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Anche giovani con disabilità coinvolti nella riscoperta di ricette valdostane

Anche il progetto Il cielo in una pentola, percorso sperimentale di avvicinamento al lavoro per persone con disabilità, è tra coloro che hanno fattivamente collaborato alla realizzazione e alla riuscita di Riscoprire ricette valdostane, iniziativa ideata e realizzata dall’Unione Regionale Cuochi della Valle d’Aosta e dall’Associazione Cuochi Aosta di cui verranno presentati gli esiti il 17 gennaio prossimo

Vi è stato anche il progetto Il cielo in una pentola, percorso sperimentale di avvicinamento al lavoro per persone con disabilità, tra coloro che hanno fattivamente collaborato alla realizzazione e alla riuscita di Riscoprire ricette valdostane, iniziativa ideata e realizzata dall’Unione Regionale Cuochi della Valle d’Aosta e dall’Associazione Cuochi Aosta, in collaborazione, appunto, con Il cielo in una pentola, con il Centro Agricolo Dimostrativo di Saint-Marcel e con La Valle d’Aosta in TV, attraverso il determinante sostegno del CELVA (Consorzio degli Enti Locali della Valle d’Aosta) e dell’Institut Agricole Regional.

«Avviato nel mese di agosto dello scorso anno – spiegano i promotori – il progetto visto la realizzazione di quattro laboratori in altrettanti Comuni valdostani (Aymavilles, Verrayes, Morgex e Valtournenche), ognuno dei quali ha avuto come protagonista una ricetta che caratterizza quel territorio, con l’obiettivo di valorizzare piatti, a volte poco conosciuti. Si è trattato dunque di un vero e proprio racconto itinerante che ha coinvolto persone e al contempo ha potuto mettere in evidenza peculiarità del territorio, valorizzando un patrimonio che è a pieno titolo parte della cultura dei diversi territori coinvolti. Tutte le ricette proposte, inoltre, sono state caratterizzate da una filiera corta che ha visto coinvolta la dimensione agricola, la viticoltura e l’allevamento, utilizzando prodotti di prossimità. E da ultimo, ma non ultimo, l’iniziativa è stata anche l’occasione per cucinare insieme e condividere saperi, segreti e racconti anche con il gruppo del Cielo in una pentola, che vede il protagonismo di giovani con disabilità appassionati di cucina e del buon cibo. Il tutto documentato attraverso video e la raccolta delle ricette che sarà promossa sui diversi territori».

Nel pomeriggio di venerdì 17 gennaio dalle ore 17.30, presso l’Institut Agricole Régional di Aosta (ore 17.30, evento a invito), vi sarà la presentazione del progetto e potranno essere degustate le quatto ricette realizzate. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: Maria Cosentino (ceralaccaturismo@gmail.com).

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Quanto potrà essere efficace l’azione di questo Garante?

Una valutazione di Giampiero Griffo, componente del Consiglio Mondiale di DPI (Disabled Peoples’ International), sulla composizione del collegio componente il Garante Nazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità, istituito come previsto dalla Legge Delega 227/21 in materia di disabilità e dal Decreto Legislativo 20/24, attuativo di essa

Il 23 dicembre scorso è stato nominato il collegio che compone il Garante Nazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità [se ne legga già anche sulle nostre pagine, N.d.R.]. Una data esemplare, va sottolineato, per far passare nomine in modo da risultare praticamente inosservate dagli organi d’informazione, tipico strumento della politica per far passare sotto traccia un provvedimento.
L’istituzione di un Garante Nazionale dei Diritti delle Persone con Disabilità è stata prevista dall’articolo 1, comma 5, punto f della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità ed è stata attuata con il Decreto Legislativo n. 20, emanato il 5 febbraio 2024.
Il Garante costituisce un’articolazione del sistema nazionale per la promozione e la protezione dei diritti delle persone con disabilità, in attuazione della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità. Egli opera in collaborazione con l’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità e, con riguardo alle persone con disabilità private della libertà personale, individua, ferme restando le rispettive competenze, forme di collaborazione con il Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.
I componenti della nuova Autorità Garante durano in carica quattro anni e il loro mandato è rinnovabile una sola volta.

Le funzioni e le prerogative dell’Autorità Garante sono disciplinate dall’articolo 4 del già menzionato Decreto Legislativo 20/24 e possono essere sinteticamente riassunte nelle seguenti:
° vigila sul rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali e ne promuove l’effettivo godimento;
° riceve le segnalazioni, anche tramite l’attivazione di un centro di contatto dedicato e svolge verifiche, d’ufficio o a seguito di segnalazione, sull’esistenza di fenomeni discriminatori;
° promuove la cultura del rispetto dei diritti delle persone con disabilità e i rapporti di collaborazione con i Garanti e gli altri organismi pubblici italiani e internazionali in relazione alla tutela dei diritti delle persone con disabilità;
° assicura la consultazione con le organizzazioni e con le associazioni rappresentative delle persone con disabilità ed effettua le visite agli istituti penitenziari;
° agisce e resiste in giudizio a difesa delle proprie prerogative;
° verifica l’esistenza di discriminazioni ed emette un parere motivato nel quale indica gli specifici profili delle violazioni riscontrate;
° con riferimento alle barriere architettoniche o sensopercettive può proporre all’amministrazione competente un cronoprogramma per rimuoverle, vigilando sull’avanzamento;
° trasmette entro il 30 settembre di ogni anno, una relazione sull’attività svolta alle Camere, nonché al Presidente del Consiglio o all’Autorità Politica delegata in materia di disabilità sull’attività svolta;
° nei casi di urgenza può, anche d’ufficio, a seguito di un sommario esame circa la sussistenza di una grave violazione del principio di non discriminazione in danno di una o più persone con disabilità, proporre l’adozione di misure provvisorie.

I Presidenti della Camera e del Senato hanno dunque firmato l’atto di nomina dei componenti dell’Autorità, individuando nell’avvocato Maurizio Borgo il Presidente del Collegio e nei dottori Francesco Vaia e Antonio Pelagatti gli altri componenti.
Anche in questo caso, va osservato di passata, nessuna donna, come già con la nomina dei membri del Comitato Tecnico-Scientifico dell’Osservatorio Nazionale sulla Condizione delle Persone con Disabilità.

Tornando al Decreto Attuativo 20/24, all’articolo 2, comma 2 esso prevede che il presidente e i componenti del collegio siano «scelti tra persone di notoria indipendenza e di specifiche e comprovate professionalità, competenze o esperienze nel campo della tutela e della promozione dei diritti umani e in materia di contrasto delle forme di discriminazione nei confronti delle persone con disabilità».
L’indipendenza del Garante è un prerequisito essenziale della figura di un Garante che abbia il compito di tutelare i diritti umani dei cittadini, base di tutte le Convenzioni dell’ONU relative proprio a questi diritti, come la Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità. I Princìpi di Parigi delle Nazioni Unte (1991) sono contenuti nella Risoluzione 48/134 del 20 dicembre 1993 dell’Assemblea Generale ONU, che recepisce anche le conclusioni della Conferenza di Vienna sui Diritti Umani del luglio 1993. In tal senso, gli Istituti Nazionali sui diritti umani devono essere informati ai princìpi di indipendenza, pluralismo, rappresentatività, non-formalismo, equità, spirito di società civile, cooperazione trans-nazionale.
Qui, purtroppo, un primo dubbio nasce proprio sull’indipendenza del Presidente del Collegio dei Commissari, che è stato fino al dicembre 2024 il capo di gabinetto del ministro per le Disabilità Locatelli: quale indipendenza sostanziale potrà garantire dal peso del suo recente mandato in un Dipartimento della Presidenza del Consiglio?
Ricordiamo, come più sopra sottolineato, che il Garante ha il potere di sottoporre gli Enti Pubblici al rispetto dei diritti umani attraverso specifiche indagini anche a richiesta dei cittadini, per verificare la violazione di diritti umani. A parte l’esperienza maturata presso il Dipartimento competente sulle disabilità della Presidenza del Consiglio, nel curriculum del Presidente del Collegio non vi sono riferimenti a competenze in materia di tutela dei diritti umani. Considerando il vastissimo campo di situazioni di possibili violazione dei diritti umani in termini di discriminazioni e mancanza di pari opportunità la sua nomina lascia quindi perplessi.

Quanto agli altri due membri del Collegio, nominare un medico laureato in Ostetricia, fino a poco tempo fa Direttore Generale della Prevenzione Sanitaria presso il Ministero della Salute, sembra far riferimento all’idea che il problema di tutela dei diritti delle persone con disabilità sia legato ad un àmbito prevalentemente sanitario. Scorrendo il suo curriculum, poi, non vi risultano specifiche competenze nel campo dei diritti delle persone con disabilità. D’altra parte un medico può essere al massimo competente nel valutare l’accesso ai servizi di salute (è docente di Economia Sanitaria e Organizzazione Sanitaria).
Ancora va sottolineato che proprio la Convenzione ONU supera il modello medico della disabilità, sposando il modello sociale basato sul rispetto dei diritti umani e che la nomina di un medico a questo incarico sembra paradossale e contradittoria con le norme della stessa Convenzione.

L’ultimo Commissario, infine, persona che si muove in sedia a rotelle, è stato consigliere circoscrizionale al Comune di Roma, ma non pare avere un profilo nazionale di esperienze nel campo dei diritti umani delle persone con disabilità. Non basta, infatti, avere una limitazione funzionale per essere esperto della tutela e promozione dei diritti umani delle persone con disabilità.

Qual è dunque la ratio di queste nomine? Controllare il funzionamento del Garante? Svuotarne i contenuti innovativi? Riproporre il modello medico della disabilità? Non volere approcciare il tema della discriminazione a largo raggio (per esempio per le persone migranti o omosessuali con disabilità)? Per la prima Istituzione Nazionale sui Diritti Umani italiana (ricordiamo che l’Italia non ha una Commissione Nazionale sui Diritti Umani, al contrario di tanti Paesi europei e di altre parti del mondo) non sarebbe un buon inizio. Va ricordato che questa Istituzione Nazionale consente di accedere gratuitamente ad un parere autorevole sulla violazione dei diritti umani, riducendo sostanzialmente il carico economico per arrivare ad una sentenza in tribunale, che in questi anni ha ridotto il ricorso a questo strumento legale. Dall’altro lato la condizione di violazione dei diritti umani è considerevole in Italia, come dimostrano i 760 casi pervenuti nel 2023 al Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della Federazione lombarda LEDHA.

Possibile che non vi fossero altre persone competenti italiane che potessero essere nominate quali membri del Collegio del Garante? Nei prossimi mesi potremo valutare queste perplessità rispetto ad un’Istituzione Nazionale che aveva sollevato molte aspettative.
È evidente che su questi elementi critici informeremo le autorità internazionali competenti.

*Componente del Consiglio Mondiale di DPI (Disabled Peoples’ International).

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Conferenza finale per “Il Piemonte al mio fianco”

Un capillare lavoro di formazione e sensibilizzazione in cinque àmbiti (sanità, istruzione, protezione civile, nuove tecnologie e lotta alle discriminazioni): è stato questo il progetto Il Piemonte al mio fianco, promosso dall’UICI Piemonte, che vivrà il 14 gennaio a Torino la propria conferenza finale

Promosso dall’UICI Piemonte (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) e realizzato con il sostegno economico della Regione Piemonte e con il supporto della Rete Regionale contro le Discriminazioni, il progetto denominato Il Piemonte al mio fianco, voluto per favorire l’inclusione e i diritti delle persone con disabilità visive e presentato a suo tempo anche sulle nostre pagine, vivrà nella mattinata di martedì 14 gennaio la propria conferenza finale a Torino (Sala Trasparenze del Grattacielo della Regione Piemonte, Piazza Piemonte, 1, ore 11).

«Questa iniziativa – spiegano dall’UICI Piemonte – ha comportato un capillare lavoro di formazione e sensibilizzazione in cinque àmbiti: sanità, istruzione, protezione civile, nuove tecnologie, lotta alle discriminazioni». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo della conferenza di Torino del 14 gennaio. Per ulteriori informazioni: comunicazione@uicpiemonte.it (Lorenzo Montanaro).

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Dal Braille all’intelligenza artificiale: come plasmare un futuro più accessibile

In tutto il mondo sono oltre 2 miliardi e 200 milioni le persone con una disabilità visiva o cecità. Come possiamo rimuovere le barriere per le persone cieche e ipovedenti in un’era segnata dal progresso digitale e tecnologico? Proponiamo oggi riadattata in italiano un’intervista a Lars Bosselmann, direttore esecutivo dell’EBU, l’Unione Europea dei Ciechi, già apparsa sul sito dell’UNRIC, il Centro di Informazione Regionale per l’Europa Occidentale delle Nazioni Unite Lars Bosselmann, direttore esecutivo dell’Unione Europea dei Ciechi

In tutto il mondo sono oltre 2 miliardi e 200 milioni le persone con una disabilità visiva o cecità. Di queste, oltre un miliardo presentano condizioni che si possono trattare, ma non ha accesso alle cure necessarie per farlo.
Per promuovere i diritti umani delle persone con disabilità visiva e sottolineare l’importanza del noto metodo di letto-scrittura Braille, l’Assemblea Generale dell’ONU ha proclamato il 4 gennaio quale Giornata Mondiale del Braille.
La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità considera il Braille essenziale per l’istruzione, la libertà di espressione, l’accesso alle informazioni e l’inclusione sociale. Dal canto suo, l’Agenda ONU 2030 per lo Sviluppo Sostenibile ha ribadito l’impegno a non lasciare nessuno indietro. La pandemia da COVID ha dimostrato poi, recentemente, quanto le informazioni in formati accessibili come il Braille siano fondamentali per garantire la salute pubblica e l’inclusione digitale.
L’UNRIC, il Centro di Informazione Regionale per l’Europa Occidentale delle Nazioni Unite, ha proposto nei giorni scorsi un’intervista a Lars Bosselmann, direttore esecutivo dell’EBU, l’Unione Europea dei Ciechi, sul ruolo della tecnologia nel migliorare l’accessibilità e agli sforzi per garantire i diritti delle persone con disabilità visive. Proponiamo di seguito la traduzione e il riadattamento in italiano di quella stessa intervista.

