizia e spesso gli operatori non si fidano di loro quando denunciano un caso.
Queste situazioni si perpetuano a causa di molti stereotipi, tra cui il mito che le donne con disabilità, soprattutto quelle con disabilità intellettiva, siano asessuate o che le donne con disabilità psicosociale siano ipersessuate, la qual cosa le rende testimoni non affidabili. Ci sono diversi casi di donne e ragazze con disabilità a cui è stato negato l’accesso alla giustizia e che continuano ad affrontare barriere. Una donna con autismo e disturbo da stress post-traumatico (PTSD) ha riferito di essere stata considerata “una testimone non affidabile”, e una donna cieca ha riferito che le ripetute aggressioni sessuali sono state archiviate perché non poteva “identificare i suoi autori”.

È meglio per le donne e le ragazze con disabilità vivere in istituti residenziali: questo stereotipo fa sì che spesso le donne e le ragazze con disabilità, in particolare quelle con disabilità intellettive e psicosociali, non abbiano altra scelta che vivere in istituti residenziali a causa della mancanza di sostegno per una vita indipendente e comunitaria. Questo le espone a un rischio maggiore di numerose forme di violenza. I contesti istituzionali possono infatti contribuire a creare circostanze che portano a violenze e abusi a causa di fattori quali l’isolamento geografico, le asimmetrie di potere e le difficoltà per le vittime di cercare e ottenere aiuto esterno. Queste condizioni possono appunto portare a violenze e abusi che non solo sono più frequenti, ma anche più difficili da identificare, denunciare e sanzionare, favorendo così un contesto di impunità per gli aggressori.

Le donne e le ragazze con disabilità sono meno adatte e meno produttive in certi tipi di lavoro: i ruoli di genere tradizionali spesso prevedono che le donne assumano responsabilità di assistenza o domestiche, il che a volte è visto come un ostacolo all’avanzamento di carriera, oppure compromette la loro possibilità di entrare nel mercato del lavoro aperto e accedere a lavori altamente qualificati. Se combinato con la disabilità, questo può aggravare i pregiudizi, in quanto le donne con disabilità possono essere viste come meno “adatte” a lavori di alto livello o ben retribuiti, oppure possono dover affrontare il pregiudizio di essere troppo dipendenti o troppo difficili da accogliere sul posto di lavoro.
Al contrario, le donne e le ragazze con disabilità possono eccellere in una varietà di lavori, proprio come chiunque altro, ogniqualvolta i loro diritti e requisiti siano rispettati e, se necessario, siano predisposti gli opportuni accomodamenti ragionevoli e l’accessibilità.

Le donne e le ragazze con disabilità non possono essere leader: le donne e le ragazze con disabilità, in particolare quelle con disabilità psicosociali e intellettive, incontrano molti ostacoli per essere riconosciute come leader. Questo stereotipo deriva da una combinazione di abilismo e pregiudizi di genere. La società spesso percepisce la leadership come un requisito che richiede capacità fisiche o intellettuali che escludono le persone con disabilità. Inoltre, c’è una lunga storia di sottovalutazione delle capacità di leadership delle donne, soprattutto nella sfera pubblica e politica. Le norme culturali spesso limitano anche i ruoli delle donne ai compiti di cura o domestici, allontanandole ulteriormente dalle posizioni di leadership e quindi impedendo loro di avere una carriera in politica, sul posto di lavoro o nella loro comunità. La rappresentazione dei media spesso rafforza questi pregiudizi, dipingendo le donne con disabilità come dipendenti o passive.

Le donne e le ragazze con disabilità psicosociali sono violente e imprevedibili: le donne e le ragazze con disabilità psicosociali affrontano lo stereotipo di non essere affidabili e di non poter avere un lavoro come tutti gli altri. Alcune persone pensano anche che se hanno una crisi, devono essere istituzionalizzate con la forza. Inoltre, le donne e le ragazze con disabilità psicosociali che subiscono violenze, anche da parte di familiari, non ricevono lo stesso sostegno riservato alle altre donne in situazioni simili. Ad esempio, alcune organizzazioni riferiscono che le donne con disabilità psicosociali vittime di reati, compresa la violenza, non beneficiano delle Case rifugio e dei servizi di sostegno predisposti per le donne e le ragazze vittime di violenza di genere.
Infine, a causa di questo stereotipo, le donne e le ragazze con disabilità vengono spesso private della possibilità di crescere i propri figli, se il giudice deve prendere una decisione in merito. Ma lo stereotipo secondo cui le donne e le ragazze con disabilità psicosociali sono violente e imprevedibili è falso, stigmatizzante e discriminatorio.

Riguardo ai suggerimenti per contrastare tutti questi stereotipi, che qui abbiamo ricordiamo solo in modo sintetico, è proposto: che vengano garantite inclusione e leadership significative delle donne e delle ragazze con disabilità nei processi decisionali; interventi di sensibilizzazione inclusiva; collaborazione intersettoriale tra le organizzazioni di persone con disabilità e quelle delle donne, ma anche con governi, società civile, sindacati e imprese; servizi per la salute sessuale e riproduttiva inclusivi; implementazione della formazione obbligatoria e sensibilizzazione di tutti gli operatori/trici sanitari, gli educatori/trici, le forze dell’ordine, gli/le assistenti sociali e tutti i fornitori e i/le professionisti/e che lavorano a stretto contatto con le donne e le ragazze con disabilità; protezione giuridica e accesso alla giustizia effettivi; transizione dai contesti istituzionali a una vita indipendente e basata sulla comunità; rappresentanza nell’occupazione e nella leadership; statistiche disaggregate per disabilità e genere in tutti i settori, in modo da evidenziare le disparità di trattamento sul campo. (Simona Lancioni)

Si ringrazia Andrea Pancaldi per la segnalazione.

Il presente approfondimento è già apparso nel sito di Informare un’H-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli, Peccioli (Pisa), e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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I servizi sociali e sociosanitari nelle Marche: due incontri di formazione

Due incontri di formazione, il 12 e il 26 marzo, centrati principalmente sul tema dei servizi sociali e sociosanitari nelle Marche: è la proposta del Gruppo Solidarietà, che promuoverà gli incontri presso la Biblioteca Comunale di Moie di Maiolati Spontini (Ancona)

Tre incontri di formazione, tra febbraio e marzo, centrati per lo più sul tema dei servizi sociali e sociosanitari nelle Marche: è la proposta del Gruppo Solidarietà, che con Fabio Ragaini quale docente, promuoverà gli incontri di pomeriggio (ore 14.30-18), presso la Biblioteca Comunale di Moie di Maiolati Spontini, in provincia di Ancona (Via Fornace, 23).
Il 12 marzo, dunque, si tratterà il tema Modalità e criteri di accesso ai servizi sociali e sociosanitari domiciliari, diurni e residenziali. Tra disposizioni nazionali e regionali e applicazioni territoriali, mentre il 26 marzo si parlerà del Sistema di offerta dei servizi sociosanitari diurni e residenziali. I sistemi tariffari e gli interventi regionali a sostegno delle rette). (S.B)

A questo link è disponibile un approfondimento sui contenuti dei due incontri. Per ogni altra informazione (anche sulle iscrizioni): grusol@grusol.it.

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Si presenta il quindicesimo Giro Handbike

La presentazione della quindicesima edizione del Giro Handbike è in programma per lunedì 24 febbraio al Palazzo di Regione Lombardia a Milano, con l’illustrazione delle varie città tappa previste per quest’anno e ogni dettaglio su una manifestazione divenuta ormai “un classico”

Torna il Giro d’Italia di Handbike e la quindicesima edizione della manifestazione, divenuta ormai “un classico” dello sport paralimpico, verrà presentata a Milano, il 24 febbraio, presso il Palazzo di Regione Lombardia (Ingresso N1 Piazza Città di Lombardia, ore 11.30)
Durante la conferenza stampa, verranno illustrate in particolare le città tappa e forniti tutti i dettagli della manifestazione leader anche in Europa. Il Giro Handbike, infatti, è l’unica gara a tappe per paralimpici in Europa ed è patrocinata dal CONI, dal CIP (Comitato Italiano Paralimpico), dalla FCI (Federazione Ciclistica Italiana) e riconosciuta dall’UCI (Unione Ciclistica Internazionale). (C.C.)

Per ulteriori informazioni: Ufficio Stampa Giro Handbike (Angela Grassi), ufficiostampa@girohandbike.it.

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Inclusione, sport e divertimento per i giovani dell’Associazione Filippide Cagliari e Sud Sardegna

Giovani adulti con autismo che si appassionando al badminton, con la possibilità di utilizzare gli spazi a disposizione anche per altre attività sportive leggere, a testimonianza delle potenzialità offerte dallo sport quale veicolo di inclusione: è il progetto fatto di inclusività, sport e divertimento, nato tra l’Associazione Sportiva Dilettantistica Filippide Cagliari e Sud Sardegna e il MaraBadminton Academy I giovani dell’Associazione Filippide Cagliari e Sud Sardegna, coinvolti nel progetto avviato in collaborazione con MaraBadminton Academy

Si sta consolidando una realtà fatta di inclusività, sport e divertimento: tra l’ASD Filippide Cagliari e Sud Sardegna e il MaraBadminton Academy, prosegue infatti a tappe fisse e organizzate una proficua collaborazione che vede i ragazzi dell’Associazione Sportiva Dilettantistica inseriti in un percorso che li coinvolge in un’attività coordinata e gestita dall’Organizzazione di Maracalagonis (Cagliari), che ha messo a disposizione le proprie energie e il proprio tempo per creare dei momenti di ritrovo e di sport presso il palazzetto polifunzionale del Comune marese.

Si tratta di un’attività che è nata come ne nascono tante altre, attraverso il passaparola e la rete di contatti che si crea attorno a realtà che mirano a promuovere aspetti affini e che si uniscono per sfociare in un risultato che amplifica gli effetti desiderati, sfruttando in questo caso lo sport come veicolo per l’inclusione.
I ragazzi dell’Associazione, giovani adulti con autismo che richiedono il massimo livello di supporto, si stanno appassionando ad una nuova attività, quella del badminton, con la possibilità di utilizzare gli spazi a disposizione anche per altre attività sportive leggere, tutte svolte con l’affiancamento del personale di MaraBadminton Academy e il supporto degli educatori e collaboratori dell’Associazione Progetto Filippide Cagliari e Sud Sardegna.
Questo tipo di progetti, che uniscono delle organizzazioni che utilizzano lo sport quale strumento per perseguire i propri obiettivi, funzionano grazie alla fattiva collaborazione di chi le compone, rendendosi disponibile a sperimentare nuove situazioni e avendo la capacità di non porsi limiti, scongiurando i pregiudizi e abbattendo gli stereotipi che ancora oggi accompagnano l’immagine della persona con autismo.
Per Filippide Cagliari e Sud Sardegna si tratta di un progetto che ha portato ottimi risultati, testimoniando come lo sport sia in grado di fare accrescere le capacità personali e sociali e confermando come, sulle persone che soffrono di disturbi dello spettro autistico, produca un effetto che induce l’acquisizione di abilità prima assenti o migliora quelle esistenti, favorendo la progressione verso un modello di vita indipendente e autonomo.

La presidente dell’Associazione, Marcellina Spiga, non cela l’entusiasmo, e dichiara: «Visto come il progetto sta evolvendo, siamo certi che potremmo instaurare un rapporto collaborativo che si consoliderà nel tempo. Per noi, per i nostri ragazzi, si tratta di un’opportunità molto importante, che ci permette di integrare e ampliare l’offerta sportiva della nostra Associazione, favorendo al contempo la creazione delle condizioni che consentono lo sviluppo delle capacità sociali e personali, dove i ragazzi con autismo hanno maggiori difficoltà. Le famiglie dei nostri ragazzi, gli operatori e i volontari hanno manifestato pieno apprezzamento per l’iniziativa, che si traduce in un ulteriore tassello verso l’inclusione. Ci tengo a questo punto a ringraziare il MaraBadminton Academy e tutti coloro che la compongono, rivolgendo un ringraziamento particolare a Rosario Maddaloni, il direttore tecnico e capo allenatore che si è speso con tutte le sue energie per realizzare questa iniziativa».

Anche Yari Mauro Pilia, coordinatore delle attività di Filippide Cagliari e Sud Sardegna, ci tiene a precisare che «queste attività rientrano appieno nel modello che abbiamo sviluppato per i ragazzi e che portiamo avanti parallelamente attraverso altri progetti, tutti orientati verso la promozione di un modello di vita indipendente. Si tratta di un modello cardine attraverso il quale valutiamo, creiamo e potenziamo i progetti con i quali rispondiamo alla necessità di stimolare i ragazzi nello sviluppare le condizioni che favoriscano l’acquisizione delle abilità, per condurre una vita in autonomia. Ci tengo quindi ad esprimere un sentito grazie al MaraBadminton Academy per questa collaborazione».

Per concludere, il già citato Rosario Maddaloni, ex atleta della Nazionale di Badminton e riserva olimpica per i Giochi di Londra 2012 e per quelli di Rio de Janeiro 2016, attuale direttore tecnico e capo allenatore della MaraBadminton Academy, responsabile del settore giovanile e allenatore della rappresentativa nazionale, tecnico badminton World Federation livello 2, tecnico FIBA livello 2 e tecnico delle Fiamme Oro della Polizia di Stato, dichiara: «Fin dalle prime esperienze con i ragazzi dell’Associazione Filippide ho avuto un’ottima impressione, e sono contento di come l’attività sportiva che pratico possa rispondere alle esigenze di un’organizzazione che lavora principalmente con persone con disturbi dello spettro autistico. L’entusiasmo che vedo nei ragazzi coinvolti mi conferma che l’attività praticata li appassiona e sono certo che con il perseguire degli incontri accumuleremo maggiori risultati che favoriranno la creazione di un modello che potremmo replicare con altre realtà simili». (R.O.)

Per ulteriori informazioni: filippide.cagliari@gmail.com.

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Tra le pieghe giuridiche riguardanti il rinvio di quel Decreto

Continuiamo a dare spazio a una serie di opinioni riguardanti il rinvio di un anno dell’applicazione su tutto il territorio nazionale del Decreto Legislativo 62/24, attuativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, pubblicando qui di seguito il contributo dell’avvocato Salvatore Nocera Realizzazione grafica elaborata in occasione di un ciclo di incontri formativi proposti nel 2024 da Spazio DirSI – Disabilità in rete a Siena

Colgo immediatamente l’invito in Superando dell’amico professor Ciro Tarantino ad aprire un dibattito sul rinvio al 2027 della piena entrata in vigore del Decreto Legislativo 62/24 sul progetto di vita personalizzato e partecipato. A differenza sua, però, non esprimo un parere negativo su questo fatto. Ritengo infatti che il Governo abbia fatto molto bene a rinviare di un anno, per realizzare in modo più accurato e più ampio la sperimentazione della pratica di attuazione di una normativa molto bella, che richiede però la concomitante realizzazione di numerose condizioni, senza di che il Decreto stessa rischia un grave fallimento, che sarebbe una grandissima delusione per tutte noi persone con disabilità, che su di esso abbiamo tante aspettative, essendo stato fortemente voluto dalle nostre Associazioni.

Infatti, nel Capo II (Procedimento valutativo di base e accomodamento ragionevole, articoli 5-17), il Decreto prevede già la necessità della presenza di numerosi sanitari competenti (che attualmente non ci sono), per effettuare la fase introduttiva del complesso procedimento; la cosa diviene ancora più complessa nel Capo III (Valutazione multidimensionale e progetto di vita individuale, partecipato e personalizzato, articoli 18-33), perché deve essere presente in tutto il territorio nazionale un sufficiente numero di professionisti sanitari e sociali specificamente formati (che attualmente non ci sono), per effettuare la valutazione multidimensionale in chiave ICF [la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, N.d.R.], che è molto più complessa della precedente Diagnosi Funzionale e Profilo Dinamico Funzionale. Si deve inoltre tenere conto non solo della valutazione di base dei bisogni e delle potenzialità delle singole persone con disabilità, ma pure del contesto ambientale in cui la persona dovrà vivere, con le barriere e le facilitazioni che essa potrà incontrare e far superare. Tale Unità Multidimensionale, inoltre, dovrà sostenere la persona con disabilità nella formulazione del proprio Progetto di Vita, che ne riesca a soddisfare quantitativamente e qualitativamente tutti i bisogni, desideri e aspettative; e ciò non solo nella fase propositiva, ma anche durante tutto il suo svolgimento, quindi con le eventuali correzioni, adattamenti e modifiche che dovessero essere necessari per renderlo sempre idoneo a garantire continuamente la migliore qualità di vita possibile a ciascuna persona con disabilità.
Tutto quanto descritto richiede innanzitutto che le singole persone debbano pagare il medico specialista che formulerà il certificato, che è l’atto introduttivo di questo complesso procedimento. Dalle prime esperienze già avviate, sembrerebbe che la certificazione molto più ampia di quelle precedenti richieda oltre un’ora per la compilazione di ogni singolo caso, e pare che i medici chiedano somme piuttosto elevate che i richiedenti dovranno sborsare anche qualora l’esito della valutazione da parte dell’apposita Commissione dell’INPS dovesse essere negativo.