Qual è il numero stimato di persone cieche o ipovedenti in Europa?
«Si stima che oltre 30 milioni di persone siano cieche o ipovedenti in Europa, includendo anche Paesi al di fuori dell’Unione Europea. Per altro, le definizioni di cecità e ipovisione possono variano tra i diversi Paesi, il che può influenzare le stime stesse».

Quali sono, secondo lei, i maggiori ostacoli per le persone con disabilità visive nella nostra società?
«Oltre alle barriere fisiche, una delle sfide più significative è l’accessibilità delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Quando la tecnologia non è inclusiva, può limitare le opportunità per le persone con disabilità visiva anziché abilitarle. Altri ostacoli chiave includono l’accesso limitato all’istruzione, alla sanità e all’occupazione, evidenziando la necessità di pratiche più inclusive».

Cosa vorrebbe che fosse diverso nella percezione della società verso le persone cieche e ipovedenti?
«A mio avviso la società spesso vede la cecità o l’ipovisione come “una delle peggiori cose” che possano capitare a una persona, il che crea una percezione negativa e limitante. Questo deriva da una mancanza di comprensione su ciò che le persone cieche o ipovedenti possono realizzare. Si tratta di proiettare le proprie paure riguardo alla perdita della vista, non comprendendo le esperienze reali e le possibilità di conviverci. È necessario pertanto un cambiamento di focus sulle abilità».

Ma cosa significa creare realmente una società inclusiva per le persone con disabilità visiva?
«Il primo passo per creare una società inclusiva è un cambiamento di atteggiamento, vedendo prima la persona e non la disabilità. Questo è fondamentale e fornisce la base su cui deve essere fondata l’inclusione. L’inclusività richiede anche passaggi pratici, come rendere accessibili gli ambienti fisici, quali i trasporti pubblici e gli edifici, e dare priorità all’accessibilità digitale nella progettazione della tecnologia. Infine, bisogna insegnare l’inclusione fin dall’infanzia e iniziare questo lavoro nelle scuole e nelle comunità aiuta a normalizzare l’inclusività sin da giovani».

Quali sono gli errori comuni che commettiamo mentre creiamo contenuti per persone con disabilità visiva? Se potesse dare tre consigli importanti sulla comunicazione inclusiva, quali sarebbero?
«L’errore più comune è non considerare l’accessibilità fin dall’inizio. Non si pensa che le persone con disabilità visiva possano dipendere dalle descrizioni per accedere a qualsiasi contenuto visivo. Immagini, video e infografiche sono spesso inaccessibili perché mancano di testo alternativo o di descrizioni audio. Le immagini o le infografiche diventano senza significato senza descrizioni per un utente cieco.
Se potessi dare tre consigli per una comunicazione più inclusiva, sarebbero: utilizzare il testo alternativo per tutte le immagini, facendo sì che i lettori di schermo potessero descriverle; aggiungere sottotitoli e descrizioni audio ai video per renderli più accessibili; riassumere i messaggi chiave di qualsiasi contenuto visivo, ad esempio delle infografiche».

Ci sono delle idee sbagliate che le persone vedenti potrebbero avere riguardo al Braille?
«Il Braille è un’invenzione rivoluzionaria, che ha aperto una nuova strada all’informazione e all’educazione per milioni di persone con disabilità visiva. Celebriamo i 200 anni di questa invenzione parlando di alcuni stereotipi. Un’idea sbagliata e comune è che il Braille sia diventato obsoleto con la diffusione dei contenuti audio quali podcast e audiolibri. In realtà il Braille è uno strumento su cui molte persone con disabilità visiva fanno affidamento. Oggi, infatti, esso è integrato con i dispositivi digitali, inclusi smartphone e computer, attraverso display Braille che trascrivono il contenuto dello schermo in Braille tattile.
Un altro falso mito è che il Braille sia difficile da imparare. In realtà, imparare il Braille in giovane età è naturale e facile come imparare a leggere e scrivere in qualsiasi altra lingua. Tuttavia, può essere più difficile da apprendere in età avanzata, proprio come qualsiasi nuova abilità.
Infine, sebbene il Braille non sia una lingua di per sé, esso permette alle persone con disabilità visiva di accedere alle informazioni in modo più naturale, simile alla lettura nella propria lingua».

Quali sono alcune delle tendenze emergenti nella tecnologia che possono essere adottate per migliorare ulteriormente la comunicazione inclusiva? E in che modo l’intelligenza artificiale e il machine learning, sottoinsieme della stessa intelligenza artificiale, hanno contribuito alle tecnologie assistive per le persone con disabilità visiva?
«L’accessibilità per le persone con disabilità visiva potrebbe essere migliorata con l’intelligenza artificiale, creando, fin dall’inizio, pagine web, applicazioni e documenti completamente accessibili, eliminando cioè la necessità di aggiustamenti manuali. In termini di tecnologia attuale, le app per smartphone e i sistemi di navigazione hanno già reso la mobilità molto più semplice per le persone con disabilità visiva. Questi strumenti, alimentati dall’intelligenza artificiale, permettono agli utenti di navigare in modo più indipendente senza dover chiedere continuamente assistenza. E tuttavia, come già detto in precedenza, un grande svantaggio emerge quando la tecnologia non è progettata pensando all’accessibilità. Ad esempio, molti servizi online, come quelli delle banche, stanno passando sempre più a piattaforme esclusivamente digitali. Quando questi servizi non sono completamente accessibili, essi limitano la partecipazione delle persone con disabilità visiva. Un problema comune riguarda ad esempio i sistemi di pagamento con touchscreen, dove la mancanza di output vocale può portare a rischi di sicurezza, poiché gli utenti potrebbero dover fare affidamento su altre persone per inserire informazioni sensibili quali i codici PIN.
Questi esempi dimostrano con chiarezza che la tecnologia deve essere costruita accessibile fin dall’inizio, garantendo un accesso equo per tutti».

In quale modo l’EBU si batte per i diritti delle persone con disabilità visiva?
«L’Unione Europea dei Ciechi difende i diritti dei cittadini e delle cittadine con disabilità visiva in Europa, facendo ad esempio pressioni per nuove legislazioni e migliorando le leggi esistenti sia a livello dell’Unione Europea che all’interno dei Paesi Membri di essa. La nostra organizzazione lavora su una vasta gamma di questioni, dalle sfide quotidiane legate all’accessibilità fisica a temi come l’accessibilità del web. Unendo le organizzazioni che ne fanno parte, l’EBU amplifica la voce collettiva di oltre 30 milioni di persone, rendendo gli sforzi di tutela (advocacy) più forti ed efficaci. Facilita inoltre anche gli scambi tra i vari Paesi.
Un recente successo che voglio ricordare è l’introduzione della Carta Europea della Disabilità, che punta a fornire alle persone con disabilità pari diritti quando viaggiano all’interno dell’Unione Europea. Un altro focus su cui siamo impegnati è migliorare l’accessibilità degli elettrodomestici, dato che sempre più dispositivi passano ai touchscreen, meno accessibili».

*Direttore esecutivo dell’EBU (European Blind Union). Traduzione e riadattamento in italiano a cura della redazione di Superando.

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Lombardia: aumentate le risorse per la non autosufficienza

Il provvedimento con cui il 30 dicembre scorso la Giunta Regionale della Lombardia ha approvato il programma operativo regionale del Fondo Nazionale Non Autosufficienza per il 2025 «ha accolto le richieste presentate dalle Associazioni di persone con disabilità nel corso del 2024», come commenta il presidente della Federazione LEDHA Alessandro Manfredi, che sottolinea ora la necessità di «concentrare l’impegno per favorire i percorsi di indipendenza delle persone con disabilità»

Come informa la LEDHA (Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità, componente lombarda della Federazione FISH), «il 30 dicembre scorso la Giunta Regionale della Lombardia ha approvato il programma operativo regionale del Fondo Nazionale Non Autosufficienza per il 2025, tramite un’importante Delibera, arrivata al termine di un anno durante il quale la nostra organizzazione, la FAND Lombardia e tante Associazioni di persone con disabilità si sono battute per chiedere che venissero stanziate risorse adeguate per garantire il diritto all’assistenza e a scegliere come vivere».

Si parla, nello specifico, della Deliberazione di Giunta Regionale XII/3719, con cui si è stabilito di integrare le risorse stanziate dal Governo (pari a 145 milioni di euro) con ulteriori 47,2 milioni di euro (a fronte dei 25 milioni di euro stanziati complessivamente nel 2024). A questi si aggiungono i 14,6 milioni di euro del Fondo Sanitario Regionale (13 milioni lo scorso anno). «Il co-finanziamento della Regione Lombardia – sottolineano dalla LEDHA – rende possibile il mantenimento delle misure del 2024 a fronte di un costante aumento del numero dei beneficiari della Misura B1 [destinata ai caregiver familiari che assistono persone con grave e gravissima disabilitò, N.d.R.], scongiurando così la formazione di liste d’attesa. Per le persone con disabilità che beneficiano della Misura B1 non vi saranno quindi cambiamenti rispetto alla situazione che si era venuta a creare a inizio agosto 2024: restano infatti invariati sia i contributi per il sostegno ai caregiver familiari e agli assistenti personali, sia la quota di “servizi diretti” che i Comuni dovranno garantire ai beneficiari».

Tra le altre novità contenute nel provvedimento del 30 dicembre, da segnalare anche, oltre a una semplificazione delle procedure di rinnovo delle domande di prosecuzione della presa in carico, l’incremento del fondo destinato ai Voucher autismo che arriva a 8 milioni e mezzo di euro.

«La Delibera – commenta Alessandro Manfredi, presidente delle LEDHA – ha accolto le richieste presentate dalle Associazioni di persone con disabilità nel corso del 2024, il che ci permette di guardare all’anno che è appena iniziato concentrando il nostro impegno per favorire i percorsi di indipendenza delle persone con disabilità, in linea con quanto previsto dalla Legge Regionale 25/22 sulla vita indipendente, sulla cui attuazione ci aspettiamo passi avanti importanti». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@ledha.it.

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Pregiudizi e violenza nei confronti delle donne con disabilità: gli ultimi dati della Polizia Criminale

Nel periodo ottobre 2023-settembre 2024 sono stati rilevati 540 reati commessi nei confronti di donne con disabilità, con un incremento del 66% rispetto alla rilevazione precedente dell’analogo periodo. È questo uno dei dati contenuti nell’ultimo rapporto pubblicato dalla Direzione Centrale della Polizia Criminale, intitolato Il Punto – Il pregiudizio e la violenza contro le donne all’interno del quale vi è anche uno specifico capitolo dedicato alla violenza nei confronti delle donne con disabilità L’immagine di copertina del rapporto prodotto dalla Direzione Centrale della Polizia Criminale

Come da prassi ormai collaudata, il 25 novembre scorso, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, la Direzione Centrale della Polizia Criminale, un ufficio interforze del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, ha pubblicato il proprio rapporto in tema di violenza di genere. Il Punto – Il pregiudizio e la violenza contro le donne, questa la denominazione del documento, liberamente fruibile a questo link. All’interno di esso è possibile trovare anche un capitolo dedicato alla violenza nei confronti delle donne con disabilità (pagine 47-53), curato dall’OSCAD (Osservatorio per la Sicurezza Contro gli Atti Discriminatori), organo specializzato nei crimini d’odio e in tutte le forme di violenza di genere.

Il rapporto contiene e analizza i dati provenienti da tutte le Forze di Polizia, confrontati e integrati attraverso le fonti aperte e con le informazioni provenienti dai presìdi territoriali della Polizia di Stato e dell’Arma dei Carabinieri. Esso inoltre presta particolare attenzione ai cosiddetti “reati spia”, evidenziando come, nei primi sei mesi del 2024, vi sia stato un aumento del 6% degli atti persecutori, il cosiddetto stalking, reato che colpisce le donne nel 74% dei casi; vi è stato inoltre un aumento del 15% anche per i maltrattamenti contro familiari e conviventi, che interessano le donne nell’81% dei casi; infine, è segnalato un incremento dell’8% dei casi di violenza sessuale, che nel 91% dei casi ha come vittime delle donne (di cui il 28% minorenni).
Per ulteriori dettagli rimandiamo al rapporto stesso, in questa sede ci focalizzeremo sui dati relativi alla violenza nei confronti delle donne con disabilità.