In secondo luogo, per l’attuazione della valutazione multidimensionale occorre che vengano definiti i Livelli Essenziali delle Prestazioni relative ai diritti sociali e sanitari, che dovranno operare in tutto il Paese. Questi ultimi, pur essendo stati previsti già all’articolo 117, comma 2, lettera m) della nostra Costituzione, non sono stati sino ad oggi ancora formulati, ma è prevista la loro definitiva formulazione nell’articolo 37 del Decreto 62/24, con una procedura molto articolata e complessa.

Infine, per la realizzazione definitiva del progetto di vita sarà necessaria la programmazione di tutti gli interventi sociali e sanitari effettuata a livello nazionale dal Ministro per le Disabilità e realizzata poi dalle singole Regioni; a partire da tale programmazione, i vari Ambiti territoriali procederanno alla programmazione locale dei servizi socio-sanitari pubblici e di quelli offerti dal terzo settore, sulla base dei quali potranno essere realizzati i singoli progetti di vita (articolo 30); per realizzare ciò occorre una capillare formazione dei quadri in programma, che attualmente pare non sia pienamente operativa. Affinché tutti i singoli progetti di vita a livello locale vengano correttamente sviluppati e gestiti, è prevista poi la presenza del referente per l’attuazione del progetto di vita (articolo 29), una nuova figura totalmente da individuare come profilo professionale e come mansionario, e poi da reperire tramite concorsi. Per la realizzazione di ciò sono previsti 25 milioni di euro annui (articolo 31).
A questo punto è da chiedersi se tale somma sia sufficiente a realizzare ogni diritto, aspettativa e desiderio delle singole persone con disabilità, o se al termine della sperimentazione di cui all’articolo 33, essa debba essere aumentata. Sotto questo aspetto i problemi crescono fortemente.
Infatti, come si legge nell’articolo pubblicato su queste pagine con il titolo Il prossimo bilancio dell’Unione Europea rischia di “mettere da parte” tante persone con disabilità, la spesa pubblica dell’Unione Europea e dei singoli Stati aderenti avrà una riduzione considerevole. Ciò conferma quanto riferito sempre in Superando, nel testo “Welfare familiare”: 138 miliardi di euro per la spesa privata degli italiani, ossia che già attualmente le famiglie delle persone con disabilità debbono sobbarcarsi una pesantissima spesa privata a causa della scarsità o dell’insufficienza della spesa pubblica; ciò è documentato nella relazione del Direttore della Banca d’Italia riportata in quell’articolo. Sarà quindi molto difficile che la spesa pubblica per i servizi sociali e sanitari nei prossimi anni possa crescere, anzi è quasi certo che essa non crescerà, ma che con molta probabilità si ridurrà, a causa del previsto aumento della spesa militare e dei vincoli di stabilità di bilancio imposti dall’Unione Europea. Tutto ciò aumenterà il divario tra le Regioni italiane, che sarebbe stato ancora più accentuato se la Corte Costituzionale non avesse in buona parte ridimensionato l’autonomia regionale differenziata con la Sentenza 192/24.
Purtroppo sono costretto a dire mala tempora currunt dopo avere letto un altro articolo di Superando su quanto sta accadendo negli Stati Uniti, dove il presidente Trump ha decretato a scuole e college di abbandonare entro 14 giorni i programmi di inclusione rivolti anche espressamente all’istruzione delle persone con disabilità, pena il taglio dei contributi federali. Il clima negativamente rivoluzionario instaurato dalla nuova amministrazione americana sicuramente non potrà non influenzare tutti i Paesi occidentali, Italia compresa, con ulteriori tagli alla spesa sociale e quindi anche ai danni di noi persone con disabilità.

Di fronte al rinvio di un anno, il presidente della Federazione FISH Vincenzo Falabella, dopo avere manifestato disappunto per il rinvio, giustamente conclude dicendo che «l’estensione della sperimentazione della riforma dell’accertamento della condizione di disabilità a nuove Province e il prolungamento di essa possono garantire un migliore assestamento del sistema, a patto che servano a individuare eventuali criticità e colmare vuoti».
Ebbene, le principali criticità sono state segnalate più sopra; altre probabilmente emergeranno dalle analisi degli esperti. Pertanto ribadisco che il rinvio sia stato un atto responsabile e corretto per una più puntuale messa a punto della realizzazione di questa complessa novità istituzionale. A tal proposito penso che tutte le Associazioni di persone con disabilità dovrebbero aiutare e sostenere il Governo «a individuare eventuali criticità e colmare vuoti». E del resto, un antico proverbio italiano dice che “la gatta frettolosa fa i gattini ciechi”: il governo ha voluto, con il rinvio, giustamente prevenire questo rischio.

Al medesimo tema trattato nel presente contributo di riflessione abbiamo dedicato finora sulle nostre pagine i testi: Disabilità e riforma: servono certezze sui tempi, sulla sperimentazione e sulle risorse, Il rinvio dell’applicazione di quel Decreto Legislativo: ci sono domande che  meritano risposte di Ciro Tarantino, Le voci dei diritti di Giampiero Griffo e Il rinvio di quel Decreto, tra preoccupazioni e opportunità di Vincenzo Falabella.

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Due giornate di arrampicata ad Aosta, aperte a persone con e senza disabilità

Due giornate di arrampicata aperta a persone con e senza disabilità, denominate “Climbing for Inclusion”: è la proposta dei Club Rotary del Gruppo Alpi, che si terrà in prima battuta il 23 febbraio, presso il PalaIndoor di Corso Lancieri ad Aosta, con l’organizzazione che si avvarrà della collaborazione dell’UVGAM (Unione Valdostana Guide Alta Montagna), dell’Associazione Oasi Vertical e della FASI (Federazione Arrampicata Sportiva Italiana), oltreché del supporto della Cooperativa Cera l’Acca

Due giornate di arrampicata aperta a tutti e tutte, persone con e senza disabilità, a partecipazione gratuita, denominate Climbing for Inclusion: è la proposta dei Club Rotary del Gruppo Alpi (Aosta, Courmayeur-Valdigne, Cuorgnè e Canavese, Ivrea), che si terrà in prima battuta a partire dalle 9 del 23 febbraio, presso il PalaIndoor di Corso Lancieri ad Aosta, con l’organizzazione che si avvarrà della collaborazione dell’UVGAM (Unione Valdostana Guide Alta Montagna), dell’Associazione Oasi Vertical e della FASI (Federazione Arrampicata Sportiva Italiana), che forniranno il personale per assistere i presenti nei momenti in cui bisognerà affrontare con il piede giusto la colorata parete di roccia, oltreché del supporto della Cooperativa Sociale Cera l’Acca.

«L’iniziativa – spiegano i promotori – si inserisce in diversi contesti: il primo, quello delle azioni che i Club Rotary organizzano nell’àmbito della propria missione, in particolare quella di fornire assistenza al prossimo, con particolare attenzione ai giovani nei loro percorsi di crescita professionale e di inclusione. In secondo luogo, quello del “fare sistema” tra Club Rotary anche di Regioni diverse, ma con realtà geografiche simili e opportunità accomunabili».
Il ringraziamento unanime da parte degli organizzatori va dunque all’UVGAM, a Oasi Vertical e alla FASI «che con la loro esperienza – viene detto – accompagneranno le ragazze ed i ragazzi in queste giornate di avvicinamento ad un modo entusiasmante di vivere le nostre montagne. E ringraziamo anche la Fellowship dei Rotariani Alpini, sempre molto attenta all’inclusione in ambienti montani, per il sostegno all’iniziativa».