Il capitolo dedicato a quest’ultimo tema mette subito in evidenza che le «donne e appartenenti a categorie vulnerabili, vivono una doppia discriminazione che le rende esposte a forme ulteriori e peculiari di sopraffazione» (pagina 48, la formattazione differisce da quella originale in questa e nelle successive citazioni testuali). Sono quindi richiamate alcune diposizioni inerenti alle donne con disabilità contenute nella Direttiva sulla lotta alla violenza contro le donne e alla violenza domestica approvata dal Parlamento Europeo il 24 aprile dello scorso anno (su questo tema si veda anche a questo link).

«Per quanto riguarda i crimini nei confronti delle donne con disabilità, l’OSCAD ha potuto verificare, nel tempo, alcune peculiarità ricorrenti nelle condotte illecite (affiancate a quelle tipiche dei crimini d’odio) che caratterizzano questi reati – si legge ancora nel rapporto –. Una di queste è la consapevolezza, da parte dell’autore dell’abuso, di rivolgere la sua violenza nei confronti di una persona che può opporre soltanto una limitata difesa rispetto all’offesa subita, vuoi per ragioni cognitive, vuoi per ragioni fisiche. Quindi assistiamo, ad esempio, a casi di abuso e approfittamento su donne con disabilità ricoverate in strutture sanitarie. In questi casi, le vittime rappresentano un bersaglio facile per alcune condotte tipiche della violenza di genere, come i maltrattamenti in famiglia e le violenze sessuali. Un’altra caratteristica che si rileva molto spesso in questa tipologia di reati è lo stato di isolamento. Molte vittime con disabilità, infatti, non denunciano quanto loro accaduto e, cosa ancora più grave, non riescono neanche a chiedere aiuto. Molte vittime non hanno gli strumenti per rappresentare ad altri le violenze subite o, talvolta, lo stato di abbandono in cui versano, dovuto alla negligenza di chi è deputato ad occuparsi di loro. Non di rado, le due caratteristiche coesistono nei casi di violenza domestica nei confronti di donne con disabilità, violenza spesso usata dalle persone deputate alla loro cura e protezione» (pagine 48-49).

Anche in relazione ai reati nei confronti delle donne con disabilità sono stati prodotti i dati relativi ai “reati spia” della violenza di genere – Maltrattamenti contro familiari o conviventi, Violenza sessuale e Atti persecutori – con riferimento al periodo 1° ottobre 2023-30 settembre 2024. Ebbene, dall’analisi effettuata risulta un totale di 540 reati commessi nei confronti di donne con disabilità, con un conseguente incremento del 66% rispetto al monitoraggio realizzato nell’analogo periodo precedente (quando vennero rilevati 324 reati). Nel testo non sono riportati i dati relativi alle annualità precedenti perché prodotti utilizzando un metodo di raccolta differente.
Entrando nel dettaglio, «si evidenziano, in particolare, 319 casi (di cui 15 nei confronti di minori) di maltrattamenti contro familiari o conviventi (art. 572 c.p.) commessi nei confronti di donne con disabilità. Per quanto riguarda la violenza sessuale (art. 609 bis c.p.), sono stati riscontrati 94 episodi (di cui 11 nei confronti di minori), mentre, riguardo agli episodi in cui è stato contestato il reato di atti persecutori (art. 612 bis c.p.) si contano 127 casi (di cui 32 nei confronti di minori)» (pagina 49).

In merito al significativo incremento dei reati rispetto alle annualità precedenti è specificato che esso «è dovuto al miglioramento/consolidamento della qualità del dato in virtù dell’innovazione introdotta, a partire dal 1° ottobre 2022, dal Servizio per il Sistema Informativo Interforze della Direzione Centrale della Polizia Criminale, che ha inserito nel Sistema d’Indagine (SDI), per la categoria “persona offesa”, un campo specifico denominato “disabile/invalido/portatore di handicap”. Tale innovazione ha permesso di ottenere una più puntuale categorizzazione dei dati e, conseguentemente, una maggiore propensione al monitoraggio del fenomeno. Il dato in aumento può essere letto anche come un effetto dell’emersione del fenomeno dovuto alla continua attività di sensibilizzazione realizzata dall’Osservatorio attraverso una serie di eventi territoriali dedicati alle vittime dell’odio. La tematica è, altresì, affrontata dall’OSCAD nel corso delle attività di formazione destinate alle Forze di Polizia, finalizzate a scongiurare il cosiddetto fenomeno dell’“under-recording” [letteralmente: “sotto-registrazione”, N.d.R.] ovvero, in questo caso, il mancato riconoscimento da parte degli operatori delle Forze dell’Ordine delle condotte di abuso o approfittamento della condizione di disabilità della vittima poste in essere dall’autore del reato» (pagine 49-50).

Oltre ad una descrizione puntuale relativa ai “reati spia” e al loro andamento, viene preso in esame un caso specifico che presenta caratteristiche emblematiche. Quello che il 17 aprile 2024, a conclusione di un’articolata attività investigativa, ha portato la Squadra Mobile della Questura di Ancona a sottoporre alla misura degli arresti domiciliari una coppia di coniugi, titolari di un appartamento adibito a struttura per ospitare donne con problematiche psichiatriche.
L’uomo, già precedentemente arrestato in flagranza di reato per violenza sessuale ai danni di una delle pazienti, è stato accusato di violenza sessuale aggravata e continuata nei confronti di altre quattro donne ospiti della struttura, mentre la moglie è stata arrestata per maltrattamenti e lesioni aggravate ai danni di cinque ospiti della struttura, tutte interessate da gravi problemi psichiatrici.
In merito al caso in questione, nel rapporto viene segnalato come le condotte maltrattanti realizzate dai responsabili della struttura, oltre alle responsabilità per le violenze sessuali e le lesioni aggravate, richiamino le varie forme di violenza a cui possono essere sottoposte le donne con disabilità. «In particolare, è possibile evidenziare la condotta dell’isolamento a cui erano costrette le pazienti alle quali veniva sottratto il telefono ed erano costrette a vivere in stanze con le finestre chiuse da lucchetti. Inoltre, è possibile evidenziare le condotte della coercizione e della minaccia procurate attraverso la sottrazione del cibo alle donne ricoverate e le lesioni conseguenti alle punizioni fisiche» (pagina 52).

Il capitolo si conclude con un box dedicato ai pregiudizi, agli stereotipi e all’uso del linguaggio. In particolare sono riportati i pregiudizi e gli stereotipi più diffusi riferiti alla donna con disabilità: asessuata; indifesa; dipendente; infantile; non intelligente e non in grado di comprendere quanto le accade intorno; non credibile e non meritevole di rispetto; incapace di comprendere l’abuso; incapace di gestire la propria vita, prendere decisioni o contribuire alla società; rappresentare un peso per gli altri; essere priva di freni inibitori sul piano sessuale.

In conclusione, il rapporto promuove un uso consapevole e corretto del linguaggio, facendo presente come il Decreto Legislativo 62/24 abbia abolito e sostituito le precedenti definizioni relative alla condizione di disabilità ancora presenti nella normativa, introducendo quelle di “persona con disabilità” e, appunto, di “condizione di disabilità”. Ciò che ha permesso di superare una terminologia, ancora diffusamente utilizzata, ma che risulta obsoleta e potenzialmente discriminatoria. Tale innovazione è stata prontamente recepita dal «Dipartimento della Pubblica Sicurezza e dall’Arma dei Carabinieri che, con specifiche circolari hanno sensibilizzato le articolazioni, fino ai minori livelli ordinativi, sulla necessità di recepire con immediatezza la nuova terminologia negli atti redatti e, in generale, nell’attività comunicativa istituzionale» (pagina 53).

Come già in precedenti occasioni, su queste stesse pagine, esprimiamo apprezzamento per l’attenzione della Direzione Centrale della Polizia Criminale e dell’OSCAD per la rilevazione dei dati disaggregati per la disabilità della vittima riguardo ai reati commessi nei confronti delle donne. Quindi torniamo ancora una volta ad auspicare che questa metodologia venga applicata anche in tutte le altre rilevazioni in materia di violenza di genere, sia perché lo stesso rapporto preso in esame ha evidenziato come le innovazioni introdotte nella raccolta dei dati abbiano permesso rilevazioni più accurate del fenomeno, sia perché queste rilevazioni si riferiscono solo ai casi che sono giunti all’attenzione delle Forze dell’Ordine, ossia a un’esigua minoranza del complesso dei casi di violenza ai danni delle donne con disabilità.

*Responsabile di Informare un’H-Centro Gabriele e Lorenzo Giuntinelli, Peccioli (Pisa), nel cui sito il presente contributo di approfondimento è già apparso. Viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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Marina Apollonio oltre lo sguardo

Nell’àmbito della mostra Marina Apollonio. Oltre il cerchio, in corso a Venezia presso la Collezione Peggy Guggenheim, quest’ultima proporrà l’11 e il 12 gennaio un appuntamento straordinario del proprio programma di accessibilità alle persone con disabilità visiva Doppio Senso, vale a dire l’iniziativa Doppio Senso Masterclass. Oltre lo sguardo, laboratorio dedicato alla pratica artistica di Marina Apollonio, una tra le maggiori esponenti dell’arte optical e cinetica internazionale “Oltre il cerchio” di Marina Apollonio alla Collezione Guggenheim di Venezia (foto di Arianna Ferraretto)

Nell’àmbito della mostra Marina Apollonio. Oltre il cerchio, in corso a Venezia presso la Collezione Peggy Guggenheim, quest’ultima proporrà un appuntamento straordinario del proprio programma di accessibilità Doppio Senso: percorsi tattili alla Collezione Peggy Guggenheim, con il quale il noto museo di Palazzo Venier dei Leoni ha aperto ormai da anni il proprio patrimonio artistico – come abbiamo raccontato in diverse occasioni sulle nostre pagine – anche al pubblico con disabilità visive, iniziando un processo di sensibilizzazione alla conoscenza dell’arte attraverso il tatto, grazie a una serie di visite guidate e laboratori per non vedenti, ipovedenti e vedenti.
Si tratta dell’iniziativa Doppio Senso Masterclass. Oltre lo sguardo, ovvero un laboratorio di due giorni, dedicato appunto alla pratica artistica di Marina Apollonio, una tra le maggiori esponenti dell’arte optical e cinetica internazionale, in programma per sabato 11 e domenica 12 gennaio.

«Come si può fruire dell’arte optical andando oltre lo sguardo? – si legge nella presentazione dell’iniziativa -; si possono percepire il movimento o le illusioni ottiche anche senza vedere? Partendo da un’introduzione teorica su ottica e percezione visiva, il workshop permetterà di sperimentare diverse tecniche scultoree nonché pratiche artistiche basate sull’uso del corpo, con il fine di indagare e sfidare le consolidate regole del vedere».
A guidare l’esplorazione tattile sarà Valeria Bottalico, ideatrice e curatrice del programma Doppio Senso, mentre il workshop di scultura sarà curato e condotto da Felice Tagliaferri, scultore con disabilità visiva. (S.B.)

La partecipazione sarà gratuita (previa iscrizione tramite questo link), fino a esaurimento posti. Per ulteriori informazioni: doppiosenso@guggenheim-venice.it.

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Strategia Europea sui Diritti delle Persone con Disabilità: servono azioni più forti e concrete

La Commissione Europea conferma l’aggiornamento della Strategia sui Diritti delle Persone con Disabilità «con azioni incisive»: garantire l’accessibilità degli spazi pubblici e dei trasporti, assicurare la vita indipendente ed eliminare gradualmente le strutture segreganti (come le istituzioni residenziali) sono state le ulteriori richieste al centro del dibattito al Parlamento Europeo Hadja Lahbib, commissaria europea per la Preparazione, la Gestione delle Crisi e l’Uguaglianza

La Strategia Europea sui Diritti delle Persone con Disabilità 2021-2030 sarà aggiornata «con azioni incisive»: la conferma è arrivata dalla Commissione Europea, durante un dibattito all’Europarlamento il 19 dicembre scorso. Per l’occasione, infatti, la commissaria europea per la Preparazione, la Gestione delle Crisi e l’Uguaglianza Hadja Lahbib, ha dichiarato: «Durante il primo anno del mio mandato, intendo comunicare al Parlamento Europeo e al Consiglio le nuove azioni e iniziative di punta che aiuteranno a colmare le lacune rimanenti». In particolare ha voluto aprire il dibattito con queste parole: «Sarò una forte sostenitrice delle persone con disabilità, potete contarci!».

Lahbib ha poi voluto sottolineare i risultati della precedente Legislatura Europea e in particolare le Direttiva sulla Carta Europea della Disabilità (European Disability Card) e sul Contrassegno Europeo di Parcheggio (European Parking Card for persons with disabilities), le Linee Guida sulla Vita Indipendente e l’Inclusione nella Comunità, il monitoraggio dell’attuazione della Direttiva Europea sull’Accessibilità (European Accessibility Act) e della Direttiva sull’Accessibilità del Web (Web Accessibility Directive), nonché l’istituzione di AccessibleEU, il Centro sull’Accessibilità dell’Unione Europea.
Dal canto loro, i membri del Parlamento Europeo hanno preso la parola per chiedere una seconda fase della Strategia con azioni più forti e concrete, azioni che dovrebbero essere pianificate in stretta collaborazione con le organizzazioni delle persone con disabilità. La stragrande maggioranza dei membri di tutti i gruppi politici si è focalizzata anche sulla necessità di garantire un’occupazione equa e inclusiva per le persone con disabilità, anche attraverso obiettivi nazionali.
Garantire l’accessibilità degli spazi pubblici e dei trasporti, assicurare la vita indipendente ed eliminare gradualmente le strutture segreganti (come le istituzioni residenziali) sono state le ulteriori richieste al centro del dibattito.
Tra le altre sfide sollevate, quella specifica a favore delle donne e delle ragazze con disabilità e la necessità di sollevare le persone con disabilità dalla povertà.
Il dibattito si è concluso con l’impegno a lavorare in stretta collaborazione con le organizzazioni delle persone con disabilità per colmare le “grandi lacune” nei diritti delle persone con disabilità. (C.C. e S.B.)

Ringraziamo per la collaborazione l’EDF (European Disability Forum).

È possibile rivedere il dibattito del 19 dicembre scorso al Parlamento Europeo a questo link.

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Fondamentale la collaborazione del Garante con le organizzazioni di persone con disabilità

«Accogliamo con fiducia la formalizzazione della figura del Garante Nazionale. Sarà però fondamentale e indispensabile che il Garante stesso lavori in stretta collaborazione con le Federazioni, con le Associazioni e con gli Osservatori dedicati, come indicato dal Decreto istitutivo»: così la Federazione FISH commenta l’avvio dell’attività del Garante Nazionale per i Diritti delle Persone con Disabilità, presieduto da Maurizio Borgo Maurizio Borgo, avvocato, è stato nominato Garante Nazionale per i Diritti delle Persone con Disabilità

«Assicuro che profonderò, insieme ai componenti dell’Autorità, ogni sforzo perché le azioni del Garante possano contribuire – in sinergia con le due Federazioni FAND e FISH e le innumerevoli Associazioni che operano, quotidianamente, per la promozione e la tutela dei diritti delle persone con disabilità – a migliorare la qualità di vita di ogni persona e delle famiglie»: lo ha dichiarato l’avvocato Maurizio Borgo, subito dopo essere stato nominato quale Garante Nazionale per i Diritti delle Persone con Disabilità, figura istituita, com’è noto, dal Decreto Legislativo 20/24 (in applicazione della Legge Delega 227/21 in materia di disabilità) e attiva dal 1° gennaio di quest’anno. Ad affiancare Maurizio Borgo nel Collegio del Garante saranno Antonio Pelagatti e Francesco Vaia.

«Accogliamo con fiducia la formalizzazione della figura del Garante Nazionale – si legge in una nota diffusa dalla FISH (già Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, oggi Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) – ritenendo che l’ufficio di esso possa rappresentare un presidio importante per rendere effettivi i diritti delle persone con disabilità e contrastare ogni forma di discriminazione. E tuttavia, perché ciò avvenga, sarà fondamentale e indispensabile che il Garante lavori in stretta collaborazione con le Federazioni, con le Associazioni e con gli Osservatori dedicati, come indicato dal Decreto istitutivo».

«Dal canto nostro – concludono dalla Federazione – continueremo a impegnarci, in uno spirito di collaborazione costruttiva, per garantire che le istanze delle persone con disabilità e delle loro famiglie trovino sempre più ascolto e risposte concrete. I diritti umani e la loro tutela sono infatti per noi un’esigenza irrinunciabile». (S.B.)

Sulla figura del Garante suggeriamo la lettura, sempre sulle nostre pagine, del contributo di Giampiero Griffo intitolato Un organismo indipendente per i diritti umani delle persone con disabilità (a questo link). Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishonlus.it.

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Il percorso compiuto e le sfide future della FISH Friuli Venezia Giulia

FISH Friuli Venezia Giulia protagonista agli Stati Generali della Disabilità e anche ai 30 anni della FISH nazionale. «Ora – dice il presidente della Federazione Giampiero Licinio – è necessario lavorare su caregiver familiare, formazione per gli assistenti personali, accesso alla cure, accessibilità nei trasporti e nel turismo, anche come leva strategica per lo sviluppo economico e sociale della Regione. E penso a Gorizia che in questo 2025 è Capitale Europea della Cultura insieme a Nova Gorica» Giampiero Licinio, presidente della FISH Friuli Venezia Giulia

L’attivazione nel Friuli Venezia Giulia dell’Osservatorio Regionale sulle persone con disabilità, in linea con i princìpi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, e il lavoro di 20 Sportelli FVG di supporto e orientamento alle Associazioni, portati avanti in collaborazione con la Federazione del Volontariato del Friuli Veenezia Giulia (Federvol FVG), sono stati i principali temi emersi dagli Stati Generali Disabilità in Friuli Venezia Giulia, organizzati in dicembre dalla FISH Regionale. La stessa FISH Friuli Venezia Giulia è stata infatti protagonista sia agli Stati Generali della Disabilità e anche all’evento di Roma per i 30 anni della FISH Nazionale, che ha coinciso con il cambio di nome di tale organizzazione, divenuta Federazione italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie.
«Questi due appuntamenti – dichiara Giampiero Licinio, presidente della FISH Friuli Venezia Giulia – sono stati fondamentali nel percorso di crescita che la nostra Federazione sta portando avanti, per questo ringrazio il presidente nazionale della FISH Falabella per l’opportunità. Così come è stato importante il confronto con altre esperienze territoriali. Su tutte quella della LEDHA e dell’AVI Umbria. Si conferma dunque la centralità della rete associativa, indispensabile per rafforzare il ruolo del Terzo Settore e migliorare il dialogo con le Istituzioni. Ora è necessario lavorare su caregiver familiare, formazione per gli assistenti personali, accesso alla cure, accessibilità nei trasporti e nel turismo, anche come leva strategica per lo sviluppo economico e sociale della Regione. E penso a Gorizia, che in questo 2025 è Capitale Europea della Cultura insieme a Nova Gorica. Dal canto nostro confermiamo l’impegno per costruire una società inclusiva e rispettosa dei diritti di tutte le persone con disabilità. La strada da percorrere passa dalla collaborazione tra reti locali e nazionali, dal dialogo costruttivo con le Istituzioni e da un costante impegno per garantire alle persone con disabilità e alle loro famiglie un ruolo da protagonisti nella vita sociale ed economica della Regione».

Per quanto riguarda il citato appuntamento di Roma, esso ha rappresentato per la FISH Friuli Venezia Giulia un momento di riflessione sul percorso compiuto e sulle sfide future. Il presidente Licinio vi è intervenuto sottolineando il lavoro che la propria Federazione regionale sta conducdendo sul proprio territorio, sia con il supporto della FISH Nazionale che dell’ANFFAS Friuli Venezia Giulia. «La dimostrazione del nostro ruolo centrale sul territorio – si legge in una nota della FISH Regionale – è data, in particolare, dalle istanze accolte nella Legge Regionale 16/22 sugli interventi a favore delle persone con disabilità e sul riordino dei servizi sociosanitari in materia». (C.C. e S.B.)

Per ulteriori informazioni: segreteria@fishfvg.it.

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Esperienze tattili: un corso di formazione

Vedere oltre: Educare all’Arte, alle tecniche e alle espressioni creative: è questo il nome del corso (edizione 2025), organizzato dall’IRIFOR di Roma (Istituto per la Ricerca la Formazione e la Riabilitazione dell’UICI), in collaborazione con l’Associazione Museum e con l’UICI della Capitale (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), iniziativa rivolta a tutti gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, a docenti universitari, operatori turistici, curatori museali e genitori di bambini-bambine/ragazzi-ragazze con disabilità visiva

Ti chiameranno per nome
Ti chiameranno per nome / Non sarai più quello cieco, / quella sorda,
quello matto, /
quella obesa, / quello malato / o quella drogata.
Ti chiameranno per nome / Non sarai più una disabilità,
una categoria, / né un gruppo, / né una tipologia.
Ti chiameranno per nome / Non sarai più quello che non hai,
né solo ciò che superficie sporge.
Ti chiameranno per nome / Non sarai più l’etichetta
che umana dignità muore.
Ti chiameranno per nome / Sarai Persona / sarai ciò che sei
sarai l’unicità / che vita nasce.
Ti chiameranno per nome / Sarai dentro e fuori / sarai anche oltre.
Finalmente ti chiameranno per nome.
Laura Anfuso

Esplorazione tattile di un’opera d’arte

Vedere oltre: Educare all’Arte, alle tecniche e alle espressioni creative: è questo il nome del corso (edizione 2025), organizzato dall’IRIFOR di Roma (Istituto per la Ricerca la Formazione e la Riabilitazione dell’UICI), in collaborazione con l’Associazione Museum e con l’UICI della Capitale (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), iniziativa rivolta a tutti gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado, a docenti universitari, operatori turistici, curatori museali e genitori di bambini-bambine/ragazzi-ragazze con disabilità visiva.

Accreditato sul portale S.O.F.I.A. del Ministero dell’Istruzione e del Merito e strutturato in lezioni ed esperienze di laboratorio, il corso, che prenderà il via nel prossimo mese di febbraio presso la sede dell’UICI di Roma (Via Mentana, 2/b) e al quale ci si può ancora iscrivere fino al 17 gennaio, sarà coordinato dalla professoressa Lucilla D’Antilio del Gruppo Mano Sapiens, in collaborazione con l’architetto Maria Poscolieri dell’Associazione Museum. Potrà inoltre contare, quale relatrice, anche su Laura Anfuso, esperta di letteratura per l’infanzia e di libri tattili, oltreché poetessa, autrice tra l’altro del componimento con cui abbiamo voluto aprire questo nostro contributo.

«Il corso – spiegano i promotori – sarà impostato in modo da impiegare, per ogni esperienza pratica, materiale semplice, economico e facilmente reperibile per incoraggiare la creazione di sussidi didattici da parte dei docenti che vogliano cimentarsi nella loro produzione. A tal proposito, gli incontri saranno articolati in modo che gli utenti prendano sempre più coscienza degli elementi che compongono sia le opere d’arte che il mondo circostante. Tramite l’esperienza tattile ripetuta, infatti, gli aspetti della realtà crescono tra le mani, prendendo corpo e trasformandosi via via in figure e forme sempre più complesse. In altre parole, da forma nasce forma e questo crea una relazione con la vita circostante che spesso viene negata alla persona con disabilità visiva. Il percorso formativo si comporrà quindi di apprendimenti ed esperienze diverse, per arricchire l’approccio a questa specifica programmazione didattica».

«L’obiettivo principale – si aggiunge – sarà dunque quello di fornire le conoscenze sia di base per l’educazione, di solito definita, visiva, sia le strategie e la metodologia per tradurre, tramite approccio tattile, queste norme prestabilite da criteri visivi, tramite mezzi accessibili atti alla loro acquisizione cognitiva da parte degli allievi per i diversi campi dell’educazione artistica. Dimostrando così fattivamente come ausili tattili possano economicamente ed efficacemente colmare il divario culturale delle persone con minorazione visiva, ma essere utilissimi per rendere più comprensibili concetti complessi anche agli allievi “normodotati” che possono utilizzare sia l’esperienza tattile che quella visiva». (S.B.)

A questo link è disponibile il programma completo del corso. Per ulteriori informazioni: assmuseum@gmail.com.

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Monitorare le strutture dove vivono persone con disabilità

La Federazione FISH rilancia l’invito e l’appello di Giampiero Griffo, pubblicato in dicembre sulle nostre pagine e rivolto al Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, presieduto da Riccardo Turrini Vita, per far sì che esso continui a garantire che le condizioni di vita e la tutela delle persone con disabilità nelle strutture sanitarie e sociali siano centrali nell’azione di monitoraggio del Garante stesso

Lo aveva scritto con estrema chiarezza sulle nostre pagine, poco prima di Natale, Giampiero Griffo: «Risulta del tutto chiaro che il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, presieduto da Riccardo Turrini Vita, dovrà riprendere il monitoraggio dei luoghi sanitari e sociali che ospitano persone con disabilità, anziani e minori, inserendoli nella propria Relazione annuale al Parlamento». In tal senso, Griffo aveva anche ricordato «il contributo importante fornito da Mauro Palma, precedente presidente dell’Ufficio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale», che aveva appunto «allargato il campo del rispetto dei diritti umani, non solo alle carceri, tradizionale campo di azione, ma anche a istituti a carattere sociale e sanitario, come quello dell’accoglienza delle persone con disabilità e degli anziani, oltre a quello dei migranti ospitati in luoghi in attesa di accettazione delle loro richieste di asilo».

Ebbene, l’invito e l’appello di Griffo sono ora stati rilanciati dalla FISH (già Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, oggi Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), che nell’esprimere in una nota «preoccupazione per le condizioni in cui versano molte strutture sanitarie e sociali che accolgono persone con disabilità in Italia», si rifà a propria volta al recente Commento Generale n.1 del Sottocomitato ONU sulla Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti (CAT), e in particolare sull’articolo 4 del Protocollo Opzionale (Posti di privazione della libertà), ratificato dall’Italia il 3 aprile 2013, che fornisce indicazioni cruciali sugli ambienti di privazione della libertà, sottolineando come il collocamento in istituti che non garantiscono soluzioni di sostegno adeguate costituisca «una privazione della libertà, spesso accompagnata da trattamenti crudeli e degradanti».