Il primo appuntamento, come detto, è previsto per il 23 febbraio, il secondo, invece, è ancora in fase di programmazione e si terrà nella prossima primavera. (S.B.)

Per ogni ulteriore informazione: ceralaccaturismo@gmail.com.

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Greta, ovvero “le principesse non sono tutte uguali”

“Le principesse non sono tutte uguali” e Greta Barozzi, protagonista del film intitolato proprio così, lo testimonia nella vita di ogni giorno. 13 anni di Rovereto (Trento), Greta ha la SMA (atrofia muscolare spinale) e si racconta qui, quattro anni dopo il successo di quel film. A breve l’aspetta il saggio di teatro e gli esami di terza media. Dopo ha già deciso che andrà al Liceo Linguistico. E a bordo della sua carrozzina continuerà a testimoniare il diritto di condurre una vita normale Greta insieme all’attrice Erica Zambelli (“Guenda”), durante la lavorazione del film “Le principesse non sono tutte uguali”

“Le principesse non sono tutte uguali” e Greta Barozzi, protagonista del film intitolato proprio così, diretto da Geraldine Ottier, lo testimonia nella vita di ogni giorno.
13 anni di Rovereto (Trento), Greta ha la SMA (atrofia muscolare spinale) e si racconta qui, quattro anni dopo il successo del film. Sono tre le sue grandi passioni, la recitazione, la lettura, gli smalti e i trucchi colorati. A breve l’aspetta il saggio di teatro e gli esami di terza media. Dopo ha già deciso che andrà al Liceo Linguistico. E a bordo della sua carrozzina continuerà a testimoniare il diritto di condurre una vita normale. Un impegno per cui si sono schierati al suo fianco anche il Coro Sant’Ilario e l’attrice trentina Erica Zambelli, in arte “Guenda”, che nel 2021 l’hanno sostenuta nella realizzazione del film Le principesse non sono tutte uguali, a cui era stata collegata una raccolta fondi per aiutare i genitori di Greta, Debora Fait e Cristian Barozzi, ad allestire una nuova casa senza barriere architettoniche. Il progetto è riuscito e a fine 2023, ultimati i lavori, c’è stato il trasloco ufficiale.

Greta, com’è vivere nella nuova casa senza barriere architettoniche?
«Bellissimo. Ora ho una camera grande tutta per me e posso muovermi liberamente in ogni angolo della casa perché le stanze sono accessibili. Inoltre, è arrivato a farmi compagnia anche un cane, Speedy, un vero giocherellone. Assieme a mamma e papà, ringrazio tanto il Coro Sant’Ilario e le cento e più persone da tutto il Trentino e non solo, che ci hanno aiutato a realizzare questo sogno».

E l’esperienza sul set, a fianco di Erica Zambelli, attrice che ha lavorato in progetti importanti per cinema e tivù?
«Mi sono divertita un sacco. Nel film lei interpreta una strega triste che vuole rubarmi il sorriso, ma alla fine io le insegno il buonumore e diventiamo amiche. Sono contenta perché il cortometraggio è piaciuto a tanta gente, è stato presentato anche al Festival della Cinematografia Sociale Tulipani di Seta Nera di Roma».

Non avevi mai recitato prima?
«No. Ma se capitasse l’occasione lo rifarei subito. Questo mondo della recitazione mi ha affascinata così tanto che alla fine delle riprese mi sono iscritta a un corso di teatro al Centro Didattico MusicaTeatroDanza di Rovereto, vado ogni settimana, il giovedì. L’anno scorso ero con i piccoli fino a dodici anni, mentre quest’anno sono passata nel gruppo dei grandi. Alla fine faremo anche uno spettacolo. Nel 2024 era una specie di poliziesco. Quest’anno ci aspetta un thriller».

Com’è stata la prima volta sul palco?
«All’inizio avevo l’ansia. Dopo, però, mi son detta: pensa a cosa fare, non a chi ti sta guardando. Ed è filato tutto liscio. Sono sicura che quest’anno sarà più facile».

Oltre al teatro, quali sono le attività nel tempo libero?
«Leggo. Così tanto che con questa mia passione ho contagiato anche la mamma».

Il genere di libri preferito?
«I romance, cioè i romanzi d’amore, ma non svelo il mio autore preferito, perché ne ho troppi. Della lettura, così come del teatro, mi piace che fa passare il tempo e scoprire altri mondi, porta a mettersi nei panni di altre persone».

Qual è lo stereotipo più fastidioso?
«In questi mesi ci ho riflettuto molto. Ne abbiamo parlato anche a scuola prima di Natale. Io ho dovuto presentare in classe una ricerca sul body shaming, ovvero il prendere in giro o criticare per l’aspetto fisico. E sono giunta alla conclusione che le persone non dovrebbero avere paura di come sono. Ciascuno di noi è bello così com’è. Non bisogna vergognarsi».

Progetti per il futuro?
«Studiare per gli esami di terza media. E preparare il saggio di teatro. Poi naturalmente continuare a leggere. Così forse, quando sarò grande, avrò gli strumenti per intraprendere una nuova avventura e realizzare un mio sogno, scrivere un libro tutto mio».

*Il presente contributo è già apparso nel «Corriere del Trentino» e viene qui ripreso, con alcune modifiche dovute al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Dalla diagnosi fino al passaggio all’età adulta: un convegno sulle malattie neurologiche rare

Il carico di malattia, il cosiddetto “burden”, delle persone con malattie neurologiche rare sarà al centro del corso-convegno organizzato per il 25 febbraio, in vista della Giornata Mondiale delle Malattie Rare, dall’IRCCS San Raffaele di Roma, in collaborazione con l’As.Ma.Ra (Associazione Malattie Rare, Sclerodermia e altre malattie rare) e la Federazione Colmare (Coordinamento Lazio Malattie Rare)

Il carico di malattia, il cosiddetto burden, delle persone che soffrono di patologie neurologiche rare sarà al centro del corso-convegno organizzato, in occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Rare, dall’IRCCS San Raffaele di Roma, in collaborazione con l’As.Ma.Ra (Associazione Malattia Rara Sclerodermia ed altre Malattie Rare “Elisabetta Giuffrè”) e con Colmare (Coordinamento Lazio Malattie Rare). Il convegno si terrà a Roma il 25 febbraio, dalle 9 alle 13.30, presso la sala convegni dell’IRCCS San Raffaele (Via di Val Cannuta, 247).

Durante l’evento, il cui titolo esteso è Il burden delle malattie neurologiche rare: dalla diagnosi genetica alla transizione. La diagnosi genetica, rilevanza nella strategia sanitaria, sarà messo in evidenza l’impegno delle strutture sanitarie e delle famiglie nella gestione delle patologie neurologiche rare, con un focus sulla diagnosi e sul delicato passaggio dall’età pediatrica a quella adulta. Questa transizione, infatti, porta con sé molti cambiamenti: alcuni riguardano la persona, altri la famiglia di riferimento, altri ancora l’evoluzione della malattia e le nuove esigenze assistenziali che emergono. Affrontare queste complessità richiede competenze assistenziali specifiche e un approccio multiprofessionale per garantire un’assistenza adeguata e personalizzata.

La direzione scientifica del convegno è affidata a Federico Vigevano, responsabile del Dipartimento delle Disabilità dell’Età Evolutiva del Gruppo San Raffaele. All’evento parteciperanno professionisti sanitari, esperti del settore e rappresentanti delle Associazioni, nell’ottica di sensibilizzare l’opinione pubblica, le Istituzioni e il Legislatore sul tema. (C.C.)

A questo link è disponibile il programma completo del convegno. Per ulteriori informazioni: comunicazione@asmaraonlus.org.