«I numeri parlano chiaro – si legge nella nota diffusa dalla FISH -: oltre 284.000 persone con disabilità in Italia sono istituzionalizzate e spesso in luoghi che non riproducono l’ambiente familiare, risultando, nel 98,3% dei casi, potenzialmente segreganti. Frequenti episodi di violenza e maltrattamenti dimostrano pertanto quanto sia urgente e necessario un monitoraggio efficace e sistematico di queste strutture. Invitiamo dunque il nuovo ufficio del Garante, presieduto da Riccardo Turrini Vita, a proseguire sulla strada avviata dal precedente ufficio, preceduto da Mauro Palma, garantendo che le condizioni di vita e la tutela delle persone con disabilità siano centrali nell’azione di monitoraggio. La pandemia da Covid ha del resto reso ancora più evidenti le criticità del sistema istituzionale, se è vero che i dati relativi ai primi tre mesi dell’emergenza sanitaria parlano di un drammatico tasso di mortalità nelle strutture di lunga degenza, dati che sarebbero stati ancora più gravi senza l’apporto del Terzo Settore. E tuttavia, ancora oggi mancano informazioni precise sull’impatto della pandemia nelle strutture per persone con disabilità, una lacuna che deve essere colmata».

«Non possiamo accettare – dichiara Vincenzo Falabella, presidente della FISH – che il rispetto dei diritti umani delle persone con disabilità sia subordinato a logiche istituzionali che perpetuano modelli segreganti e violano la dignità individuale. Chiediamo quindi un impegno concreto per investire in soluzioni alternative, come il sostegno alla vita indipendente, e nel rafforzamento del monitoraggio dei luoghi di accoglienza. Il nostro Paese deve dimostrare che i princìpi della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, così come quelli della Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, non sono solo parole, ma una guida per garantire una società realmente inclusiva». (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficiostampa@fishonlus.it.

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Laura Capaccioli: se sorridi, è tutto più bello!

«Già da qualche tempo – scrive Anna Maria Gioria – desidero comparare il differente approccio della vita tra le persone con disabilità fin dalla nascita, come la sottoscritta, e quelle che hanno acquisito la disabilità nel corso della propria esistenza, in seguito a un incidente o a una malattia. In prospettiva di questa importante, e allo stesso tempo poco trattata, comparazione, ho voluto iniziare intervistando Laura Capaccioli, donna con disabilità acquisita in seguito a un incidente stradale che ha avuto a 31 anni» Laura Capaccioli

La segnalazione della storia di Laura Capaccioli, da parte del caro amico Luigi Caricato, giornalista e editore di «Olio Officina Magazine», è stata inconsapevolmente un bellissimo regalo; e in particolare l’ennesimo esempio che nulla accade per caso.
Laura è una donna con disabilità acquisita in seguito a un incidente stradale che ha avuto a 31 anni; di recente ha pubblicato la sua autobiografia Gli occhi addosso.
Già da qualche tempo desidero comparare il differente approccio della vita tra le persone con disabilità fin dalla nascita, come la sottoscritta, e quelle che hanno acquisito la disabilità nel corso della propria esistenza, in seguito a un incidente o a una malattia; perché sono fermamente convinta che per le prime sia più facile accettare la propria condizione, in quanto non sottoposte al costante e gravoso confronto tra il “prima” e il “dopo”.
Per questo l’anno scorso ho voluto iniziare a “misurarmi” con i due differenti punti di vista, realizzando con un’équipe multidisciplinare il cortometraggio Oltre il Buio [se ne legga già ampiamente anche sulle nostre pagine, N.d.R.], finalizzato a contribuire al cambio di paradigma della disabilità riportando la persona al centro. La pellicola parla delle vicissitudini di una ragazza rimasta in sedia a rotelle in seguito a un incidente automobilistico.
Le principali problematiche sottese alla narrazione di quel corto, come l’autoaccettazione e il superamento delle barriere psicologiche, verranno riprese quest’anno dal medesimo team di lavoro, con lo scopo di approfondirle; uno dei cavalli di battaglia sarà proprio il confronto di visione tra chi è nato con una disabilità e chi l’ha acquisita diventato nel corso della vita.
In prospettiva di questa importante, e allo stesso tempo poco trattata, comparazione, ho voluto iniziare intervistando proprio Laura Capaccioli.

Laura, all’età di 31 anni la tua vita è stata stravolta da un incidente stradale, puoi raccontarci come vivi, quotidianamente, il confronto tra il prima e il dopo?
«Sì, a 31 anni ho avuto un incidente automobilistico che ha fermato la mia vita. Punto. Il confronto fra il prima e il dopo c’è necessariamente: sono passata da un’esistenza briosa, brillante, piena di progetti, sogni, idee, aspettative, a sperare di riuscire a ritornare a vivere. I primi mesi li ho passati distesa su un letto, incapace di fare nulla da sola, né mangiare né camminare e nemmeno chiedere aiuto. Mi ci è voluto parecchio tempo per capire cos’era successo, per accettare e metabolizzare tutte le parti del fisico che erano fuori uso.
Quel mercoledì mattina stavo andando al lavoro, guidando a 50 chilometri all’ora, con la cintura di sicurezza ed ero partita da poco da casa. Ad un certo punto la mia macchina è finita sotto un camion. La parte sinistra del corpo è rimasta incastrata sotto la pedana con cui il camionista sale in cabina. Per fortuna non ho nessun ricordo dell’incidente: la mia memoria si ferma alla domenica precedente, ma i danni fisici ci sono, e sono tanti. Ho pochissima sensibilità su tutta la parte sinistra del corpo, la caviglia è bloccata, per cui zoppico, il gomito si era rotto e me l’hanno riattaccato con 2 placche e 11 viti, quindi sì, riesco ad usare il braccio, ma non si piega completamente, perciò ho difficoltà a lavarmi, vestirmi, truccarmi, né si estende del tutto, quindi devo trovare il modo di alzare il piede per riuscire ad allacciarmi le scarpe. Impossibile, poi, raccogliere qualcosa da terra perché la caviglia bloccata non mi permette la genuflessione e il braccio non si estende e non arriva fino a terra. Sono costretta a portare la borsa sempre e solo a tracolla perché la mano sinistra è malmessa, non ce la fa a sostenere il peso di una borsa, e la mano destra dev’essere libera per avere un eventuale sostegno mentre cammino, perché non posso permettermi di inciampare o perdere l’equilibrio. Per lo stesso motivo, quando cammino devo guardare dove metto i piedi.
La cosa fisica che forse è stata la più difficile da accettare è stata la perdita di un occhio, del mio occhietto sinistro, quello che vedeva 11 decimi. Ho dovuto imparare a fare tutto con un occhio solo: ormai mi ci sono abituata, ma all’inizio mezzo mondo mi mancava. La principale difficoltà è stata proprio quella di capire che la mia visuale si ferma al naso: non c’è più l’altra parte. Così come è stato difficile rimparare a leggere, cioè andare a capo e riprendere il rigo giusto. Poi, piano piano, mi ci sono abituata e adesso riesco a leggere tutte le pagine che voglio, mentre all’inizio ero stanchissima dopo pochissimo e dovevo fermarmi. A volte mi capita ancora di versare l’acqua e non centrare il bicchiere: con un occhio solo si perde la profondità.
Un’altra cosa che mi fa venire tanta rabbia, quando penso al prima e al dopo, è questa: fino al 30 agosto 2006 i camion potevano transitare nella strada in cui ho fatto l’incidente, mentre dal giorno dopo i camion possono transitarci solo se segnalati, perché la strada è larga 4,20 metri e il camion sotto il quale la mia Peugeot 206 è finita era largo 2 metri e mezzo.
Ho tuttora l’agenda piena di visite, controlli, dottori, ospedali e la mia giornata è scandita dalle medicine che devo prendere. Ho imparato a rincorrere nuovi sogni, a mettermi dei nuovi obiettivi, ma dal 2006 convivo con un livello di difficoltà e di dolore che non riesco ad ignorare. Certo, non sono arrabbiata, anche perché non ho niente e nessuno contro cui arrabbiarmi, ma non ce la faccio a sposare la filosofia del “sono felice perché sarebbe potuta andare peggio…”».

Spesso affermi che «la vita ha cercato di fermarmi, ma non ce l’ha fatta»: che cosa intendi con questa dichiarazione?
«Beh, ho capito che l’autoironia mi aiuta, mi aiuta tanto. Quando vedo qualcosa di difficile da fare, da superare, mi dico: non mi ha fermato un camion, chi o cosa può fermarmi? E poi prendo tutti i modi di dire, i proverbi, che solitamente si usano ingenuamente e li ripeto facendoci una battuta. Ad esempio, quando sono in giro con la mia amica Meri, questo scambio di battute è ormai diventato un nostro rituale: “Meri: ‘Mi fai dare un occhio a quella vetrina?’”. “Io: ‘Daglielo te: io il mio me lo tengo!’”».

Questo è sicuramente un approccio positivo alla vita che presuppone l’accettazione della realtà, per me è il punto di partenza indispensabile per poter migliorare la propria condizione. Mi piacerebbe sapere se sei d’accordo e qual è la tua esperienza di accettazione, un percorso sicuramente non facile…
«Beh, non posso dirti che è stato facile accettare il tutto. Posso dirti che l’accettazione è un percorso iniziato 18 anni fa dal risveglio dal coma che non è ancora finito. Tuttora dico che sto imparando a conoscere e ad usare la nuova Laura. Usare non è, né vuole essere, un verbo negativo, né tantomeno dispregiativo. Usare lo intendo proprio nel suo significato base, perché devo imparare ad usare quello che il fisico di adesso mi permette di fare. Come dicevo prima, ho imparato che devo portare le borse a tracolla per avere tutte e due le mani libere, ho iniziato a portare la riga dei capelli dalla parte opposta a prima, perché il campo visivo dell’unico occhio che vede non deve essere limitato nemmeno da un filo di capelli, ho imparato a farmi piacere le scarpette da ginnastica, indipendentemente da come sono vestita, perché la mia caviglia bloccata non mi permette di camminare con scarpe diverse. Devo regolarmente fare fisioterapia, che non significa soltanto esercizi in palestra: significa imparare ad usare con sempre più scioltezza, semplicità e familiarità le parti del corpo che hanno menomazioni. Adesso, se non faccio notare le mie limitazioni al braccio sinistro, nessuno se ne accorge, perché ho imparato come tenerlo, e non ne sono né contenta né fiera, ma mi permette di muovermi con una certa “normalità” nel mondo, fra gli occhi del mondo».

Un mio rammarico è di non essere una persona dolce: non ho quella dolcezza tipicamente femminile, a causa del fatto che fin dalla nascita mi porto dietro la rabbia di fondo della mia condizione di disabilità come un fardello. Tu come la vivi? In questo particolare tratto caratteriale, c’è una differenza tra la “Laura del prima” e la “Laura del dopo”?
«No, non c’è una grossa differenza e, se c’è, è in negativo. Sono sempre stata una persona molto sicura di me, determinata, espansiva, solare, sorridente, ma poco tollerante. Una cosa o mi piace o non mi piace. Una persona è o sì o no. Le mezze misure non sono mai riuscita a farmele andare giù. Non lo facevo prima, ora poi per me non è possibile accettare compromessi, oltre a quelli imposti dalla vita, proprio perché sono la prova vivente che ogni minuto di vita vissuta non torna e va vissuto al meglio».

Di recente, è stata pubblicata la tua autobiografia Gli occhi addosso; perché e con quale finalità l’hai scritta?
«Erano ormai anni che mia mamma mi chiedeva di scrivere la mia storia. Secondo lei avrebbe potuto aiutare tanto chi si trovava in situazioni simili. Ecco, fare un percorso che immaginavo che mi avrebbe fatto tanto male per aiutare chi non conoscevo non mi aiutava a convincermi. Egoisticamente sapevo che avrei sofferto per aiutare un qualcuno che chissà se ci fosse stato… Io sono sempre stata, e sono tornata ad essere, una persona molto attiva, con mille cose in mezzo e, anche se con tutte le mie difficoltà, sono riuscita a ricrearmi una vita piena di mille iniziative. Io la sera a cena a casa? Anche mai. Una sera con un’amica, una sera con un’altra, una sera al corso di teatro, una sera un’altra cosa ancora. I miei genitori un po’ mi brontolano e io rispondo che devo recuperare il tempo chiusa negli ospedali. Poi però, ad inizio 2020, io, così come tutti voi, mi sono ritrovata chiusa in casa per il lockdown del Covid. Io ci sto bene con me stessa, ma non ci sono abituata a stare troppo sola perché adoro parlare, confrontarmi, relazionarmi. Oltre ad aver fatto tutte le cose più assurde che ci siamo ritrovati a fare tutti, la settimana prima dell’inizio del lockdown avevo comprato un megapuzzle che avrei poi regalato a mio cugino: un puzzle da 13.200 pezzi, che ho iniziato a fare subito. Ma fare un puzzle è un lavoro manuale, non di testa, e quindi il mio cervelletto si è trovato a fluttuare intorno all’idea di scrivere il libro. Il tutto veniva dalla voglia di conoscere una parte della mia vita che tutti conoscevano meno che me. Tante sono infatti le parti che ho scritto raccogliendo i ricordi di chi mi è stato vicino. Così ho raccolto le testimonianze e messo nero su bianco quei tre-quattro anni di vita che io non ricordo».