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Il rinvio di quel Decreto, tra preoccupazioni e opportunità

Continuiamo a dare spazio a opinioni e commenti riguardanti il rinvio di un anno dell’applicazione su tutto il territorio nazionale del Decreto Legislativo 62/24, attuativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, mantenendo vivo il dibattito sul tema. Qui di seguito riprendiamo il contributo di Vincenzo Falabella, presidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie)

Il dibattito che si sta sviluppando intorno al rinvio dell’applicazione su tutto il territorio nazionale del Decreto Legislativo attuativo delle Legge Delega sulla disabilità sta generando numerosi interrogativi e preoccupazioni tra le persone direttamente coinvolte. In un contesto così delicato, ritengo fondamentale intervenire per offrire un ulteriore elemento di valutazione, con l’obiettivo di fare chiarezza e di evitare che le persone con disabilità che leggeranno questo articolo possano trarre conclusioni errate o fuorvianti.
Analizziamo dunque le ragioni di questo rinvio e le possibili implicazioni che ne derivano.

Il Decreto Legislativo 62/24 disciplina, com’è noto, la definizione della condizione di disabilità, la valutazione di base, l’accomodamento ragionevole e la valutazione multidimensionale per l’elaborazione e l’attuazione del progetto di vita individuale personalizzato e partecipato, in attuazione della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità.
L’articolo 19-quater del cosiddetto Decreto Milleproroghe, recentemente convertito in legge, ha formalizzato lo slittamento di un anno, dal 1° gennaio 2026 al 1° gennaio 2027, dell’applicazione di tale Decreto, sollevando dubbi sulle motivazioni alla base della decisione.
Secondo quanto emerso dalle interlocuzioni della nostra Federazione con il Ministero per le Disabilità, il rinvio è da attribuire alla mancata predisposizione, da parte del Ministero della Salute, dei documenti e regolamenti necessari alla valutazione di base della condizione di disabilità, in particolare delle procedure accertative relative ad alcune specifiche situazioni patologiche.
Oltre alla proroga dell’entrata in vigore della normativa, è stato anche annunciato l’allargamento della sperimentazione del Decreto a undici nuove Province, a partire dal 30 settembre 2025.

Questo scenario porta dunque a una domanda cruciale: si tratta di un ostacolo o di un’opportunità?
Da parte nostra, riteniamo che, se questo tempo aggiuntivo verrà sfruttato per individuare e risolvere eventuali criticità, nonché per colmare lacune nei regolamenti attuativi, il rinvio potrebbe rivelarsi con un passaggio positivo. Tuttavia, è fondamentale che il Ministero della Salute rispetti tempistiche certe nella predisposizione dei documenti mancanti, evitando ulteriori ritardi che potrebbero compromettere i diritti delle persone con disabilità.
In altre parole, questo periodo deve essere utilizzato per costruire un sistema solido, efficace e sostenibile, capace di rispondere in modo adeguato alle esigenze delle persone con disabilità senza ulteriori posticipazioni.

Un altro aspetto cruciale riguarda le risorse economiche. La nostra istanza è che i fondi già stanziati nel Bilancio dello Stato per il 2026, destinati all’attuazione dei Decreti Legislativi della Legge 227/21, vengano accantonati e adeguati per il 2027. Il rischio, infatti, è che il rinvio possa comportare una riduzione o un mancato adeguamento delle risorse necessarie, per garantire una piena ed efficace attuazione del Decreto. Su questo punto sarà essenziale mantenere alta l’attenzione e continuare a sollecitare le Istituzioni affinché il finanziamento sia garantito e adeguato alle necessità.

In conclusione, il rinvio dell’applicazione del Decreto Legislativo 62/24 rappresenta senza dubbio un elemento di incertezza per le persone con disabilità e per le loro famiglie. Tuttavia, se questo tempo verrà utilizzato in modo costruttivo per rafforzare il sistema normativo e regolamentare, potrebbe trasformarsi in un’opportunità per garantire una migliore applicazione della legge.
L’auspicio è che il Ministero della Salute acceleri nella predisposizione dei documenti necessari, evitando ulteriori slittamenti, e che le risorse economiche previste vengano mantenute e adeguate. Solo così, infatti, sarà possibile dare attuazione a una riforma che ha l’obiettivo di migliorare concretamente la vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie.

*Presidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), consigliere del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro).

Al medesimo tema trattato nel presente contributo di riflessione abbiamo dedicato finora sulle nostre pagine i testi: Disabilità e riforma: servono certezze sui tempi, sulla sperimentazione e sulle risorse, Il rinvio dell’applicazione di quel Decreto Legislativo: ci sono domande che  meritano risposte di Ciro Tarantino e Le voci dei diritti di Giampiero Griffo.

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Diritti dei pazienti e dei loro familiari al centro della Giornata Mondiale delle Malattie Rare 2025

Cosa significa convivere ogni giorno con una malattia rara, per i pazienti e anche per i loro familiari? In occasione della Giornata Mondiale delle Malattie Rare del 28 febbraio, saranno numerosi gli eventi e le iniziative pubbliche promossi per accendere i riflettori sui diritti e le necessità di oltre 2 milioni di persone nel nostro Paese, colpite da una patologia rara o ultra-rara e spesso non diagnosticata. Ci occupiamo qui di due convegni del 25 e 26 febbraio

La Giornata Mondiale delle Malattie Rare (Rare Disease Day), istituita nel 2008, cade il 29 febbraio, “un giorno raro per i malati rari” e, negli anni non bisestili, si celebra il 28 febbraio. Un’occasione per focalizzare, attraverso eventi e iniziative pubbliche, l’attenzione su cosa significhi convivere ogni giorno con una malattia rara, per i pazienti e per i loro familiari. Ad oggi, di malattie rare, se ne conoscono almeno 10.000 e in Italia si stima che ne siano colpite oltre 2 milioni di persone.

Il prossimo 26 febbraio, a Roma, presso la Sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro del Senato, vi sarà il convegno Giornata Mondiale Malattie Rare. La persona al centro: i suoi diritti. Storie di diagnosi e assistenza, organizzato su iniziativa del senatore Antonio De Poli, in collaborazione con la senatrice Paola Binetti e con la media partnership dell’OMaR (Osservatorio Malattie Rare), per cercare di inquadrare, ancora una volta, i diritti delle persone con patologia rara, includendo la loro famiglia con i caregiver e i sibling (fratelli/sorelle di persone con malattia rara e/o disabilità), anche per capire quali iniziative parlamentari si stiano promuovendo per tutelarne sempre più e sempre meglio i diritti.
Ciò è tanto più vero per le persone con malattie cosiddette “ultrarare” e con quelle non diagnosticate, riguardanti un ampio ed eterogeneo gruppo di pazienti alla ricerca di un inquadramento, comprese quelle affette da una condizione clinica in attesa di un riscontro eziologico.

Gli scenari a monte e a valle della diagnosi sono sempre caratterizzati dal mancato riconoscimento dei diritti delle persone e dalle necessità non soddisfatte. Negli ultimi anni la ricerca genomica ha ottenuto significativi successi che hanno consentito di raggiungere la diagnosi in una sostanziale percentuale di questi casi. Tuttavia, restano disattese in larga misura le domande cliniche dei pazienti e delle loro famiglie che, spesso, necessitano di un particolare supporto anche di tipo psicologico.
A tali temi, semòpre in occasione della prossima Giornata Mondiale delle Malattie Rare, sarà dedicato il 25 febbraio il convegno online I malati rari senza diagnosi: una rete di ascolto e di presa in carico, promosso dall’IRCCS Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e da Orphanet Italia, in collaborazione con la Fondazione Hopen e il Comitato IMI – I Malati Invisibili, anche qui con la media partnership dell’OMaR.
Obiettivo dell’iniziativa è approfondire questi temi e aumentare la consapevolezza sull’importanza di una rete nazionale di ambulatori di ascolto e presa in carico dei pazienti pediatrici e adulti senza diagnosi, in grado di offrire supporto emotivo e di farsi carico del percorso diagnostico, clinico e assistenziale. (C.C. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: Rossella Melchionna (melchionna@rarelab.eu).