Il titolo Gli occhi addosso è molto esplicativo: tutti noi persone con disabilità ci sentiamo gli occhi degli altri puntati. Anch’io me li sono sentiti da sempre “addosso” e sono arrivata al punto di ignorarli, ma in un caso come il tuo, come li vivi? Immagino che prima li avevi in quanto bella ragazza e adesso come donna con disabilità, è così?
«Ecco, prima di rispondere alla domanda esterno una rabbia che ho, o meglio… una delle rabbie che ho. Tu hai parlato di persone con disabilità. Stamattina ho letto in Internet che ci deve essere inclusione delle persone come noi e che alcuni termini non vanno più usati. Ecco, siamo un popolo di persone ipocrite. Provo disagio nel sentirmi definire diversamente abile. Sono disabile. Usare un aggettivo positivo mi fa solo rabbia, mi fa sentire chiusa in un cofanetto da bacheca, da guardare. Sono disabile, ma sono una persona “normale”, se per “normale” intendiamo lo stereotipo di una persona che riesce a vivere ed a ragionare. Usare l’espressione diversamente abile è un voler forzare la realtà, perché prima dell’incidente nessuno mi chiamava parimenti abile, quindi perché voler usare un aggettivo positivo quando la situazione è difficile? Mi si deve accettare con tutti i miei problemi, con tutte le mie difficoltà, con tutte le mie limitazioni. Scusami, ma questa cosa la dico ogni volta che posso.
Da persona con difficoltà gli occhi addosso ne ho avuti tanti, tantissimi e ce ne ho tanti ancora. Questi occhi fanno male semplicemente perché sono gli occhi di persone ipocrite, di chi vorrebbe sapere ma non sa, di chi vorrebbe domandare ma non ha il coraggio o la confidenza per farlo, di chi è curioso di sapere cosa è successo ma non osa.
Fino al momento dell’incidente, dicevo “Sono Laura, ho 31 anni ed abito a Subbiano”. Adesso dico “Sono Laura, ho 49 anni, abito a Subbiano e per hobby faccio gli incidenti”. Così ci scappa una risata e cerco di far capire che non ho né remore né vergogna a parlarne: preferisco parlarne che vedere occhi incuriositi a guardarmi come uno spettacolo della natura venuto male.
E dunque sì, è come hai detto te: la gente che mi guarda è passata dal vedere una bella ragazza a vedere una donna con disabilità.
Un’altra cosa che mi permetto di puntualizzare è questa: dire che si è disabili è una cosa di cui non andiamo fieri e non ci guadagnamo niente. Gli occhi di chi ti guarda come quello “fortunato” che ha il diritto di passare avanti nelle file sono occhi di persone che capiscono proprio poco: vorrei tanto essere io al loro posto. Vorrei essere io a lasciar passare altri: significherebbe che i problemi non ce li avrei.
Un’altra questione scottante sono i parcheggi dove, normalmente, i posti disabili sono occupati da macchine senza tesserino. Purtroppo non succede una tantum, ma questa è la regola. Io divento un mastino inferocito e mi metto lì ed aspetto. Quando il proprietario della macchina arriva, ha sempre la pretesa di avere ragione, perché tanto aveva da fare una cosa veloce. Io, fino a 31 anni, non avevo mai parcheggiato in un posto disabile, ma non perché ero brava: semplicemente perché non era un posto per me. Se, invece che una classica multa, si portassero via la macchina e si dovesse pagare un bel po’ di soldi per riaverla, forse i casi diminuirebbero: lo so, sarebbe scendere ad un livello basso, ma, visto che altrimenti non si capisce, sarebbe semplicemente usare lo stesso livello di ragionamento di chi fa queste bassezze.
Oltre a tutto questo, ho poi dovuto accettare che la persona con cui convivevo da sette anni e mezzo se n’è andata e la colpa era la mia: ero io a non essere più uguale a prima. Lo so, è stato sicuramente meglio averlo perso che tenuto, e infatti ho parlato di persona e non di uomo, ma se metti tutto insieme è stato veramente troppo».

Molte persone con disabilità scrivono libri, poesie, racconti; tu lo facevi già prima dell’incidente. Come è, cambiata, se lo è, la tua scrittura?
«Questo è il quarto libro che ho scritto e sono libri completamente diversi l’uno dall’altro, sia nella forma che nel contenuto che nella motivazione. Il primo libro l’ho scritto e pubblicato nel lontano 2004, quando ancora esistevano solo i cellulari con i tasti e non avevamo nemmeno idea di cosa fosse una app. A seguito di tantissime ore di ripetizioni per preparare le persone prima di un viaggio, ho scritto Ingiroparlando, un frasario e dizionario in italiano, inglese, francese, tedesco e spagnolo con tutte le frasi tipiche nelle varie fasi di un viaggio e le parole che solitamente servono. Io sono una traduttrice e il libro l’ho scritto in tutte e quattro le lingue che conosco e con cui lavoro.
Nel 2010 ho preso la mia seconda laurea. La prima in Lingue Commerciali, la seconda in Scienze dell’Amministrazione. La tesi sullo stesso argomento, analizzato da due materie diverse (Sociologia delle Comunicazioni di Massa e Storia delle Comunicazioni), tutte e due con lode. Quindi, mi sono detta, deve essere scritta bene e la pubblico. Il titolo della tesi è Corporeità, motricità, simbolico e linguaggio mimo-gestuale nelle comunicazioni cinesica e prossemica. Sembra una cosa difficile, ma è semplicemente lo studio di come le persone con cui ti relazioni si comportano, di come tengono le braccia, di come ti guardano, di quanto si avvicinano a te e di quanto tu permetti loro di avvicinarsi. Se già analizzi tutto questo, senza dire nemmeno una parola, hai già un quadro abbastanza chiaro della relazione che c’è.
Nel 2017 ho pubblicato un libro di racconti, Il viaggio della maturità ed altri racconti. È semplicemente un libro dove ci sono tre racconti che parlano della nostra società. Sono uno spaccato della nostra era: parlano di storie che ognuno di noi potrebbe ritrovarsi a vivere e intendono essere uno stimolo a riflettere per migliorare e per crescere. Il primo racconto (Il viaggio della maturità) parla dell’amore e dell’abbandono: come un sentimento bellissimo possa portare a tristi accettazioni. Il secondo si intitola Rincorrendo i sogni, perché anche se non siamo quasi mai contenti della vita, non dobbiamo mai smettere di sognare, avere desideri e prefiggersi aspettative. Il terzo, infine, si chiama Giochiamo insieme? È strano come possa aver inventato una storia così pochi anni prima della comparsa del Covid. Nel mio racconto non parlo di virus, ma giudico in modo negativo come la tecnologia ci porta a vivere in un mondo sempre più distaccato dalla realtà. Parlare accanto ad un amico o giocare a nascondino sarebbero diventati difficili, così come è stato difficile imparare a giocare da soli chiusi in casa… e meno male che c’era la wi-fi.
In un mio momento no, con le lacrime agli occhi per la stanchezza di dover comunque vivere una vita che non mi piace poi così tanto, dove il dolore e antipatici rituali quotidiani scandiscono il mio vivere, la mia mamma ha avuto una parolaccia come risposta, quando mi ha guardata, mi ha battuto la spalla con la mano e mi ha detto: “Su su, che devi scrivere un altro libro”.
Ovviamente io voglio e devo ringraziare la mia mamma, che per anni ha lasciato tutto e tutti per seguirmi nei vari ospedali per ricoveri che sono durati mesi, mesi e mesi, lasciando comunque a casa una situazione molto precaria, data la salute molto birichina anche del mio papà, che adesso mi segue dal cielo. Grazie alla mamma Anna, così come grazie a mia sorella, grazie alla quale ho momenti di sorriso durante ogni ricovero, grazie a mio fratello, a mio cognato, ai miei nipoti, che mi hanno sempre aiutato, seguito, supportato e sopportato. Grazie a tutte le mie amiche, ai miei amici, a tutte le persone che mi sono vicine e, ancor più, a chi c’è ancora dall’ormai lontano 30 agosto 2006.
Se volessi riassumere quello che tutta questa storia mi ha insegnato, lo farei con queste parole: se sorridi, è tutto più bello!».

*Il presente servizio è già apparso in “InVisibili”, blog del «Corriere della Sera.it», con il titolo “A colloquio con Laura, che un camion non è riuscito a fermare”, e viene qui ripreso, con minimi riadattamenti al diverso contenitore, per gentile concessione.

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ADHD dall’età evolutiva all’età adulta: diagnosi, presa in carico e terapia

Fare il punto sui percorsi di valutazione/diagnosi e di presa in carico terapeutica per l’ADHD (disturbo da deficit di attenzione e iperattività) a Modena e Provincia: è l’obiettivo dell’incontro ADHD, Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività. Dall’età evolutiva all’età adulta: diagnosi, presa in carico e terapia, promosso per l’11 gennaio a Carpi (Modena) dall’Associazione AIFA, in collaborazione con il Comune di Carpi, l’AUSL di Modena e l’Università di Modena e Reggio Emilia

ADHD, Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività. Dall’età evolutiva all’età adulta: diagnosi, presa in carico e terapia: è questo il titolo dell’incontro che si terrà nel pomeriggio di sabato 11 gennaio a Carpi, in provincia di Modena (Biblioteca Loria, Via Rodolfo Pio, 4, ore 15-18), organizzato dall’AIFA (Associazione Italiana Famiglie ADHD), in collaborazione con il Comune di Carpi, l’AUSL di Modena e l’Università di Modena e Reggio Emilia.
Obiettivo dell’iniziativa (ad ingresso gratuito, previa prenotazione tramite questo link), sarà quello «di fare il punto sui percorsi di valutazione/diagnosi e di presa in carico terapeutica per l’ADHD a Modena e Provincia – come spiegano i promotori -, rivolgendosi a familiari e adulti con ADHD, studenti, insegnanti di ogni ordine e grado, psicologi/psicoterapeuti, pediatri, psichiatri/neuropsichiatri, figure educative e del mondo dell’assistenza sociale e a chiunque altro sia interessato all’argomento».

Dopo i saluti istituzionali di Anna Maria Cava, referente per l’Emilia Romagna dell’AIFA, Tamara Calzolari, assessora al Comune di Carpi, Giacomo Cabri, delegato del rettore alla Didattica nell’Università di Modena e Reggio Emilia e Graziella Pirani, che dirige la Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza nell’AUSL di Modena, interverranno Annalisa Barbieri, direttrice dell’Unità Operativa Semplice di Neuropsichiatria dell’Infanzia dell’Adolescenza a Vignola-Pavullo (Modena); Nellia Arciuolo e Azzurra Signore di Salutepsy, Centro di Psicologia e Psicoterapia Cognitivo Comportamentale; Patrizia Rebuzzi, docente e referente per l’inclusione nella Direzione Didattica di Mirandola (Modena); Antonio Persico, professore di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza all’Università di Modena e Reggio Emilia, direttore della Neuropsichiatria Infantile nell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Modena; Luca Cimino, psichiatra e psicoterapeuta; Chiara Tonasso, psicologa del Gruppo Clinico e di Ricerca sull’ADHD; Giacomo Guaraldi, delegato del Rettore alla Disabilità e ai DSA nell’Università di Modena e Reggio Emilia; Rappresentanti di Associazioni.

L’ADHD, ossia Attention Deficit Hyperactivity Disorder, acronimo inglese del disturbo da deficit di attenzione e iperattività, è inserito tra i disturbi del neurosviluppo nel DSM5 (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione del 2013), ove se ne indica una prevalenza di circa il 5% nei bambini e di circa il 2,5% negli adulti.
Nello specifico del territorio di riferimento per l’incontro dell’11 gennaio, si stima, su elaborazioni dell’AIFA, che i casi attesi in Emilia Romagna siano di circa 95.400 persone ADHD (circa 24.000 minori tra i 6 ed i 17 anni e circa 71.400 adulti tra i 18 ed i 67 anni, maggiorenni in età lavorativa). Nell’AUSL di Modena, invece, i casi attesi sono circa 15.300 e nel Distretto di Carpi (Comuni di Campogalliano, Carpi, Novi di Modena e Soliera) circa 2.300. (S.B.)

Per ulteriori informazioni: ufficio.stampa@associazioneaifa.it (Francesca Mezzelani).

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Una rete europea di “fratelli e sorelle maggiori” per giovani con malattie rare

Ci sono barriere che accomunano i giovani con malattie rare in tutta Europa e per affrontarle è stata creata una rete di “fratelli maggiori” grazie al progetto europeo Quality Youth Mentoring for Inclusion. Ma ha funzionato? È cresciuto realmente l’empowerment di giovani con malattie rare? Condividere gli esiti e capire se è possibile estendere il progetto è stato l’obiettivo dell’evento finale, promosso dall’Associazione Parent Project

Ci sono barriere che accomunano i giovani con malattie rare in tutta Europa e per affrontarle è stata creata una rete di “fratelli maggiori”, grazie al progetto europeo denominato Quality Youth Mentoring for Inclusion; ma questa rete ha funzionato? È cresciuto realmente l’empowerment di giovani con malattie rare?
Condividere gli esiti, le esperienze e capire se sia possibile estendere ad altre persone il progetto Erasmus Plus denominato Quality Youth Mentoring for Inclusion, cofinanziato dall’Unione Europea, è stato l’obiettivo dell’evento finale, promosso nel dicembre scorso da Parent Project, l’Associazione di pazienti e genitori con figli con distrofia muscolare di Duchenne e Becker.

L’evento si è svolto presso la sede della Sezione UILDM di Legnano (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), in provincia di Milano, e ha avuto come partner per la realizzazione la stessa UILDM di Legnano e quella di Lecco.
Il progetto è stato realizzato da una rete europea, composta da organizzazioni di diversi Paesi membri dell’Unione, attive nell’ambito delle malattie rare. Ha coinvolto, oltre a Parent Project, anche Associazioni che si occupano di queste tematiche in Spagna, in Croazia e a Cipro. All’orizzonte, il fine di promuovere l’empowerment di giovani con malattie rare, che devono fronteggiare ostacoli simili, nella loro vita quotidiana, in tutta Europa.
Il programma di mentoring punta a costruire un incontro tra “mentore” e allievo attraverso un percorso di conoscenza reciproca, che attraversa diverse fasi. In questo modo, il mentore svolgerà un ruolo da “fratello/sorella maggiore”, condividendo abilità e tecniche per aiutare il ragazzo/a più giovane ad acquisire consapevolezza dei suoi punti di forza, migliorando la propria resilienza e la gestione delle proprie emozioni. L’ascolto attivo, l’intelligenza emotiva e l’empatia sono i tre pilastri dell’attività.

Vittorio Montixi, educatore e operatore del progetto per Parent Project, ha condotto l’incontro. Inizialmente è stata presentata una panoramica dell’iniziativa, seguita da un’attività di gioco di ruolo, durante la quale i partecipanti hanno potuto sperimentare direttamente e personalmente le dinamiche progettuali. In questa fase, i presenti si sono messi in gioco approfondendo le linee guida e gli obiettivi della progettazione.
L’evento si poi è concluso con un momento di confronto aperto, durante il quale sono state raccolte domande, curiosità e riflessioni, alle quali sono state date anche risposte interrogative. Luciano Lo Bianco, presidente della UILDM di Legnano, ha dichiarato: «Questo progetto, innovativo, rispecchia per noi una prassi consolidata da anni. Per noi, lavorare con l’altro e non per l’altro significa prendere coscienza insieme delle nostre conoscenze, creando un percorso di crescita condivisa». (Carmela Cioffi)

Maggiori informazioni a questo link.

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Una trasformazione interiore che va ben oltre la tecnologia

Nata con l’obiettivo di abbattere le barriere digitali per le persone con disabilità motorie gravi, attraverso l’uso delle tecnologie, l’Associazione TecnologicaMente inSuperAbili ha quali soci fondatori Gabriele D’Imporzano e Nicolò Sparesato che dicono: «L’entusiasmo e il senso di realizzazione che vediamo nei nostri soci ci ispirano profondamente. Siamo testimoni di una trasformazione interiore che va ben oltre la tecnologia: è il risveglio della fiducia in se stessi e nelle proprie capacità» Gabriele D’Imporzano

L’Associazione TecnologicaMente inSuperAbili è nata con l’obiettivo di abbattere le barriere digitali per le persone con disabilità motorie gravi, promuovendo l’indipendenza e l’autonomia attraverso l’uso delle tecnologie. In questa intervista, Gabriele D’Imporzano e Nicolò Sparesato, soci fondatori, raccontano la genesi, le sfide e i progetti di questa realtà innovativa.

Qual è la missione principale di TecnologicaMente inSuperAbili e quali sono gli obiettivi a breve e lungo termine?
«La nostra missione è sensibilizzare l’opinione pubblica e le Istituzioni sui temi delle disabilità motorie gravi, nonché organizzare spazi fisici e virtuali per valorizzare le persone con queste disabilità. Vogliamo migliorare l’autonomia, l’indipendenza e la qualità della vita attraverso soluzioni tecnologiche personalizzate. Ogni volta che vediamo una persona riuscire a compiere azioni quotidiane in autonomia, che prima sembravano irraggiungibili, ci sentiamo travolti da una gioia immensa e da una profonda commozione.

L’indipendenza, per chi vive una condizione di fragilità, è una conquista straordinaria, che riaccende speranza e dignità. A volte bastano piccoli passi – come accendere una luce con un comando vocale o inviare un messaggio senza aiuto – per fare emergere un sorriso e la consapevolezza di avere il controllo della propria vita. Questa trasformazione ci emoziona e ci spinge a fare sempre di più.
Nel breve termine, puntiamo a consolidare e ad ampliare le nostre attività, coinvolgendo nuovi membri e portando sempre più persone a scoprire il potenziale delle tecnologie. Nel lungo termine, il nostro obiettivo è trasformare l’Associazione in una realtà lavorativa, creando opportunità concrete che restituiscano a tutti il diritto di essere protagonisti della propria vita e del proprio futuro».

Nicolò Sparesato

Quali sono le principali iniziative in corso e come scegliete i progetti su cui lavorare?
«Attualmente assistiamo i soci nell’uso delle tecnologie per massimizzare le loro capacità residue. Creare un mondo più accessibile ci dà una profonda gratificazione e ci fa sentire parte di un cambiamento positivo. Ogni volta che aiutiamo qualcuno a scoprire che può essere indipendente, sentiamo il calore di un legame umano che supera le barriere fisiche e sociali.
Ad esempio, la nostra iniziativa legata alla domotica permette alle persone di scegliere e utilizzare sistemi personalizzati per le proprie esigenze, agevolando una vita più autonoma e libera. L’entusiasmo e il senso di realizzazione che vediamo nei nostri soci ci ispirano profondamente. Siamo testimoni di una trasformazione interiore che va ben oltre la tecnologia: è il risveglio della fiducia in se stessi e nelle proprie capacità».

Fonte: Fondazione ASPHI.

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Incontri di formazione sulla Legge Delega in materia di disabilità

La Legge Delega 227/21 in materia di disabilità rappresenta uno snodo cruciale per il futuro delle persone con disabilità. La Federazione FISH propone un ciclo di incontri da remoto per approfondire il Decreto Legislativo 62/24, attuativo della Legge Delega, e l’applicazione dello stesso in riferimento alla sperimentazione prevista nelle nove Province individuate per questo 2025

La Legge Delega in materia di disabilità (Legge 227/21) rappresenta uno snodo cruciale per il futuro delle persone con disabilità. Quest’anno parte anche la sperimentazione, prevista nelle nove Province a suo tempo individuate (Brescia, Catanzaro, Firenze, Forlì-Cesena, Frosinone, Perugia, Salerno, Sassari e Trieste), della valutazione di base e del nuovo modello di valutazione multidimensionale, nonché dell’elaborazione del progetto individuale di vita, con connesso budget di progetto.

La FISH (Federazione italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie) propone un ciclo di incontri per approfondire le specificità del Decreto Legislativo 62/24, attuativo della Legge 227/21, e l’applicazione di esso in riferimento alla sperimentazione prevista nelle citate nove Province, grazie ad esperti del settore che metteranno a disposizione competenze e strumenti utili per affrontare le sfide della riforma.

La formazione è aperta anche a terzi e mira a fornire un quadro chiaro e operativo per Associazioni, Enti del Terzo Settore e altre figure coinvolte. Per parteciparvi è necessario iscriversi tramite l’apposito modulo (a questo link).
Il primo incontro si svolgerà nel pomeriggio del 17 gennaio (ore 16-17) e tutti si terranno da remoto su piattaforma Zoom.

Calendario degli incontri
17 gennaio, ore 16-17 – Analisi normativa pre e post riforma – Alessia Maria Gatto
20 gennaio, ore 16-17 – Progetto di vita e budget di progetto: enti del terzo settore e coordinamento degli interventi – Paolo Bandiera
24 gennaio, ore 17-18 – Progetto di vita – Francesca Palmas
27 gennaio, ore 17-18 – Valutazione di base – Angelo Cerracchio
31 gennaio, ore 16-17 – Valutazione multidimensionale – Corinne Ceraolo
10 febbraio, ore 16-17 – Sintesi della riforma – Giuliana Anatrella
(C.C.)

Maggiori informazioni su temi e docenti sono presenti nel sito della FISH a questo link.

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Sergio Prelato: un uomo dall’anima “accessibile”

«L’inclusione è come un cerchio, da allargare sempre più»: così Sergio Prelato, persona con disabilità visiva, consigliere nazionale dell’UICI, esperto di barriere architettoniche e mobilità, conclude la sua chiacchierata con Laura Bonanni, che presentiamo oggi sulle nostre pagine Sergio Prelato

Siamo qui al telefono un sabato mattina, io e Sergio Prelato, consigliere nazionale dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti), esperto di barriere architettoniche e mobilità. Una telefonata come tante delle nostre. Con Sergio ci conosciamo da circa quattro anni, grazie a un’amica comune, e abbiamo condiviso tante opinioni, affrontato molti argomenti da seri a faceti, passando da un discorso all’altro con libertà e fluidità, con ironia e serietà, ed è proprio questo il bello del nostro rapporto, direi veramente il bello di parlare con una persona come lui, in grado di sdrammatizzare anche cose molto impegnative, di prenderle con sereno e ironico distacco, senza venire meno al proprio senso di responsabilità, consapevole delle difficoltà, mai banalizzando o svalutando.
Accetta di buon grado di farsi intervistare, consapevole che la condivisione rappresenta il tassello fondamentale per costruire relazioni e quindi accessibilità nel senso più ampio del termine.
Caro Sergio, dunque, eccoci qui per questa intervista e grazie per il prezioso tempo che mi stai dedicando, è per una buona causa (sorridiamo entrambi). «Cara Laura, hai carta bianca».

Chi è Sergio Prelato?
«Bisognerebbe chiederlo a chi vive con me, ma visto che lo stai chiedendo a me, cercherò di essere il più oggettivo possibile. Ho appena compiuto 59 anni e fin da piccolo, avendo problemi di vista, ho fatto vita istituzionale. Fino al 1970 c’erano gli istituti per non vedenti e io ho vissuto e studiato in questo tipo di strutture (fra scuole medie e istituti professionali). Ho lavorato per trentadue anni in banca e contemporaneamente mi sono occupato di associazionismo e negli ultimi venti anni ho focalizzato la mia attenzione sull’accessibilità dell’ambiente fisico, diciamo stazioni, metropolitane, semafori sonori e quant’altro, perché ho scoperto che è la mia passione».

Raccontaci qualcosa della tua vita privata.
«Sono sposato, ho una figlia di 16 anni. Sono in pensione dalla banca. ma continuo a prestare la mia opera per l’UICI e la mia vita privata è all’insegna delle cose che mi sono piaciute da sempre e che ho un po’ scoperto per caso. La prima cosa fondamentale e molto importante è legata al palato: mi piace il gelato al limone (risatine di entrambi)!
Da piccolo ero appassionato di fantascienza quindi leggevo fantascienza mattina, pomeriggio e sera. Poi ho scoperto di essere appassionato di scacchi e quindi ho avuto la mia parentesi scacchistica nei circoli e anche lì ho affrontato i problemi legati all’ipovisione (scacchiera regolamentare, chiedere modifiche su alcune regole posizionali ecc.). Diciamo che in tutto quello che ho fatto ho abbracciato i problemi della diversità. Ho anche scoperto per caso di essere appassionato di canottaggio e ho fatto diverse gare sia in Italia che in Europa. Poi in questa fase della mia vita mi piace molto approfondire la storia, la politica, la geopolitica, sono un curioso, un po’ poliedrico, diciamo così.
Sono anche coautore di alcuni libri sul tema della cecità affrontato in modo ironico e scanzonato, scritti a sei mani: Pianeta Ciecagna (che riunisce due libri, Cronache dalla Ciecagna e Colpo di stato a Ciecagna) e Pregiudizio universale a Ciecagna, tutti della And Edizioni.
All’età di dieci anni mi venne diagnosticata la retinite pigmentosa e ora sono nell’ultima fase, cioè vedo luce, ma non riesco più a leggere, uso il bastone bianco da almeno cinque anni e la sintesi vocale: io il computer più che vederlo, lo ascolto! Nella sfortuna della malattia sono stato comunque fortunato, poiché son planato lentamente nella cecità, nell’ipovisione grave, stadio in cui mi trovo adesso e quindi ho avuto la possibilità di adattarmi ad ogni discesa nel mio planare…
Pur nella tristezza di perdere i colori, la capacità di leggere ecc., ho però sempre avuto la possibilità interiore di venire a patti con questi peggioramenti, per cui non ho mai sofferto di depressione. Certamente ho sperimentato malinconia e tristezza per la perdita, la retinite è stata severa, mantenendo la parola («tu hai il problema genetico, fijo mio, per cui paghi pegno»), ma è stata gentile, portandomi gradualmente verso questo stato attuale che vivo».