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Le voci dei diritti

Come abbiamo scritto ieri, il rinvio di un anno dell’applicazione su tutto il territorio nazionale del Decreto Legislativo 62/24, attuativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, sta suscitando varie e diverse reazioni di cui intendiamo rendere conto, per dare vita a un dibattito pubblico sul tema. Qui di seguito riprendiamo l’opinione di Giampiero Griffo, membro del Consiglio Mondiale di DPI (Disabled Peoples’ International)

La decisione del “Decreto Milleproroghe” di rimandare di un ulteriore anno, al gennaio 2027, l’attuazione del Decreto Legislativo 62/24 (Definizione della condizione di disabilità, della valutazione di base, di accomodamento ragionevole, della valutazione multidimensionale per l’elaborazione e attuazione del progetto di vita individuale personalizzato e partecipato) rappresenta, a parere di chi scrive, un attacco al miglioramento dei Decreti Attuativi della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità e in generale all’attuazione della riforma del nostro welfare legato ai diritti delle persone con disabilità. Infatti, la possibilità di migliorare il testo scadrebbe dopo 24 mesi a giugno 2026, come prevede l’iter dei Decreti di una Legge Delega.
Il fatto che si fosse previsto di effettuare una sperimentazione quest’anno in sole nove Province era già una programmazione inadeguata, visto che la legge deve applicarsi su tutto il territorio nazionale. Il rinvio nel provvedimento è stato accompagnato da un tardivo allargamento ad altre undici Province in cui vi sarà la sperimentazione. Sembra la classica “foglia di fico”, che però non nasconde anzi denota l’incapacità del governo a gestire una riforma che già vede varie forze che frappongono varie resistenze. Non si poteva prevedere per tempo – ammettendo l’errore – un allargamento della sperimentazione, senza rimandare di un ulteriore anno l’entrata in vigore della legge?

L’altra domanda che sorge spontanea è: a che serve la sperimentazione se le eventuali criticità che emergeranno non potranno produrre gli emendamenti dei Decreti Legislativi? Che sperimentazione è se non si prevede di farne buon uso per migliorare la Legge? E all’interno dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità – se la ministra per le Disabilità Locatelli ne ha dato appropriata informazione – nessuno ha sollevato obiezioni sulla proposta? O invece quello che è stato paventato all’inizio del nuovo Osservatorio nel 2023, è vero e cioè che la Ministra decide al posto dei membri dell’Osservatorio, sottomettendo la rappresentanza delle Associazioni alla volontà politica del governo?
Inoltre, i fondi previsti nel Bilancio dello Stato 2026, che erano destinati all’attuazione dei Decreti Legislativi, quale destinazione avranno? E sono stati aumentati i fondi del 2027 per rendere attuativa la riforma su tutto il territorio nazionale?

Bene hanno fatto, in altra sede, le Associazioni PERSONE (Coordinamento nazionale contro la discriminazione delle persone con disabilità), Movimento antiabilista e UNASAM (Unione Nazionale delle Associazioni per la Salute Mentale) a lanciare una forte denuncia sulla scelta di rimandare i tempi della riforma e a sottolineare che il Decreto Legislativo 62/24 per la prima volta in Italia ha assegnato alle stesse persone con disabilità il diritto di scegliere la vita che vogliono vivere, rifiutando l’istituzionalizzazione e rivendicando il potere nuovo di avere voce in capitolo sul proprio progetto personalizzato e partecipato. Sono Associazioni formate da giovani difensori dei diritti umani, motivate e decise a combattere per i propri diritti… mi ricordano i movimenti degli Anni Settanta e Ottanta, per determinazione e volontà di contare.

Le persone con disabilità non sono più oggetto di decisioni prese da altri, spesso medici, amministratori di sostegno ecc., bensì sono il soggetto del cambiamento. E quando, come in questo caso sono competenti e indipendenti, producono innovazione: uno sguardo e un atteggiamento diverso, da cittadini attivi e consapevoli.

*Membro del Consiglio Mondiale di DPI (Disabled Peoples’ International).

Al medesimo tema trattato nel presente contributo di riflessione abbiamo dedicato finora sulle nostre pagine i testi: Disabilità e riforma: servono certezze sui tempi, sulla sperimentazione e sulle risorse e Il rinvio dell’applicazione di quel Decreto Legislativo: ci sono domande che  meritano risposte di Ciro Tarantino.

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La Commissione Europea lo sancisce: i siti web devono essere accessibili alla fonte

«Gli Accessibility Overlay o altri strumenti che non garantiscono che il sito web stesso soddisfi i criteri dettagliati dello standard non sono una soluzione appropriata. È meglio risolvere i problemi di accessibilità alla fonte»: questa frase presente nel sito web della Commissione Europea dedicato alle disposizioni per l’accessibilità, sancisce definitivamente che gli “Accessibility Overlay” (letteralmente “sovrapposizioni di accessibilità”) non sono soluzioni idonee per la conformità

«Gli Accessibility Overlay o altri strumenti che non garantiscono che il sito web stesso soddisfi i criteri dettagliati dello standard non sono una soluzione appropriata. È meglio risolvere i problemi di accessibilità alla fonte»: questa frase presente nel sito web della Commissione Europea dedicato alle policy per l’accessibilità, sancisce definitivamente che gli Accessibility Overlay (letteralmente “sovrapposizioni di accessibilità”) non sono soluzioni idonee per la conformità.

Nello specifico, il testo prodotto dalla Commissione Europea tradotto in italiano è il seguente: «I requisiti giuridici di accessibilità nell’Unione Europea si basano sui criteri tecnici specificati nella norma europea armonizzata EN 301 549 v3.2.1. […] Gli Accessibility Overlay, o qualsiasi altro strumento che non garantisca che il sito web stesso soddisfi i criteri dettagliati dello standard, non sono una soluzione appropriata. È meglio risolvere i problemi di accessibilità alla fonte.Un’altra buona pratica consiste nel fornire un feedback sui problemi di accessibilità a coloro che sviluppano o gestiscono strumenti digitali, per garantire che i responsabili imparino a conoscere l’accessibilità digitale ed evitare problemi futuri. E per garantire che i siti web siano realmente accessibili, è importante coinvolgere sempre le persone con disabilità nei test.
Il Forum Europeo sulla Disabilità, gli utenti con disabilità e molti esperti in materia di accessibilità hanno espresso preoccupazione per l’uso degli Accessibility Overlay. Per maggiori informazioni si può fare riferimento a Dichiarazione comune del FES e dell’IAAP; Articolo di The A11Y project; Scheda informativa sugli overlay sottoscritta da quasi 900 esperti di accessibilità».

Si può quindi ribadire a questo punto, ove non fosse ancora chiaro, quanto ho avuto modo di scrivere già dal 2021 e che ho ribadito successivamente anche su queste pagine, ovvero che nessuno strumento automatizzato garantisce la conformità alle vigenti normative in tema di accessibilità, nonché il fatto che per garantire siti web siano realmente accessibili, è importante coinvolgere sempre le persone con disabilità nei test.
E attenzione, infine, anche in relazione alla Direttiva Europea sull’Accessibilità (European Accessibility Act) di ormai prossima attuazione, oltreché per qualsiasi altra normativa vigente in tema di accessibilità digitale e discriminazione: non solamente gli Accessibility Overlay non sono la soluzione, ma, in alcuni casi, possono diventare un ulteriore potenziale problema.

Roberto Scano
Avviato già da qualche anno sulle pagine di «Superando.it», lo spazio fisso Il digitale accessibile è firmato da Roberto Scano, che da oltre vent’anni si occupa di accessibilità informatica, ossia dal 2002, anno in cui entrò nel W3C (World Wide Web Consortium), come rappresentante dell’IWA (International Web Association), partecipando allo sviluppo delle WCAG 2.0 (Web Content Accessibility Guideline), le Linee Guida per l’accessibilità dei siti web. Nel corso degli anni si è occupato del tema dell’accessibilità anche in àmbito normativo, supportando la nascita della cosiddetta “Legge Stanca” (Legge 4/04: “Disposizioni per favorire l’accesso dei soggetti disabili agli strumenti informatici”), in materia di accessibilità ICT (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) e avviando iniziative a livello nazionale, per diffondere il tema dell’accessibilità “by design”. Attualmente presiede l’Associazione dei Professionisti Web IWA e le Commissioni UNI dedicate alle professionalità digitali e all’accessibilità digitale. Svolge inoltre l’attività di consulente per aziende e Pubblica Amministrazione.