Questa tua condizione visiva ha rappresentato un problema nelle relazioni interpersonali?
«Quando ero giovane, sì. Quando andavo alle feste e c’era scarsità di luce o penombra, io soffrivo di emeralopia, cioè non riuscivo a vedere bene l’ambiente, parlavo male con le persone perché non mi accorgevo di ciò che avevo intorno, ero quello “un po’ strano”. Comunque questo non mi ha impedito di costruire relazioni, avere amicizie, simpatie, perché poi alla fine quel che succede è che l’ambiente visivo è soggettivo, cioè io ad un certo punto mi son fatto furbo, stavo alla larga dalle situazioni in cui potevo sperimentare grande difficoltà, come ad esempio discoteche, bar e quindi ho cominciato a sperimentare che ero più normale di quello che potevo pensare».

Quanto ha influito la tua condizione di vista in merito alla sensibilità che hai sviluppato e che poi hai messo a servizio, concretamente, nell’àmbito dell’UICI?
«Inizialmente è stata molto controproducente perché partivo dal presupposto che se tu vedi poco o vedi male, devi trovare una soluzione, devi combattere i limiti e, diciamo così. “non ce n’è per nessuno”. Quindi ero molto aggressivo, da questo punto di vista. Invece poi, a mano a mano che peggioravo con la vista e che qualcuno con più esperienza mi faceva riflettere, ho capito che il mio atteggiamento doveva essere molto più sfumato, cioè io posso rendere accessibile una stazione con un bastone bianco, con un residuo visivo o avere un’agevolazione per poter usufruire di questa stazione in maniera autonoma, ma se tu non te la senti, magari in quel momento sei depresso, hai paura di andare in giro da solo, hai diritto ad avere l’assistenza della Sala Blu. Per cui ho iniziato a stare più zitto, ad ascoltare di più le persone che mi chiedevano una mano sull’accessibilità, a dir loro che non dovevano spaventarsi per l’accessibilità e che io ero lì per fornire strumenti quando si sarebbero sentite pronte per volerne usufruire, facendo un corso di orientamento e mobilità e se tutto ciò non fa per te, perché tu hai sempre bisogno di qualcuno che ti accompagni, stai tranquillo: non sei sbagliato! Ecco, io tutto ciò ho impiegato molti anni a capirlo e ho dovuto mettermi molto in discussione, l’ho capito col tempo».

Ma cos’è esattamente una Sala Blu, Sergio?
«In ogni stazione, media o grande, la Rete Ferrovie Italiane mette a disposizione una Sala Blu in cui tu prenoti un’assistenza. Arrivando in bus o con il taxi in stazione, concordi il tuo prelievo con un addetto personale che ti porta sul treno, al tuo posto e avverte il capotreno che a bordo c’è una persona  con disabilità.
Poi per gli aeroporti c’è la Sala Amica, prevista dall’ENAC, da una Carta Europea. Fra l’altro, noi in Italia siamo i migliori perché abbiamo creato una struttura professionale, l’accompagnamento, non solo per i ciechi, è una professione vera e propria».

Arriviamo ad oggi e al progetto del libro La città del presente. Come è nato?
«Siccome tutti noi abbiamo avuto dei maestri, io ho molti amici architetti, ingegneri che mi hanno insegnato molte cose sull’ambiente costruito e io ho imparato molto da loro. Poi, però, cosa ho fatto? Ho preso tutte queste informazioni e per anni inconsapevolmente le ho elaborate in me. Così ad un certo punto ho sentito l’esigenza di scrivere un libro sull’accessibilità, le soluzioni che si possono applicare per l’accessibilità per persone con disabilità visiva, ma anche per altre disabilità, come quella uditiva. L’ho fatto assieme al Gruppo di Lavoro sull’Accessibilità dell’UICI di cui faccio parte, (sono rappresentante con Delega per l’Accessibilità), partendo dal basso, cioè noi che abbiamo la disabilità abbiamo preso dai tecnici, dal loro sapere e poi abbiamo elaborato attraverso il filtro dell’esperienza. Ne è nato il libro La città del presente, appunto, che è in distribuzione in tutti i Comuni italiani. Prima della fine del 2025 vorremmo completare il giro di tutte le Regioni italiane».

Cosa ti è rimasto di questa esperienza del libro?
«È un libro aperto che non potrà mai avere fine, nel senso che adesso stiamo già lavorando a un aggiornamento e sarà dedicato totalmente ai trasporti, ai bus, all’autista che conduce il mezzo e all’autobus come tram/bus su gomma. E poi andremo avanti, io o chi per me, prenderà per mano questo libro e farà dei futuri capitoli di aggiornamento».

Dalla tua esperienza pensi che viviamo in una società dove c’è sensibilità per le persone con disabilità visiva?
«Sì, a mio parere esiste. Questo perché l’associazionismo, per gli ipovedenti e non vedenti in particolare (almeno come l’UICI, che ha 100 anni di storia, ma anche altre Associazioni “sorelle” che in questo àmbito operano da tempo), ha dato una grossa mano in questo. Poi vedere persone che hanno dei limiti ma si muovono e non rinunciano ai propri interessi, alle proprie aspirazioni, alla propria autonomia, sensibilizza l’opinione pubblica. E non dimentichiamo la televisione. Alcuni programmi, alcuni personaggi noti che parlano e/o vivono la disabilità, alcuni progetti, come anche questo del libro, potremmo dire che rendono attivo un circolo virtuoso».

Avere saputo all’età di 10 anni che avevi un serio problema visivo, ti ha fatto sentire inferiore agli altri e ha mosso un po’ in te un bisogno di rivincita?
«Senso di inferiorità sì. Spesso e volentieri in adolescenza, soprattutto, mi sono sentito molto inferiore, però mai una voglia di rivalsa. Nel senso che se vedevo che in certi ambienti marcava male, mi ritiravo. Amavo i libri e mi rifugiavo in un mondo che mi ritagliavo su misura. Però la lettura, lo studio, non bastano, bisogna uscire fuori e il lavoro mi ha aiutato tantissimo, sono stato costretto ad interagire. Ad un certo punto ho visto che al mio capo non interessava niente che fossi ipovedente. Lui da me voleva puntualità, professionalità, efficienza, presenza. Quindi non mi sono più sentito inferiore, ma una persona all’interno di un meccanismo lavorativo e che si pretendeva da me una certa performance. Tutto ciò mi ha tolto da un certo senso di inferiorità.
È bello vincere e stare su un palco, io però ho imparato che comunque ho lavorato, ho giocato tornei, ero in barca, e quindi da questo punto di vista sono stato un vincente, perché non mi sono tirato indietro, mi sono messo in gioco e quindi ho vinto una battaglia e cioè stare nella società. Una lacrimuccia, una parolaccia e poi ci si rialza e si riparte».

Come vorresti concludere questa nostra chiacchierata?
«Esponendo brevemente il mio concetto di inclusione che ho già espresso in una bella intervista che mi ha fatto Marco Farina poco tempo fa. L’inclusione come un cerchio. Il mio desiderio è quello di vedere questo simbolico cerchio allargarsi sempre di più, cioè che io sia già incluso automaticamente nel mondo alla nascita, a prescindere da qualunque tipo di disabilità io abbia. Quindi non debbo aspettarmi di essere incluso, perché ciò significherebbe che io son fuori e devo bussare per entrare nel cerchio. Il cerchio deve essere realisticamente, nei limiti del possibile, largo. Questo è il mio sogno: allargare il cerchio».
Molto chiaro il concetto e condivido. Grazie di cuore Sergio, alla prossima chiacchierata magari in cerchio anche con Marco (Farina) e Angela (Trevisan), amici comuni.

*Psicologa, psicoterapeuta, specialista in analisi transazionale.

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Un ciclo di webinar formativi sulla vita indipendente

Sei incontri online, dal 16 gennaio al 19 giugno, rivolti in particolare agli operatori sociali impegnati nei servizi del welfare sociale per la disabilità, ma anche ai leader delle Associazioni di persone con disabilità e dei loro familiari: è il ciclo di webinar formativi sulla vita indipendente e l’inclusione sociale delle persone con disabilità, promosso dall’Ambito Territoriale di Saronno (Varese), in collaborazione con la Federazione LEDHA, nel quadro del progetto Anche tu puoi!

«Gli operatori che lavorano nei servizi del welfare sociale sono chiamati a orientare in modo differente rispetto al recente passato i propri sguardi sulla disabilità e quindi le proprie azioni in favore dei diritti delle persone con disabilità. Un cambiamento in atto da diverso tempo che, ora, anche per via delle novità legislative, chiede di essere compiuto, lasciando alle spalle vecchie abitudini e anche nuove resistenze»: viene presentato così il ciclo di incontri online formativi dedicati alla vita indipendente e all’inclusione sociale delle persone con disabilità, iniziativa promossa in Lombardia dall’Ambito Territoriale di Saronno (Varese), in collaborazione con la LEDHA, la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità che costituisce la componente lombarda della FISH (già Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, oggi Federazione Italiana per i Diritti delle Persone con Disabilità e Famiglie), nell’àmbito del progetto Anche tu puoi!.

Sei gli incontri previsti, a cadenza mensile, dal 16 gennaio al 19 giugno e sempre in mattinata, dalle 9 alle 11, rivolgendosi in particolare agli operatori sociali (assistenti sociali e educatori professionali) impegnati nei servizi del welfare sociale per la disabilità, ma anche ai leader delle Associazioni di persone con disabilità e dei loro familiari.
Nel dettaglio del programma:
° Giovedì 16 gennaio: Desideri e preferenze (docente Monica Pozzi, responsabile dell’Agenzia per la Vita Indipendente Nord Milano).
° Giovedì 13 febbraio: La valutazione multidimensionale (docente Marco Zanisi, presidente della Cooperativa Serena).
° Giovedì 13 marzo: Il consulente alla pari (docente Marco Rasconi, responsabile dell’Agenzia per la Vita Indipendente di LEDHA Milano).
° Giovedì 8 maggio: Protezione giuridica e progettazione individualizzata (docente Laura Abet, responsabile del Centro Antidiscriminazione Franco Bomprezzi della LEDHA).
° Giovedì 5 giugno: Persone con disabilità, l’abitare e il lavoro (docente Enrico Mantegazza, presidente della LEDHA Milano Città Metropolitana).
° Giovedì 19 giugno: Budget di progetto: aspetti economici e patrimoniali, per la vita indipendente (docente Marco Bollani, direttore della Cooperativa Sociale Come NOI). (S.B.)

Per partecipare agli incontri è necessario registrarsi compilando il form presente nel sito della LEDHA a questo link oppure scrivendo a info@ledha.it. Per ulteriori informazioni: Giovanni Merlo (giovanni.merlo@ledha.it).

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Primi sintomi di disturbo dello spettro autistico: un appello ai genitori per il progetto “FIRRST”

Il progetto “FIRRST” rappresenta un intervento innovativo per lattanti che mostrino i primi sintomi di disturbo dello spettro autistico: a portarlo avanti l’IRCCS Fondazione Stella Maris di Calambrone (Pisa), che in questi giorni ha rivolto un appello ai genitori affinché possano aderire. Lo studio è aperto si bambini dai 9 ai 15 mesi che mostrino appunto i primi sintomi di disturbo dello spettro autistico

Un appello rivolto a tutti i genitori con bambini e bambine di età compresa tra 9 e 15 mesi, che mostrano i primi sintomi di disturbo dello spettro autistico: a lanciarlo è l’IRCCS Fondazione Stella Maris di Calambrone, in provincia di Pisa, che ha avviato lo studio europeo FIRRST (Fostering Infant Responsivity and Reciprocity – Support to Thrive, ossia, letteralmente, “Promuovere la reattività e la reciprocità del bambino – Sostegno alla crescita“), dedicato appunto ai bambini di età compresa tra 9 e 15 mesi con segnali iniziali di disturbo dello spettro autistico.
Grazie ai finanziamenti del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), del Ministero della Salute e al supporto dell’Unione Europea, questo progetto rappresenta una svolta nella ricerca sull’intervento precoce per l’autismo, come viene sottolineato in una nota diffusa dall’Istituto Scientifico per la Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza.

Lo studio, condotto dalla Stella Maris con la partecipazione di esperti quali Andrea Guzzetta, Sara Calderoni e Costanza Colombi, parte dalla premessa che intervenire tempestivamente, durante il primo anno di vita, possa influire positivamente sullo sviluppo del bambino. L’approccio proposto da FIRRST si basa su strategie semplici ma efficaci, studiate per integrarsi nella routine quotidiana delle famiglie, con l’obiettivo di migliorare le capacità sociali e comunicative del bambino.
I genitori partecipanti verranno coinvolti in sessioni settimanali per un periodo di sei mesi, durante le quali riceveranno supporto da un team di esperti. Parallelamente, verranno utilizzate tecnologie avanzate per una misurazione neurofisiologica innovativa, in grado di monitorare i progressi del bambino e offrire una valutazione oggettiva dei risultati.

«Il progetto – viene spiegato dai promotori – punta ad offrire ai genitori strumenti pratici per sostenere lo sviluppo del proprio figlio, senza trasformarli in terapisti. FIRRST si propone pertanto di rendere le famiglie parte attiva del percorso, in un contesto di accompagnamento e supporto continuo. Se i dati preliminari saranno confermati, questo studio potrebbe rappresentare un cambiamento radicale nell’approccio clinico all’autismo, introducendo interventi preventivi già a partire dai primi segnali di rischio». (C.C.)

I genitori interessati possono contattare il team di ricerca per maggiori informazioni o per valutare la possibilità di partecipare, tramite Roberta Rezoalli (r.rezoalli@gmail.com).

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