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Braille: tradizione e innovazione per un futuro inclusivo

«Non una celebrazione ingessata e formale, ma un’occasione per condividere esperienze di vita e per ripercorrere una storia – quella del Braille e del suo geniale inventore, Louis Braille appunto, un adolescente irrequieto e capace di sognare in grande – che ancora oggi sorprende e incoraggia»: così l’UICI Piemonte presenta l’incontro “Braille: tradizione e innovazione per un futuro inclusivo”, organizzato per il 22 febbraio a Torino

«Ha quasi duecento anni, ma ha la vivacità di un ragazzino ed è una vera forza della natura. Conosce un’infinità di lingue (matematica e musica comprese) e se la cava benissimo con le nuove tecnologie. Per lui l’inclusione non è una teoria, ma è questione quotidiana, concretissima, da toccare letteralmente con mano. Parliamo del Codice Braille, il sistema a punti in rilievo che consente alle persone cieche di leggere, di scrivere, di accedere in autonomia allo sterminato mondo del sapere»: così l’UICI del Piemonte (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) introduce l’incontro di riflessione e dialogo denominato Braille: tradizione e innovazione per un futuro inclusivo, promosso per la mattinata del 22 febbraio, presso l’Aula Magna del Liceo D’Azeglio di Torino (Via Parini, 8, ore 9.20-12.30), in occasione della Giornata Nazionale del Braille del 21 febbraio, «non una celebrazione ingessata e formale – viene precisato -, ma, al contrario, un’occasione per condividere esperienze di vita e per ripercorrere una storia – quella del Braille e del suo geniale inventore, Louis Braille appunto, un adolescente irrequieto e capace di sognare in grande – che ancora oggi sorprende e incoraggia. L’invito dunque non è rivolto solo agli addetti ai lavori (docenti, educatori, familiari di persone con disabilità visiva), ma a tutti i cittadini e le cittadine».

«Tra le testimonianze più significative dell’incontro – sottolinea Daniela Floriduz, vicepresidente dell’UICI Piemonte e referente per l’Istruzione – ci sarà quella di due scuole primarie della Provincia di Cuneo, dove, in due classi frequentate da altrettanti bimbi ciechi, tutti gli alunni hanno imparato il Braille [se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.]. È un bellissimo segno di inclusione, che penso racconti bene il senso e il valore di questa giornata».
«Nell’era del web, degli smartphone e dell’intelligenza artificiale, il Braille non è da mandare in soffitta – aggiunge Floriduz -, anzi, nel tempo questo codice ha dimostrato una straordinaria adattabilità, che consente ad esso di convivere benissimo con le nuove tecnologie. Smettere di insegnarlo ai bambini con disabilità visiva significherebbe condannarli a una forma di analfabetismo».
«Il problema è – conclude la Vicepresidente dell’UICI Piemonte – che spesso chi dovrebbe insegnare il Braille è il primo a non conoscerlo. Penso, in particolare, agli insegnanti di sostegno. Non è una loro negligenza, ma una lacuna nei programmi ministeriali, che purtroppo prevedono pochissime ore per una materia così preziosa, ma anche così specifica. Ecco perché occasioni come questa sono fondamentali. Realtà come la nostra offrono anche opportunità formative, ma serve l’impegno di tutti. Dobbiamo lavorare insieme per il bene delle persone con disabilità visiva, perché padroneggiare il Braille significa, oggettivamente, avere una marcia in più!». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo dell’incontro del 22 febbraio a Torino. Per ulteriori informazioni: segreteria@uicpiemonte.it.
In calce al nostro articolo denominato Giornata Nazionale del Braille: l’inclusione abita nel linguaggio (a questo link), vi è un’ampia nota biografica dedicata a Louis Braille.

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Il rinvio dell’applicazione di quel Decreto Legislativo: ci sono domande che meritano risposte

«Ci sono alcune domande che meritano risposte – scrive Ciro Tarantino – sulle ragioni che hanno indotto il differimento di un anno dell’applicazione su tutto il territorio nazionale del Decreto Legislativo 62/24, applicativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità”: ben volentieri diamo spazio a questo prezioso contributo di riflessione, augurandoci di poter dare il via a un proficuo dibattito pubblico su tale materia

Il 5 febbraio scorso si è riunito l’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità. Nell’occasione – come si legge nel sito dello stesso – la Ministra per le Disabilità ha dichiarato che «la sperimentazione della riforma iniziata nelle nove province individuate continua il percorso di semplificazione e sburocratizzazione ed è un’opportunità unica per migliorare la qualità di vita delle persone con disabilità e delle loro famiglie. Dobbiamo proseguire uniti e convinti in questa direzione. Il cambiamento è iniziato e indietro non si torna. Non ci saranno intoppi burocratici o rallentamenti che ci potranno fermare, ma solo un grande lavoro da parte di tutti per risolvere i problemi e superare le difficoltà».
La Ministra ha poi ricordato l’appuntamento degli Special Olympics Winter Games in programma a Torino dall’8 al 15 marzo e ha annunciato che il tema dell’inclusione e delle persone «sarà presente nel tour mediterraneo della nave Amerigo Vespucci in ogni tappa».
Nel corso della riunione «è stata presentata – prosegue il comunicato – l’Autorità Garante nazionale dei diritti delle persone con disabilità ed è intervenuto il presidente dell’Autorità; successivamente la presidente del Comitato italiano per l’UNICEF ha illustrato la traduzione italiana del Commento generale n. 9 del Comitato ONU sui diritti dell’Infanzia, Luigi Colombo ha presentato il Festival del Cinema Nuovo che si tiene a Bergamo e il Cav. Camillo Galluccio illustrato il “3° Festival Nazionale dello sport per bambini e ragazzi”. Al termine, il Ministro ha introdotto la giornata formativa sulla riforma della disabilità e sulla sperimentazione dedicata all’Osservatorio».
Non risulta, però, che a margine dell’annuncio di questi prossimi e meritori appuntamenti l’Osservatorio sia stato informato del fatto che l’applicazione su tutto il territorio nazionale delle misure previste dal Decreto Legislativo 62/24 (Definizione della condizione di disabilità, della valutazione di base, di accomodamento ragionevole, della valutazione multidimensionale per l’elaborazione e attuazione del progetto di vita individuale personalizzato e partecipato) sarebbe stata differita al 1° gennaio 2027 [se ne legga già sulle nostre pagine a questo link, N.d.R.]; di fatto, un secondo differimento temporale, dato che il Decreto Legislativo 62/24, entrato in vigore il 30 giugno 2024, aveva già previsto la sua applicazione su tutto il territorio nazionale solo al 1° gennaio 2026. Per inciso, decisione, quest’ultima, non prevista dalla Legge Delega 227/21, così come non era contemplata una fase di sperimentazione.
In effetti, però, un emendamento proposto al Senato al Disegno di Legge di Conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 27 dicembre 2024, n. 202, recante disposizioni urgenti in materia di termini normativi (Disegno di Legge di conversione del cosiddetto “Decreto Milleproroghe”), ha previsto, per l’appunto, lo slittamento al 2027 dell’applicazione della riforma (introducendo l’articolo 19 quater nel Disegno di Legge stesso).
Il Disegno di Legge di conversione è stato già approvato, con voto di fiducia, al Senato il 13 febbraio 2025 e con le stesse modalità anche alla Camera.

Tale emendamento doveva essere in gestazione da tempo (dato che non è pensabile che un atto di tale portata non sia stato l’esito di lunga e attenta valutazione) e vede chiaramente la matrice o il placet governativo, sia perché presentato dai relatori di maggioranza del provvedimento, sia perché prevede scelte che impegnano la discrezionalità amministrativa dei Ministeri – quali l’individuazione di nuove Province sperimentali –, decisioni che devono essere state ragionevolmente concordate quanto meno con la Ministra per le Disabilità e, per gli atti regolamentari susseguenti a cui si fa riferimento nel comma 3 dell’articolo 19 quater, anche con quelli della Salute e del Lavoro e delle Politiche Sociali. D’altronde, se così non fosse, sarebbero di certo state violate le regole minima di correttezza procedurale interne a una maggioranza di governo, ma i Ministri interessati ne avrebbero potuto chiedere il ritiro in più modi e occasioni.
Comunque sia, per l’impatto che la materia ha nelle vite concrete delle persone con disabilità, non vorrei che questa vicenda si riducesse a una piccola questione di disfunzioni procedurali o a una mera questione tecnica risolta senza clamore, innestandola discretamente nelle pieghe di un provvedimento che si occupa di una gran mole di temi diversi. Ritengo, invece, che la vicenda interroghi lo statuto di cittadinanza reale delle persone con disabilità, dei loro familiari e dei caregiver. E, nelle vite soggette a processi di disabilitazione, gli anni si contano su di un calendario particolare, in cui un anno pesa molto più di dodici mesi.

Elenco, allora, in ordine sparso, le prime domande che la vicenda mi suscita e che mi piacerebbe fossero un primo stimolo a un dibattito pubblico.
In primo luogo – a parte il fatto che tutta la questione della sperimentazione meriterebbe un confronto aperto nel mondo della disabilità, perché ancora non mi è chiaro perché per le cittadine e i cittadini le leggi si applicano e per le cittadine e i cittadini con disabilità le leggi si sperimentano –, questo ulteriore differimento dei termini di applicazione è stato discusso con la comunità delle persone con disabilità e con i suoi rappresentanti? Se non nell’Osservatorio, la discussione è stata quanto meno fatta in altre sedi e con altre modalità? Chi ha preso parte al confronto e su quali basi informative e documentali?

In secondo luogo, non sarebbe stato etico da parte dell’autorità politica delegata informare preventivamente e pubblicamente (per esempio tramite i sempre attivi canali social) la comunità nazionale delle persone e delle famiglie con disabilità di una scelta così gravosa, almeno con lo stesso anticipo e la stessa solerzia con la quale la si informa dei festival prossimi venturi? Cioè, non meritava di essere condiviso e spiegato un provvedimento che necessariamente frustra – ancora una volta – le legittime attese delle persone e delle famiglie con disabilità che da mesi sono immerse nella narrazione di «una rivoluzione culturale civile» in corso, secondo la formula impiegata il 15 aprile 2024 dalla Ministra? Non sarebbe stato opportuno annunciare che la rivoluzione era in ritardo? Anche solo con un post del tipo: «Si comunica che la rivoluzione culturale e civile programmata per il 30 giugno 2024, procrastinata per motivi tecnici al 1° gennaio 2026, è ulteriormente posticipata al 1° gennaio 2027. Ci scusiamo per il disagio».

E ancora, non è che questa situazione debba essere posta all’attenzione degli organismi internazionali di monitoraggio del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)? Dato infatti che la Legge Delega 227/21 e i suoi strumenti di attuazione (come il Decreto Legislativo 62/24) discendono dal PNRR, non è che l’Italia con queste dilazioni sta rispettando solo formalmente le scadenze previste dal PNRR, mentre non sta raggiungendo in maniera sostanziale gli obiettivi previsti?

Ma, soprattutto, le persone con disabilità non hanno diritto di sapere le ragioni che hanno indotto questo differimento? Non hanno diritto di sapere che cosa ha alterato l’iter attuativo del Decreto Legislativo 62/24? Non meriterebbero di sapere a chi è imputabile questa sospensione dei loro diritti attesi? Il fatto che si redigano Carte, come quella di Solfagnano in occasione del G7 Inclusione e Disabilità, non significa che i diritti delle persone con disabilità siano di carta.
Che cosa, insomma, non ha funzionato nelle previsioni ministeriali? Ci sono Ministeri in ritardo? Ci sono, forse, atti ministeriali propedeutici ai processi valutativi ancora non predisposti dai Ministeri competenti? Oppure si è ritenuto che i medici non fossero ancora in grado di applicare i nuovi sistemi di valutazione di base? O si sono valutati inadeguati alle nuove funzioni gli assistenti sociali? E, nel caso, i rispettivi Ordini hanno fatto pervenire pareri e documentazioni di questo tenore? Infine, la formazione ministeriale è stata sufficiente e adeguata?

Rispondere a queste domande servirebbe almeno a capire cosa inceppa il processo di inclusione democratica delle persone con disabilità, e da lì ripartire per superare ostacoli e resistenze in un’alleanza trasparente fra cittadini e istituzioni. L’alternativa di far entrare in vigore delle leggi e poi farle galleggiare nel limbo della non applicazione o dell’applicazione a “macchia di leopardo” e sperimentale significa, invece, creare per le persone con disabilità un circuito di cittadinanza differenziale che stride con la nostra Costituzione e con la Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti delle Persone con Disabilità.
Queste, allora, sono solo le prime domande su cui, volendo, si potrebbe aprire un confronto pubblico per evitare in futuro nuove fratture nella cittadinanza democratica e nella cultura giuridica. Penso che non discutere di questa vicenda aggiunga alla frustrazione una profonda lesione alla dignità delle persone con disabilità che vengono così ridotte a uno stato infantile che speravamo superato da tempo. Come nei peggiori asili di un tempo, le si tiene a giocare al “gioco del silenzio”. Ma le persone con disabilità e i loro familiari hanno ancora voglia di giocare al gioco del silenzio?

*Docente di Sociologia del Diritto all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. Il presente contributo di riflessione è già apparso nel sito di Informare un’h-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli di Peccioli (Pisa) e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti dovuti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Disabilità e riforma: servono certezze sui tempi, sulla sperimentazione e sulle risorse

«Non possiamo accettare che i diritti vengano rimandati all’infinito. Siamo di fronte, infatti, a un’opportunità per migliorare la vita di milioni di cittadini e cittadine con disabilità ed è fondamentale partire con il piede giusto, senza ritardi e incertezze»: così dalla Federazione FISH viene commentato il rinvio di un anno della piena applicazione del Decreto Legislativo 62/24, attuativo della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità, come stabilito dal “Decreto Milleproproghe”

«Ogni riforma deve partire dai bisogni reali delle persone con disabilità e dalla loro piena partecipazione ai processi decisionali. Non possiamo accettare che i diritti vengano rimandati all’infinito. Siamo di fronte a un cambiamento importante, un’opportunità per migliorare la vita di milioni di cittadini e cittadine con disabilità. È quindi fondamentale partire con il piede giusto, senza ritardi e incertezze. Ogni scelta deve essere fatta con responsabilità, mettendo al centro i diritti e il benessere delle persone, per garantire un sistema equo, inclusivo. Questa riforma non deve essere solo un atto burocratico, ma un vero passo avanti»: così Vincenzo Falabella, presidente della FISH (Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), commenta la definitiva conversione in legge alla Camera del Decreto Legge 202/24, cosiddetto Decreto Milleproproghe, che all’articolo 19 quater, oltre ad allargare ad ulteriori undici Province, a partire dal 30 settembre prossimo (Alessandria, Lecce, Genova, Isernia, Macerata, Matera, Palermo, Teramo, Vicenza, Provincia Autonoma di Trento, Aosta), l’attuazione in via sperimentale del Decreto Legislativo 62/24 (Definizione della condizione di disabilità, della valutazione di base, di accomodamento ragionevole, della valutazione multidimensionale per l’elaborazione e attuazione del progetto di vita individuale personalizzato e partecipato, in attuazione della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità), ne rinvia di un anno, dal 1° gennaio 2026 al 1° gennaio 2027, l’applicazione su tutto il territorio nazionale. Un provvedimento che sta suscitando varie e diverse reazioni di cui renderemo conto nei prossimi giorni.

Secondo la FISH, come si legge in una nota diffusa dalla Federazione, per quanto riguarda «l’estensione della sperimentazione della riforma dell’accertamento della condizione di disabilità a nuove Province e il prolungamento di essa possono garantire un migliore assestamento del sistema, a patto che servano a individuare eventuali criticità e colmare vuoti. È fondamentale ora che il Ministero della Salute lavori con tempi certi, senza creare ulteriori ritardi nell’applicazione della norma, ciò che di fatto andrebbe a compromettere i diritti delle persone con disabilità. Per raggiungere questi obiettivi sarà essenziale un confronto costante con le Associazioni di rappresentanza delle persone con disabilità, evitando appunto che l’allungamento dei tempi si traduca in un ritardo nell’effettiva applicazione della nuova norma».

«Bene l’istituzione di una Segreteria Tecnica di supporto al Ministero per le Disabilità – concludono dalla FISH – per monitorare la riforma e garantire affiancamento ai territori e tuttavia, è necessario sin da subito verificare che le risorse da stanziare siano adeguate a garantire un’effettiva attuazione delle misure previste». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishonlus.it.

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